Il prezzo del greggio scende, la questione energetica resta
21 Luglio 2008
Chabib Kelib, presidente OPEC, dichiarò il 26 giugno scorso che il barile di petrolio sarebbe costato questa estate tra 150 e 170 dollari; attribuì questi ulteriori aumenti a due fattori, secondo le dichiarazioni rilasciate all’Agenzia France Presse: il previsto aumento del tasso di sconto che la BCE avrebbe fatto e l’instabilità dei rapporti con l’Iran. Non sono argomenti facili da capire.
L’aumento del tasso di sconto è stato fatto per contrastare un’inflazione sempre più minacciosa e dovuta in gran parte all’aumento dei prezzi petroliferi (che incide non solo sui combustibili, ma su moltissimi prodotti di consumo corrente, come le materie plastiche e le fibre per abiti, alcuni mobili o loro componenti, la telefonia, i computer, gli elettrodomestici e i televisori, le vernici, i detersivi, i profumi e i deodoranti, alcune medicine, come l’insulina o gli antibiotici, e così via). Quindi non si capisce il rapporto tra la lotta all’inflazione in Europa e la decisione di aumenti dei prezzi petroliferi da parte dei Paesi produttori. Le interpretazioni non possono che essere contorte. Ci si attende forse un’ulteriore svalutazione del dollaro nei confronti dell’euro, a seguito della decisione dell’aumento del suo tasso di sconto? E si prevede quindi una vanificazione nell’area euro degli aumenti petroliferi, fatti in dollari? Allora il pensiero del Presidente OPEC si traduce in una volontà reale di aumentare i prezzi petroliferi, al di là delle idee di alcuni dei suoi associati. E al di là anche di coloro che giustamente pensano che gli aumenti del barile siano in gran parte attribuibili a speculazioni finanziarie cartacee (delle quali i Paesi produttori non devono poi essere spettatori così passivi…), che come tutte le speculazioni rischiano di creare bolle, esposte a scoppiare (e il fatto che il prezzo del prodotto superi di almeno dieci volte il suo costo, confermerebbe questa tesi di una bolla speculativa a rischio). Non va inoltre dimenticato che il prezzo del barile viene fatto sui petroli più quotati, costosi e di miglior qualità; e che gli altri petroli si muovono nel mercato spot con alcuni margini di autonomia, più o meno evidenti e con obbiettivi speculativi di un qualche rilievo. La crisi economica mondiale avrebbe effetti devastanti anche tra i Paesi produttori: l’Arabia Saudita, primo produttore, lo sa e ha annunciato di voler combattere il rialzo del prezzo del barile. La posizione di Chabib Kelib, riferita agli aumenti dei tassi di sconto europei, può quindi essere un termometro sulle probabili forti diversità di opinioni all’interno dell’OPEC.
L’altro elemento, che giustificherebbe ulteriori aumenti del prezzo dell’oro nero, secondo Kelib sarebbe l’aumentata tensione tra Occidente e Iran. Che alcuni Paesi produttori, anche importanti come l’Iran, condizionino il mercato petrolifero è cosa ovvia e vissuta da tempo. Non si capisce cosa dovrebbe succedere di nuovo in questa estate, oltre alla presentazione dei razzi iraniani capaci, dicono, di raggiungere Israele. Sembrerebbe che il Presidente Kelib sia informato di fatti nuovi, relativi all’Iran, non ancora conosciuti. E questo deve far preoccupare, anche perché le tensioni internazionali con l’Iran non sono su fatti di poco conto né sul petrolio (costruzione di un arsenale nucleare di una teocrazia sciita diretto contro Israele prima e non si sa contro chi poi, anche se si può intuirlo). Nei fatti di routine si può trovare che la Libia, a sostegno della tesi dell’aumento dei prezzi petroliferi, ha annunciato una diminuzione della propria produzione. Ma questa tesi di Kelib sull’Iran non deve essere considerata “di routine”. Anche perché è completata dalla affermazione che un eventuale intervento di forza in Iran, potrebbe portare il prezzo del petrolio da 200 fino a 400 dollari a barile; tesi apocalittica per l’economia e la pace mondiale.
Le previsioni di Kelib in un primo tempo sembravano giuste: poi è iniziata una fase di discesa del prezzo del barile, quasi a dire o che le colombe OPEC la stanno spuntando, anche sulla spinta dei Paesi consumatori, o che il mercato petrolifero è ormai passato dal confronto tra produttori e consumatori a quella della semplice speculazione finanziaria, ove l’OPEC, almeno formalmente, nulla può. Restano i grandi problemi del rapporto tra energia e sviluppo in tutto il mondo e anche in Italia, Paese sprovveduto in campo energetico. Potremo fronteggiarli con molti espedienti rivolti in prevalenza sui consumi energetici e su una gestione più oculata della nostra presenza sul mercato energetico internazionale. Resta tuttavia questa tensione possibile con i fautori di un ulteriore aumento drastico, radicale, del prezzo del petrolio, produttori o speculatori che siano, che metterebbe in ginocchio non solo le nostre ricche economie, ma soprattutto le economie dei miliardi di persone che si sono affacciati alla soglia dello sviluppo. Sarà il mondo in grado di assorbire passivamente tutto questo? O si corre seriamente il pericolo di nuove guerre per il controllo delle fonti energetiche primarie, a cominciare da quelle petrolifere?
