Home News Il rapporto con la Cgil pesa nella corsa alla sucessione di Montez

Il rapporto con la Cgil pesa nella corsa alla sucessione di Montez

0
50

Questa volta Luca Cordero di Montezemolo aveva, considerando astrattamente il merito, assolutamente ragione. Le grandi confederazioni sindacali, a iniziare dalla Cgil, corrono il rischio di rappresentare sempre meno il lavoro dipendente privato. E anche nel pubblico tendono a difedere un po’ troppo i fannulloni, creandosi qualche problema in prospettiva persino in quel settore, rispetto a chi ha meriti e capacità. Per capire come spiri il vento, basta analizzare il voto operaio al Nord come questo premi i partiti di centrodestra.

E oggi in particolare l’idea cigiellina di ostacolare la detassazione degli straordinari - magari proponendo come fa quell’estremista di Gianni Rinaldini, segretario della Fiom, l’impossibile detassazione degli aumenti contrattuali - è accolta con vero disappunto dalla base operaia, che legge questa scelta dei vertici sindacali come una volontà di controllo centralistico superiore a quella di distribuire risorse ai loro rappresentati.

Che questa sia la situazione d’altra parte lo illustra bene uno che negli obiettivi è uno scalmanato massimalista, ma nell’analisi è un realista, Giorgio Cremaschi leader dei duri più duri della Fiom, che a Liberazione, il 20 giugno, ha spiegato come l’azione confusa della sinistra “spinge la delusione operaia in braccio alla rabbia del gioiellere”. Più o meno l’analisi montezemoliana.

Naturalmente il presidente di Confindustria dovrebbe avere un linguaggio più misurato. Soprattutto quando si “rompe”, si deve essere pacati per evitare inutili tensioni. Nel caso particolare vale assolutamente l’analisi di Rina Gagliardi su Liberazione, 23 giugno: “Montez ha il vizio di parlare – a Roma si usa dire ‘parlare a schiovere’”. La Gagliardi che è molto amica di Fausto Bertinotti, conosce bene i meccanismi psicologici di questa coazione a dichiarare.

Le cose a Reggio Emilia sono andate così: un’assemblea sinceramente irritata con il governo e i sindacati ha applaudito il presidente di Assindustria Gianni Borghi, che aveva fatto un discorso duro ma molto nel merito. Altrettanto determinato e chiaro era stato Alberto Bombassei, vicepresidente nazionale che tratta le questioni sindacali. Poi aveva preso la parola Montezemolo che aveva cominciato a menarla sui suoi temi dell’antipolitica (parlando della qualsiasi: dall’insoddisfacente progetto politico dell’opposizione al metodo per sostituire i capi delle forze dell’ordine), sfuggendo come al solito il merito dei problemi confindustriali. L’assemblea reggiana un po’ stufa della solita retorica gli attribuiva applausi stitici. E allora il presidentissimo si è lanciato nell’attacco, sacrosanto ma non calibrato, al sindacato. Ricevendo immediatamente un sacco di applausi.

Anche se Montezemolo non è proprio il nostro ideale di presidente della Confindustria non per questo apprezziamo il grande seguito di scemenze di commento alla sua esternazione: black bloc della politica, gli ha detto Giovanni Russo Spena. Rischi di diciannovismo ha detto l’inconsistente Guglielmo Epifani e così via. In ogni caso il dichiaratore folle di fronte al largo insuccesso raccolto dalla sua estemporanea uscita, ha abbozzato una via di ritirata, non del tutto chiara.

Il problema di fondo -  qualcuno pare avergli spiegato - è la coerenza tra il suo programma iniziale, che faceva dei rapporti con la Cgil la chiave di differenziazione con la Confindustria damatiana, e gli esiti presenti, che sembrano dar ragione in tutto e per tutto all’industriale napoletano condannato alla damnatio memoriae. E’ evidente comunque che il punto politico proposto dall’assemblea di Reggio Emilia (quanto sia percorribile un rapporto a tutti i costi e sempre con “tutta” questa Cgil) sarà fondamentale nel definire il profilo del successore di Montezemolo.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here