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Raccontare il Venezuela

Il presidente Chavez è un benefattore ma solo per la figlia del “Che”

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Non è certo una novità che statisti e leader politici consegnino alle stampe volumi di memorie o programmi di governo. Molto più raro è che ad intervistare un presidente, in questo caso il controverso Hugo Chávez, alla guida del Venezuela, sia la figlia di uno dei grandi eroi novecenteschi, il Che. Aleida Guevara, pediatra all’ospedale dell’Avana, giunse a Caracas nel 2004 con l’idea di realizzare un documentario sulla “rivoluzione bolivariana” di Chávez.

Dalle due lunghe conversazioni intrattenute col Presidente venezuelano è scaturito un libro, ora tradotto anche in italiano (Hugo Chávez, Aleida Guevara, Chávez. Il Venezuela e la nuova America latina, Vallecchi, euro 14,50). «Il volume - ha dichiarato Marco Tarchi, docente di Scienza politica all’Università di Firenze e artefice della sua pubblicazione – offre la possibilità di capire in forma diretta le motivazioni, il modo di pensare, gli obiettivi di Chávez, un personaggio sin qui esaminato solo attraverso lenti esterne, quasi sempre mosse da intenzioni strumentali, denigratorie o apologetiche».

Chávez ha le carte in regola per essere considerato, alternativamente, come l’ennesimo caudillo sudamericano o, al contrario, un eroico figlio del popolo: origini umili, un padre con ascendenze nere e indie, l’infanzia nel Venezuela profondo e poi la scelta di abbracciare ancora diciassettenne le file dell’esercito, unico veicolo di fuga da un destino segnato.

La carriera militare non permise soltanto al giovane Hugo di scoprire la capitale Caracas ma gli garantì anche un’istruzione superiore, iniziata con l’Accademia e proseguita con gli studi in scienze politiche. La conoscenza della storia coloniale, gli abusi commessi dagli spagnoli ai danni del “popolo venezuelano” e le enormi sperequazioni sociali che segnavano il suo paese lo convinsero della necessità di un impegno diretto in politica.

«Saremmo andati al governo per sancire il potere costituente del popolo, perché quella era l’unica maniera pacifica per abbattere la Quarta Repubblica e dare vita alla Quinta»: i propositi rivoluzionari e la convinzione di incarnare la volontà del suo popolo ne hanno fatto uno dei protagonisti del fallito golpe del ‘92, per il quale scontò due anni di prigione. In seguito, Chávez fu nominato presidente nel ‘99 e riconfermato dal voto popolare nel 2000 e nel 2006, sull’onda di poderose campagne sociali ma anche grazie allo stretto controllo dei mezzi di comunicazione.

I risultati delle sue riforme sono sotto gli occhi di tutti, ha spiegato lo storico e politologo Loris Zanatta sul numero 3/2009 de Il Mulino: «dal 2002 il tasso di povertà in Venezuela è diminuito del 2% annuo e anche quello dell’indigenza s’è ridotto a ritmi incoraggianti». Anche sul piano delle disuguaglianze Chávez ha fatto passi da gigante, «sia riducendo nell’ultimo lustro l’enorme forbice tra gli estremi della scala sociale, sia accrescendo di ben il 36% la partecipazione dei ceti meno abbienti alla ricchezza nazionale».

Tuttavia, non si può negare che tali incoraggianti risultati abbiano beneficiato della grandiosa crescita economica che ha caratterizzato tutto il Continente sudamericano e siano anche il frutto di una politica “di spesa” che gli esperti internazionali giudicano nel lungo periodo insostenibile per le casse statali venezuelane. Sul piano politico, inoltre, la “rivoluzione bolivariana” ha coinciso con uno spregiudicato uso dei mezzi d’informazione, con una gestione clientelare del patrimonio pubblico e una progressiva erosione della separazione dei poteri. Elementi che, secondo Zanatta «richiamano ancora alla memoria un tipico populismo del XX secolo» e non «quel fantomatico socialismo del XXI» continuamente richiamato dal Presidente.

È innegabile, secondo Tarchi, che «Chávez rispecchi per certi versi la mentalità populista allo stato puro»; tuttavia, «egli ne offre un adattamento ai tempi degno di nota, che si coniuga, pur con qualche fatica, al rispetto delle norme democratiche e cerca effettivamente, e non solo a parole, di diminuire le sperequazioni socio-economiche esistenti in Venezuela».

Ispirato da Bolìvar e da Castro, Chávez non fa mistero di voler esportare la sua rivoluzione sociale e antimperialista in tutta l’America latina. Col rischio, però, di spaccare in due il Continente: Roberto Micheletti, presidente golpista dell’Honduras, ha già dichiarato di essere «il baluardo contro la penetrazione di Chávez» nel suo paese.

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