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Il rapper e il professore: lo strano caso di Tariq Ramadan e Al Malik

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Immaginiamo due islamici nati e cresciuti nel cuore dell’Europa, che non sono d’accordo su niente. Uno fa il professore universitario, l’altro il rapper. Sono ferventi credenti, ma il primo ritiene di dover “comprendere” i terroristi suicidi e vuole conciliare politica e cultura con gli insegnamenti del Corano. Il secondo invece considera il martirio religioso una “follia totale”, separa in modo netto l’ideologia dalle preghiere, e soprattutto ha deciso che nessuna chiesa può ficcare il naso nei testi delle sue canzoni; perché lui una religiosità ce l’ha già e non ha bisogno che altri vengano a spiegargli in cosa e come credere. E gli europei che fanno? Preferiscono ascoltare le lezioni del professor Tariq Ramadan oppure il sound avvolgente del rapper Al Malik? La strana coppia dimostra che l’Islam non è un blocco monolitico ma uno spazio dialettico, ricco di conflitti ideali, valori e identità diverse. Una civiltà dove si combatte con la forza delle idee e non solo a colpi di bombe.  

Paul Berman e André Gluksmann ci hanno messo in guardia dalle giravolte intellettuali del professor Ramadan. Il riformista salafita coccolato da Blair dopo gli attentati di Londra del 2005, ma che non può mettere piede negli Stati Uniti dov’è considerato un fiancheggiatore del terrorismo. “Il futuro dell’Islam”, secondo Al-Tourabi, vicario della shari’a in Sudan. Ma anche l’uomo che parla agli europei di multiculturalismo, ospite d’onore allo Young words happening, il meeting per la pace organizzato durante le Olimpiadi Invernali di Torino del 2006.

Stimabili scrittori come Ian Buruma invitano ad andarci piano nel giudicare il professore. Con lui si può dialogare. Ma i dubbi aumentano navigando nel suo sito internet. Le giovani generazioni di immigrati islamici “devono elaborare una riflessione sulle fondamenta etiche e religiose, e sul loro radicamento nelle società secolarizzate”. Non è ben chiaro a cosa porterà quella riflessione, poi andiamo avanti e scopriamo che “la rivoluzione silenziosa è già in marcia nei paesi occidentali”. Allora iniziamo a preoccuparci. In tanti hanno rimproverato a Ramadan questo stile da equilibrista. Una pericolosa forma di sciovinismo, o, peggio ancora, un’abile dissimulazione: quando parlo con i miei fedeli la chiamo rivoluzione, se mi rivolgo al (distratto) pubblico occidentale diventano riforme.

Quest’anno il professore dai modi cortesi è stato tra i performer di From Protest to Engagement, l’evento andato in scena a Londra per conto di Radical Middle Way, lo stesso network che diffuse i video dei giovani musulmani inglesi con il Corano in una mano e la pistola nell’altra. Jihad-style, come le clip degli attacchi-bomba al ritmo di rap contro le truppe americane in Iraq. Ramadan non si azzarderebbe mai a giustificare questo materiale criminale, anche se ritiene le gesta degli attentatori suicidi “contestualmente spiegabili”. L’Occidente, insomma, pagherebbe il suo tributo alla guerra dichiarata all’Islam. Messa in questi termini sembra che le bombe umane siano esclusivamente una reazione all’invasione di Baghdad e Kabul. Quello che il professore non dice è che il martirio appartiene da almeno un secolo alle correnti più ortodosse dell’Islam, ai movimenti che negli anni trenta volevano modernizzare i Paesi musulmani imitando il Duce o qualche altro spot totalitario. Che bel rinnovamento.

