Il primo scivolone di Franceschini s’è consumato sulla soglia di casa Rai
10 Marzo 2009
Un percorso morbido e netto fino alla nomina del nuovo presidente della Rai sarebbe stato un unicum nella storia repubblicana. E così non si può certo dire che l’improvviso rifiuto opposto da Ferruccio De Bortoli alla designazione bipartisan per la massima carica di Viale Mazzini abbia destato particolare sorpresa. Un colpo di scena nella partita delle nomine per il servizio pubblico radiotelevisivo è quasi la prassi, il segnale di quella tensione che da sempre accompagna la lotteria del potere e l’assegnazione della poltrona più ambita e instabile nel panorama dei media italiani.
Il punto è che stavolta si era seguita una prassi diversa e la maggioranza aveva lasciato uno spazio d’azione molto più ampio del solito all’opposizione, invitandola ad avanzare una candidatura autorevole.
Dario Franceschini si era mosso con decisione, avanzando la candidatura del direttore del Sole24Ore, un nome di grande prestigio su cui era convinto che il suo partito non avrebbe sollevato obiezioni. Sembrava una carta capace di far saltare il banco e mettere in difficoltà le voci perplesse e contrarie. E invece le raffiche di fuoco amico non sono mancate così come i segnali contrari fatti arrivare a vari livelli. Le perplessità sono iniziate a circolare tra gli ex Ds, anche se questa volta i dalemiani hanno appoggiato con decisione la scelta del segretario pro-tempore. E una richiesta di un supplemento di riflessione è arrivata anche da molti ex Margherita, sempre più convinti che il ritorno alla base, ovvero a una presidenza Petruccioli fosse la soluzione più equilibrata e indolore. D’altra parte, per rendersi conto degli umori divisi e della fibrillazione delle ultime ore basta andare a riguardare le agenzie di stampa e la pressoché totale assenza di dichiarazioni di sostegno alla candidatura tirata fuori dal cappello di Dario Franceschini.
C’è anche un altro fattore che sembra aver inciso nell’orientare la bilancia delle scelte: la debolezza del Pd. La sensazione diffusa, infatti, è che il Partito Democratico debba giocarsi in questi mesi la partita movimentista e indossare l’abito barricadero per evitare un ulteriore emorragia di voti a sinistra. Un atteggiamento che si tradurrebbe in una guerra di posizione sulle scelte della dirigenza di Viale Mazzini e in un ping pong polemico costruito sulla somministrazione quotidiana di dichiarazioni al veleno contro lo strapotere berlusconiano. Una guerra di logoramento che certo non avrebbe giovato al nuovo presidente, costretto a fare da ombrello alla strategia della sopravvivenza del Pd.
A questo punto la partita Rai, secondo tradizione, si complica terribilmente e sembra destinata a rimanere incerta fino all’ultimo minuto. Il gran rifiuto di De Bortoli ha rimesso la patata bollente in mano ai partiti e ora le diplomazie si apprestano a riprendere in mano la vicenda per cercare di arrivare a una soluzione entro poche ore. Lo spettro agitato da molti è quello della vicenda Villari, ovvero di un percorso di nomina sfuggito di mano alla sinistra, nonostante la prassi gli offrisse la facoltà di proposta.
A questo punto, oltre al nome di Claudio Petruccioli – che “curiosamente” è stato proprio il Pd a bruciare ieri sera, sostenendo che su di lui esisterebbe un veto del Pdl – circolano altre ipotesi come quelle di Stefano Folli, Paolo Ruffini, Gianni Minoli, Andrea Manzella e Piero Melograni. Non c’è dubbio, però, che la vicenda si sia messa su un binario complicato e il clima, inizialmente conciliante, rischi di intorbidirsi con il passare delle ore.
