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Il pretesto nordcoreano per avere di più dalle trattative sul nucleare

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Una banale disputa di tipo finanziario sta rallentando l’applicazione dell’accordo siglato il 13 febbraio scorso da Stati Uniti, Giappone, Cina, Russia e le due Coree, che prevede lo smantellamento dell'arsenale nucleare di Pyongyang. Il negoziatore capo per la Corea del Nord, Kim Kye Gwan, ha lasciato stizzito il tavolo delle trattative di Pechino, adducendo come motivo un mancato trasferimento di denaro nelle casse del suo paese.

A seguito di ciò, il governo cinese ha deciso di rinviare a data da destinarsi la ripresa del dialogo.  Tra le parti in causa si è ora aperta una polemica: la Russia, rappresentata dall'incaricato Alexander Losyukov, accusa gli Stati Uniti di aver fallito nel rassicurare la Bank of China circa la legittimità della transazione con il Banco Delta Asia; i soldi, infatti, prima di arrivare nelle mani della Corea del Nord avrebbero dovuto transitare per la Cina.

Secondo il rappresentante americano, Cristopher Hill, si tratta, invece, di una questione tecnico-burocratica: “Il problema consiste nel fatto che i nordcoreani devono vedere questo dilemma del BDA risolto prima di andare avanti con altre questioni e questo tipo di approccio sequenziale ci ha rallentato”. Parole che sembrano in sintonia con quelle del suo collega giapponese, Kenichiro Sasae: “Il giro di trattative è iniziato con il problema della BDA ed è finito con il problema della BDA”. Il fatto è che il negoziatore della Corea del Nord se ne è andato ancora prima che la Cina annunciasse il blocco delle trattative, cosa che fa pensare ad una tattica premeditata.  La Cnn ha intervistato a tal proposito un esperto degli affari nordcoreani, il ricercatore Nicholas Eberstadt, dell'American Enterprise Institute: “Questo è quello che fanno [i nordcoreani] di solito, e nessuno dovrebbe essere sorpreso...è lo stesso ritornello di sempre, non stanno al gioco fino a che tu non paghi. Poi torneranno al tavolo verde per vedere che cosa troveranno al prossimo round.”

Così i 25 milioni di dollari - che ricordiamo non essere una cifra enorme se paragonati alle finanze di uno stato - bloccati su un conto di Macao, sarebbero il pretesto ufficiale che il regime di Kim Jong II sta utilizzando per disporre di un maggiore peso diplomatico. Quegli stessi soldi sono stato oggetto di un'indagine statunitense nel campo del riciclaggio e del narcotraffico e proprio per questo, nonostante Washington avesse accondisceso alle richieste nordcoreane di sbloccare i fondi fermi a Macao, la Bank of China ha deciso di non rischiare, in assenza di comunicati ufficiali. “Fino ad oggi, nessuno ci ha chiesto di occuparci della vicenda,” ha detto Li Lihui, vice presidente della Bank of China. Comunque vadano le cose, gli esperti si dicono ora dubbiosi in merito alla possibilità che gli ispettori dell'Onu riescano a bloccare le attività d'arricchimento dell'uranio al reattore principale di Yongbyon per il 14 aprile, così come pattuito nel corso delle trattative del 13 febbraio scorso.

Come “predetto” il 14 marzo dal capo dell’Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), Mohamed  el-Baradei, di ritorno dalla sua visita diplomatica in Corea del Nord: “Abbiamo entrambi convenuto che non dovremmo guardare indietro ma avanti...comunque loro sono molto chiari sul fatto che deve esserci uno scambio di azioni e impegni”. Detto, fatto, il regime di Kim Jong II tiene fede alla sua fama di “statocanaglia” (come lo aveva etichettato George W. Bush) e partecipa alle trattative tentando d'imporre il suo punto di vista.

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