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Il pubblico ama CSI perché nella fiction i gialli si risolvono sempre

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Una star hollywoodiana si diverte con dadi e belle donne in un famoso casinò di Miami. Si porta un’americana e una cinese in camera per passare una notte infuocata e, qualche ora dopo, quest’ultima viene trovata barbaramente assassinata a colpi di coltello nel suo letto. Sola. L’attore accusa l’altra ragazza del “triangolo”, ma anche questa, dopo poco, viene trovata martoriata e seppellita in un campo da golf. Tutto trama contro il divo difeso, però, da opinione pubblica, fans, manager. Ma il colpo di scena è in agguato: una più attenta analisi delle macchie di sangue lasciate sulle sue lenzuola dimostra che alcune, le più striate, sono state lasciate dal suo ginocchio screpolato da una vecchia cicatrice. Dunque, non era lontano dal luogo del delitto. Il processo “mediatico” e quello giudiziario sono persi. E il vip adorato dalle folle incarcerato senza pietà.

Brillante e scientifica conclusione di un classico caso targato “Csi”, il serial televisivo dedicato all’Intelligence Investigativa americana da anni inserito in un dilagante e assolutamente trasversale palinsesto di trasmissioni, telefilm, riproduzioni cinematografiche di classici del brivido che hanno come precipuo scopo frugare fra ombre, inquietudini e labirinti perversi della nostra mente e della nostra quotidianità. E il pubblico sembra ricambiare con grandi consensi, se è vero come è vero che un intero canale Sky, FoxCrime, furoreggia da tempo con piani sinistri di serial killer, indagini al cardiopalmo di generazioni intere di commissari, interviste-choc a cannibali e mostri dell’asocialità più cruenta, inserendo addirittura nei suoi “stacchetti” sgocciolamenti rosso vivo, vampe di proiettili, effetti balistici che non lasciano spazio a dubbi.

Dunque, un vero e proprio immaginario che sa da un lato di morbosa caccia al malvagio di turno, dall’altro di sofisticata ricerca di una verità che evidentemente, altrove, in altri contesti sociali, sfugge. L’overdose di thriller, grazie all’aspetto eroico-sacrificale del poliziotto o del detective e ad una manichea e ferocissima lotta tra il bene e il male, va a surrogare quello che negli scenari politici, economici, relazionali “normali” sembra non avvenire mai: penetrare nelle pieghe sottili e temibili dell’essere umano, far affiorare le realtà più scomode, ingaggiare una lotta col segreto, le trappole, le doppiezze, le astute finalità che porta alla fine al trionfo della giustizia e alla ricomposizione del patto sociale. Le spy story hanno sempre assolto a questo paradigma: mettere in discussione la prevedibilità dei comportamenti attraverso la colpa di chi pugnala, uccide, strangola, sevizia, e ritornare alla logica “ferita” e spiazzata, ai valori traditi grazie alla sagacia di quella missione inquirente in cui si incarna l’uomo in divisa, l’angelo con la pistola, l’ispettore senza macchia e senza paura. Come dire di no a questa meravigliosa, seppur buia e angosciosa, apologia della luce ritrovata, del mistero dipanato in un mondo che fa delle Piovre occulte, dei regimi clandestini, delle consorterie mai inchiodate la sua invisa e rovesciata “razionalità”?

Non a caso Rete Quattro ripropone, seppur a tarda ora di notte, i taglienti cortometraggi di Hitchcock, intramontabile sfinge di quel pirandelliano scambio di ruoli fra buoni e cattivi; Hallmark offre periodicamente l’intera collezione di film e telefilm del mitico Hercule Poirot, l’investigatore belga coi baffetti impomatati partorito dalla mirabile penna di Agatha Christie; sempre Fox Crime ha rinverdito, fino a poche settimane fa, i fasti parigini del commissario Maigret, fra boulevard piovosi e caffè dove tutti sanno tutto; mentre i “Ris” campeggiano per l’ennesima, poco lusinghiera a dire la verità, edizione su Canale 5 e Rai2 è scesa in campo da due puntate con la nuova serie di “Crimini”, scegliendo la premiante linea di narrazioni di firma sospese fra cronaca e magiche alchimie della mente e del destino.

Ma c’è un convitato di pietra in questa “poetica” della morte violenta: il determinismo tecnologico che pretende di imporre sul palcoscenico di omicidi e inseguitori la longa manus della Scienza, quella maiuscola, che mette tutto in ordine, come in un’algebra dei sentimenti e delle follie, come in una macchina di mere constatazioni di fatto che produce senza tema di smentita la soluzione del caso. In “Csi” si affidano sempre le speranze di verità agli aloni bluastri del Luminol, alla balistica del sangue schizzato a fiotti da corpi innocenti, alle tracce millesimali di saliva, sudore, sostanze ematiche lasciate su parafanghi o pareti. Nelle sue puntate tutto è perfetto, sincronico, armonico: la devianza, la brutalità, le mattanze dell’istinto da un lato, le pazienti e meticolose ricostruzioni degli scienziati della scena del delitto dall’altro. I due universi, seppur eterodiretti, si significano l’un l’altro, si sovrappongono senza sbavature, sembrano essere in ogni caso l’uno il naturale prolungamento dell’altro. In uno dei tanti casi, il colpevole è smascherato addirittura dalle lacrime lasciate nel padiglione auricolare della vittima, uccisa per pietà mentre lui vi piangeva sopra soffocandola con un cuscino. Tutto sembra già scritto in basso e in alto, nei fondali delle molecole e nei cieli della giustizia. E così le tempeste dell’irrazionalità si placano sempre fra provette, camici bianchi, simulazioni e dosaggi chimici sapientemente utilizzati dai nostri eroi.

Nella realtà vera qualcosa stride e il sapor di fiction non ci rassicura. A noi poveri fan delle forze dell’ordine, restano l’odissea mediatica di Cogne, i plasticoni di Garlasco a “Porta a Porta” e l’intervista di Vinci a “Matrix” a un Alberto Stasi le cui argomentazioni, senza troppa dialettica, proseguono all’infinito come in una fiaba che non vede mai la cattura del lupo mannaro…

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