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Il rapporto di Petraeus mette a nudo l’imperialismo iraniano

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di Barry Rubin

Il rapporto del generale David H. Petraeus sulla guerra in Iraq era atteso da tutti a Washington. Le aspettative si sono fatte via via sempre più importanti, come se Petraeus dovesse liberare messianicamente l’America da un problema in apparenza irrisolvibile. Adesso Petraeus ha finalmente parlato e ha fatto un buon lavoro. Nella sua analisi e nel suo piano ci sono alcuni paradossi, ma vista la natura della questione era inevitabile che ci fossero.

Per i democratici, desiderosi di ritirare i soldati americani dall’Iraq, Petraeus è diventato una specie di tormento. Allo scopo di dimostrare il loro patriottismo e il loro sostegno alle truppe, inizialmente lo hanno elogiato. Ora, però, non condividendo alcune delle cose da lui dette, stanno dando prova di grande vigliaccheria nel trovare pretesti per criticarlo.

Petraeus ha affrontato tre temi chiave.

Primo, ha detto che il “surge” sta funzionando. I terroristi sunniti sono stati costretti alla ritirata. In considerazione di come sta cambiando il corso degli eventi, alcuni leader delle tribù sunnite e persino ex rivoltosi hanno cambiato sponda. Nella battaglia contro le milizie sciite radicali, sono stati catturati i leader di maggior spicco. “Gli obbiettivi militari del surge sono stati in gran parte raggiunti”, conclude.

Secondo, grazie ai progressi fatti, a metà 2008 sarà possibile avviare il ritiro di una parte del contingente americano.

Terzo, gli Stati Uniti in Iraq stanno combattendo una guerra contro l’Iran. Il Corpo delle Guardie della Repubblica Iraniana ha addestrato, armato, finanziato e persino guidato gli estremisti sciiti che “hanno assassinato e rapito i leader del governo iracheno, ucciso e ferito i nostri soldati con ordigni esplosivi a tecnologia avanzata forniti dall’Iran, e bombardato i civili in maniera indiscriminata… E’ sempre più evidente… che l’Iran… stia cercando di trasformare le forze radicali sciite irachene in una forza simile ad Hezbollah allo scopo di realizzare i propri interessi e di combattere una guerra per procura contro lo stato iracheno e le forze di coalizione in Iraq”.

Petraeus è riuscito da solo a cambiare la direzione del confronto sull'Iraq negli Stati Uniti? E' difficile da credere, ma quel che è certo è che sta avendo un effetto dirompente. Il suo giudizio equilibrato rafforza, allo stesso tempo, la convinzione nelle possibilità di successo, la speranza che la fine della missione è vicina e i presupposti alla base della guerra per cui è necessario combattere un nemico pericoloso che deve essere fermato.

Tutto ciò è davvero impressionante, e anche se alcuni punti di questa analisi possono essere contestati e Petraeus avesse in qualche modo torto, quello che ne viene fuori, in circostanze così difficili, è comunque il miglior piano d'azione possibile. Ovviamente, impegnando più un numero maggiore di soldati e continuando l’offensiva, l’esercito statunitense ha ottenuto più successi. Tuttavia, per lo stesso motivo, ci si può aspettare una vittoria relativa solo nel caso in cui prosegua tale impegno ad alto livello.

Contemporaneamente, gli insorti potranno trovare nuove soluzioni per contrastare i successi americani, cercheranno di sabotare qualsivoglia forma di stabilità e di sopravvivere alla resistenza degli Stati Uniti. Quanti hanno lasciato le file dei ribelli non torneranno indietro finchè continueranno a trarre vantaggio dalla loro scelta. La società irachena non è cambiata e la battaglia tra sunniti e sciiti per il potere non ha ancora una soluzione. Va inoltre considerato che il conflitto per il momento è a bassa intensità per il fatto che la maggior parte delle forze sciite sta risparmiando munizioni e truppe per una futura guerra civile.

Le conclusioni di Petraeus hanno pertanto qualcosa d'ingenuo e illusorio. Nondimeno, ed è cosa molto più importante, il generale ha aperto una finestra di opportunità che offre agli Stati Uniti una giusitificazione per il ritiro nel contesto di una vittoria e non di una sconfitta. Quindi Petraeus ha ridotto la distanza tra coloro che vogliono continuare a combattere indefinitamente e coloro che vogliono invece il ritiro immediato.

La guerra in Iraq può essere salvata in termini politici solo se l’opinione pubblica americana crede che gli Stati Uniti abbiano fatto il proprio dovere, mantenuto le promesse e indebolito gli insorti al punto da poter affidare la direzione della guerra al governo iracheno e ritirare la maggior parte del proprio esercito in un periodo ragionevole di tempo. Con un po’ di fortuna e un'esecuzione efficace sul campo, gli Stati Uniti possono ancora uscire fuori dal caos iracheno in buone condizioni.

Tuttavia, c’è ancora il terzo elemento dell’analisi di Petraeus. Il generale ha chiaramente e onestamente detto alla popolazione americana e al mondo che la guerra è stata così lunga, sanguinosa e terribile perché l’Iran e la Siria hanno cercato di fare dell%E2

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2 COMMENTS

  1. Il rapporto di Patreus mette a nudo l’imperialismo Iraniano.
    Non cesserò mai di insistere nel dire che per
    vincere in Iraq, a mio parere, occorre chiudere
    le frontiere tra l’Iraq e l’Iran. Mi sembra di
    ricordare che Israele, per impedire il transito
    sui valichi di frontiera ha istallato una serie
    di “robot” telecomandati a distanza riuscendo
    così nell’intento di sigillare il confine e
    impedire ai terroristi di attraversarlo e di non
    fare più danni. Se gli USA facessero lo stesso
    avrebbero almeno neutralizzato la loro arma mi-
    gliore che è quella delle autobomba. Non avendo
    più rifornimenti dall’Iran i terroristi iracheni
    sarebbero ridotti all’impotenza.

  2. ancora una volta non si guarda il vero nemico…
    anche questa volta, come in corea e poi in vietnam, gli americani finiscono per non poter combattere chi dovrebbero.
    in corea erano i cinesi. mac arthur han dovuto fermarlo, altrimenti quello chissà dove ci portava.
    così in vietnam, nell’ipocrisia generale, si consentiva che si armassero, rifornissero, istruissero fino a sostituirsi probabilmente agli stessi vietnamiti nelle operazioni, poco sopra i confini del paese.
    si può anche sottolineare che ancora oggi i cinesi e i russi hanno impedito risoluzioni più drastiche contro i generali birmani. affossano il darfur. strangolano il tibet nell’indifferenza più letale.
    poi l’inefficacia delle politiche delle relazioni internazionali hanno generato i khomeinisti che certamente han fatto tesoro di quanto imparato da ho chi mihn.
    e stavolta c’è il petrolio di cui abbiam scelto di dipendere senza combattere con uno sviluppo tecnologico.
    naturalmente combattere l’iran e la siria lo ritengo impraticabile visto quanto si è visto in iraq. ha sicuramente ragione il generale petreaus sui mandanti. che son armati ed appoggiati da russi e cinesi.
    il colpo definitivo ce lo daranno i democratici prossimi venturi che molleranno il campo per tagliare i costi. chissà dove finirà il dollaro.
    l’unica utopistica vendetta ipotizzabile in quell’area mediorientale rimane uno sviluppo tecnologico concreto sull’energia.
    bisognerebbe investire sulla ricerca invece che su aerei come l’eurofighter perchè una guerra, anche se certo meno ipocrita dell’attuale, non siamo in grado di farla.
    per fortuna, probabilmente.

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