Il protocollo sul welfare più che ai lavoratori serve al Pd

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Il protocollo sul welfare più che ai lavoratori serve al Pd

24 Dicembre 2007

La sinistra è sempre riuscita a presentare i suoi problemi
come se appartenessero all’intero Paese. Per non risalire troppo indietro nel
tempo, è sufficiente ricordare il percorso del Pci, dopo il 1989, dalla c.d.
svolta della Bolognina fino al Congresso di Rimini. Si trattava di
un’operazione per compiere la quale 
Silvio Berlusconi  ha impiegato
una decina di minuti, in piedi sul predellino di un’auto in Piazza S. Babila:
cambiare nome a un partito. Invece, per dismettere l’acronimo Pci (evocatore di
delitti contro l’umanità, di fame, miseria e paura, di morti a centinaia di
milioni) la tirarono in lungo per mesi, con film, rappresentazioni televisive
in giro per le sezioni, articoli, lacrime e mal di pancia, infiniti dibattiti,
scissioni e ricomposizioni, anatemi e autocritiche. E noi lì ad assistere come
se quelle passioni dovessero appartenerci e fossimo costretti a condividere
quella sofferenza, correggendo Benedetto Croce nel senso di ammettere che non
potevamo non dirci comunisti.

Anche adesso siamo alle solite. A colpi di voti
di fiducia (nonostante l’altolà inascoltato del Quirinale) Romano Prodi  è riuscito a varare la legge finanziaria e il
complesso provvedimento in materia di lavoro e welfare. Più che la legge di
bilancio è il secondo intervento a qualificare, nel bene e nel male, l’azione
del governo. A dire il vero, al Paese poteva essere risparmiata una legge
siffatta il cui unico obiettivo (peraltro non conseguito) era quello di
conciliare la maggioranza con se stessa (e con le organizzazioni sindacali)
rispetto alla linea di condotta portata avanti, dall’opposizione, nella passata
legislatura. Questa legge non risolve
problemi (si pensi al c.d. precariato) per loro natura irrisolvibili (per come li
drammatizza una certa propaganda) e appesantisce i conti pubblici in modo
serio, al solo scopo di favorire, con la revisione dello scalone e con le
generose norme sul lavoro usurante, qualche decina di migliaia di persone (i
Cipputi eredi ed orfani della società
industriale). Eppure, paradossalmente il provvedimento, anche se in palese
conflitto di interessi (elettorali), non è “da buttare”: una
considerazione che vale più sul piano politico che su quello tecnico.

La
maggioranza, infatti,  ha vinto una prova
decisiva con se stessa e al proprio interno, al pari di una persona che si
libera – grazie alla psicanalisi – di un incubo ricorrente. Col protocollo del
23 luglio, infatti, la coalizione di centro sinistra e le alleate
confederazioni sindacali non si sono misurate soltanto sul “che fare” di
due leggi (la riforma Maroni del sistema pensionistico e la legge Biagi sul
mercato del lavoro) che esse avevano ingiustamente demonizzato
dall’opposizione, ma hanno dovuto esorcizzare due inquietanti spiriti maligni
della loro cultura: accettare o meno interventi che rendessero più coerente
l’età pensionabile con le nuove attese di vita e con le esigenze di risanamento
dei sistemi pensionistici; abolire/modificare radicalmente o meno la legge
n.30, ritenuta a torto la sentina di ogni possibile danno per i lavoratori.

In
sostanza, la sinistra non doveva soltanto regolare i conti con l’azione del
precedente governo su due terreni, per tanti motivi, ad alta sensibilità
politica, ma doveva  cimentarsi con delle
situazioni reali senza continuare a valutarle col paraocchi dell’ideologia.
Doveva, al dunque, rassegnarsi a prender atto che lavorare più a lungo e in
modo diverso dal passato non erano imposizioni del “nemico di classe”, né
congiure perpetrate dalle multinazionali, ma esigenze irrinunciabili in un
mondo che aveva cambiato passo, dove nulla sarebbe più stato uguale a prima.

Certo: quel passato è ancora tanto presente all’interno della sinistra (dove
alcune frazioni non si vergognano a definirsi tuttora comunisti). Per liberarsi
di esso qualche compromesso era necessario: tutti oggi siamo chiamati a pagare
quei costi lungo un percorso ancora carico di insidie, racchiuse nelle norme di
delega (su lavori usuranti e mercato del lavoro) contenute nella legge. E’
deplorevole che l’Unione si permetta il lusso di scaricare sul Paese le proprie
contraddizioni. Ma la politica è fatta anche così. Basti pensare al carico di
ideologia che il vecchio Psi portò seco nel momento di entrare al governo.
Certo erano i primi anni sessanta del secolo scorso. Da allora sono trascorsi
quarant’anni. Che farci? Ognuno ha i suoi tempi d’evoluzione.

Ora, la legge su
welfare e lavoro rappresenta il vero atto di nascita del Partito democratico,
quale espressione travagliata di una sinistra moderata e riformista, che insegue
a fatica il proprio riscatto. Crede di poter rappresentare il meglio del Paese
mentre è soltanto una forza politica convalescente e in cura di riabilitazione.
Al di là dei grossolani limiti dell’operazione, tuttavia, è importante che a
questo punto di partenza si sia arrivati avendo alla spalle il pronunciamento
di milioni di lavoratori e dopo una rottura insanabile con la sinistra
oltranzista.