Torniamo al rapporto tra cultura e fede. Nel 1999, Ramadan partecipa a un congresso dove si discute su come conciliare l’arte con gli insegnamenti del Corano. A uniformare Islam e creatività c’è persino Cat Stevens, la popstar inglese che si è convertita alle fatwah contro Salman Rushdie. Questa invasione di campo non è piaciuta agli altri artisti islamici. Il rapper Al Malik ha preso pubblicamente le distanze da  Ramadan in un’intervista che ha fatto il giro di Internet, criticando i “professori ginevrini” che fanno “un melange di spiritualità e militanza” (Ramadan ha origini elvetiche). Caro Tariq, arte, fede e politica vanno separate. Non è Daniel Pipes a dirlo, ma un musicista che fino a qualche anno fa era sulle barricate delle banlieues.     

Al Malik non è un bounty, un cioccolato bianco. Non si è rabbonito perché fa il tutto esaurito all’Olympia. Probabilmente non ha votato neppure per Sarkò. In uno dei suoi pezzi più celebri, Soldat de plomb, ha scritto  versi durissimi contro la grande stampa che soffia sul mito della racaille. La musica per lui è sempre stata una responsabilità: “non siamo dei semplici consumatori”. Più Spirito e meno contestazione, insomma. La sua ricetta si chiama sufismo. Ma quando parla di Ramadan, Al Malik diventa intransigente. “La spiritualità,” dice, “è qualcosa di intimo”, al di qua delle ideologie e dei precetti religiosi. Da buon quietista ha capito che il divino è qui, non in un altro mondo. Ecco perché considera un’assurdità accostare la morte all’arte. Deve aver intuito che il romanticismo innestato sul nazionalismo arabo del novecento è stata la peggiore eredità lasciata dalla cultura europea alla sua cultura.   

Al Malik è nato a Parigi nel ’75. È cresciuto tra Brazzaville e un collegio cattolico a Strasburgo. Quindicenne decide di convertirsi all’islam. Piccolo delinquente, ha recitato fino in fondo la parte del reietto, dello sconfitto in lotta contro l’Occidente. Ha vissuto alla giornata, per strada, nel ghetto, ed è qui, sui marciapiedi, che nasce la sua poesia. Parole sacre da bardo itinerante. Tabligh Eddawa. Ma il ragazzo ama leggere e si mette a studiare. La letteratura, specialmente. Il Corano e le scienze umane. Si accorge che il futuro dei casseurs è “una pera di eroina” o una motocicletta sgommante (il video di Soldat de plomb). Così tira le fila del suo sradicamento. Se ne va, abbandona la mecca francese e parte per il Marocco, dove incontra i maestri di al-Qadiria al-Butchichia. Abbraccia il sufismo, ritrova la pace, e nel frattempo recita spoken word.

E Ramadan? Gradirebbe questo pacifismo tanto risoluto quanto angelico? Per suo nonno, Hasan al-Banna, il fondatore dei “Fratelli Musulmani”, i dervisci come Al Malik erano musulmani light che andavano esclusi da ogni forma di governo islamico. Chissà che fine avrebbero fatto i rapper. Ramadan ovviamente dichiara di aver “preso le distanze” dai suoi antenati, anche se gli ha dedicato la sua tesi di laurea e più di qualche saggio.

La verità è che Al Malik è una spina nel fianco del ‘riformismo’ salafita. Uno che dice come la pensa, che predica la non violenza, l’astinenza e la temperanza, e se frega degli shatahat. Gli estremisti non lo capiscono. I moderati lo tollerano solo perché nei suoi testi glorifica il Profeta. Per i liberali i suoi discorsi puzzano di moralismo. Ma questo cantore delle periferie ha centrato il problema. Non esiste un solo Islam. La fede non deve per forza coincidere con l’ideologia. E la (sua) musica rappresenta un’alternativa alle nicchie radicali e fondamentaliste.

Le scelte di Al Malik mostrano ancora una volta come la battaglia per la libertà nel mondo islamico è combattuta innanzitutto dai musulmani. Questo scontro %C3

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2 COMMENTS

  1. Che commento articolato!
    Che commento articolato! devo presumere che non sei andata oltre le prime tre parole o che del resto non hai capito niente?

    Complimenti a Santoro.

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