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Il prezzo giusto? Chiedetelo a Iva Zanicchi

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La storia recente della più grande impresa italiana è un intricato e avvilente romanzo che neppure la  penna dell’ingegner Gadda avrebbe saputo concepire. C’è tutto, politici miopi e incapaci, finanzieri rapaci, capitani coraggiosi e capitalisti da salotto, avventurieri messicani,  grandi avvocati, torbide atmosfere anni venti, direttori generali e primi ministri, banche, ovviamente, grandi barche e bella vita. Per un momento sono entrate anche le fiabe con tanto di grissini, mortadella e un ranocchio. Ora sono tornate con il Grillo parlante. Poi è stato il turno delle intercettazioni e di inquietanti spioni, procure, magistrati e servizi segreti. Manca solo Iva Zanicchi per stabilire quale sia il prezzo giusto e il romanzo potrebbe forse finire. Insomma, uno spaccato fedele di questa strana e masochista Italia bizantina e un po’ cialtrona, squattrinata e senza dorsale, protezionista e bancocentrica, retrograda e rissosa.

Un emendamento al ddl sulle liberalizzazioni sarebbe il solito coniglio per fare quello che solo sette anni fa non sembrava strategico. Lo biascica nella conferenza stampa coreana un Prodi ancora convinto di essere quel professore presidente dell’Iri di venti e più anni fa, al riparo dalla opinione pubblica nelle grigie stanze del potere in cui cominciò a svendere quello che restava del capitalismo italiano. Non era strategica la Telecom quando fu privatizzata nel 1997? Strategica per la conoscenza non era la sua rete quando si inventò il nocciolino duro? Eppure c’erano già Internet e la telefonia mobile, tanta tecnologia e possibilità di vedere oltre, di scorgere il futuro. Era il 24 ottobre 1997, governo Prodi con il Tesoro che incassa solo 11,2 miliardi di euro (azioni vendute a 5,63 euro l’una) e con gli azionisti di punta che sono in grado di controllare il 6,6% del capitale ed il maggiore di questi, Umberto Agnelli con lo 0,6%, cui spetta la nomina di un amministratore delegato (Rossignolo). Tutto ebbe inizio qui.

Ed è qui che gli italiani hanno perso la proprietà della rete, non oggi con le offerte straniere. Hanno perso per un pugno di euro una azienda che valeva almeno venti volte tanto. Più che una privatizzazione un regalo. Ma con Prodi siamo abituati. Dove sono finiti questi soldi? Quanto debito ci saremmo risparmiati? Quante tasse? Quanti sacrifici? Per intendersi si tratta di cifre che fanno impallidire il fantomatico “tesoretto”.   È Romano Prodi che dovrebbe spiegarcelo, allora come oggi al governo dell’Italia, non della repubblica di Corea. L’intervento del Governo con il ddl sulle liberalizzazioni e solo l’ultima umiliazione per la credibilità nazionale. Peggio del dentista coreano pak doo ik . Prodi in fondo l’Edmondo Fabbri della politica italiana.

La scalarono poi la Telecom, ovviamente a debito con il consenso dell’unica merchant bank che non parlava inglese, e non fu strategico. Fu solo la riprova di quanto gli italiani ci avessero rimesso con la farsa della  “privatizzazione”. Capitani coraggiosi con un unico intento, realizzare plusvalenze, capital gain, all’epoca neppure troppo tassato. Poi vendettero a Tronchetti, ad un prezzo a cui ancora oggi resta impiccato. E allora? Cosa fare? Semplice, perché lasciare che lo spezzatino lo facciano i messicani o a qualche  ragioniere promosso capitano. Facciamolo fare alle banche così a pagare saranno quei poveri gonzi dei correntisti e dei mutuatari.

L’ipotesi Berlusconi è un trappolone per il cavaliere politico e la Cdl, una abile operazione delle menti sottili che cercano di sponda di mandare in buca Berlusconi. Purtroppo in Italia si è scelta la via renana al capitalismo, ma senza essere in Renania. La via bancocentrica. E da qui non si torna più indietro. Il mercato, con i capitali di rischio è una chimera, come il prezzo giusto per Tronchetti. Mandi un fax a Rovati, forse qualcosa potrebbe andargli per il verso giusto.

 

 

 

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