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Il rapporto Stern tra crescita economica e gli albori della Rivoluzione “climatica”

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Il rapporto Stern commissionato dal Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown  e recentemente pubblicato ha suscitato notevole impressione nell’opinione pubblica mondiale.
La relazione di più di 600 pagine  pone come tema di fondo la necessità di rispondere attraverso un coordinamento globale a quella che, come sostiene il rapporto, è un fenomeno oramai ampiamente dimostrato da anni di ricerche e dall’esperienza quotidiana.
I cambiamenti climatici avranno un impatto rilevante su quelli che sono gli elementi necessari per la vita di che vive in ogni continente. L’accesso alle risorse idriche, la produzione di alimenti saranno tutti messi a rischio da questi fenomeni di modificazione del clima.
Secondo i calcoli del rapporto di Sir Nicholas Stern i cambiamenti climatici costeranno da un minimo del  5% del PIL mondiale all’anno ad un massimo del 20% se viene ampliata la gamma dei rischi e dei relativi effetti.
Al contrario il costo di ridurre l’emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera è  valutata nell’ordine dell’1% all’anno.
Il prezzo di non agire è quindi maggiore di quello dell’azione secondo l’economista britannico.
Tutti i paesi verranno colpiti ma quelli più poveri saranno quelli che per primi e in maggior misura pagheranno il prezzo delle modificazioni del clima subendo carestie, alluvioni o altre devastazioni naturali, sebbene siano stati quelli che hanno contribuito di meno alle cause di questi cambiamenti.
Il processo d’adattamento ai cambiamenti climatici è il punto focale del rapporto secondo il quale i prossimi 30 anni saranno determinanti per potere stabilizzare la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera  e minimizzarne i costi.
Si tratta quindi di rendere le emissioni  di anidride carbonica una comodity che abbia perciò un mercato con un prezzo deciso dall’incrocio di domanda e offerta  appropriatamente regolamentata; di favorire l’innovazione tecnologica che aumenti l’efficienza delle tecnologie e ne riduca i costi complessivi ;infine di  educare a una nuova cultura di rispetto dell’ambiente.
Gli elementi chiave per costituire una cornice internazionale entro cui operare secondo il rapporto Stern sono :

  1. favorire i sistemi di scambio dei diritti di emissione a livello internazionale e farli funzionare nei paesi in via di sviluppo o di nuova industrializzazione( basti pensare che già oggi la Cina è il più grande produttore di emissioni di anidride carbonica al mondo);
  2. cooperazione nello sviluppo di nuove tecnologie i cui fondi dovrebbero per lo meno raddoppiare, focalizzando la ricerca nello sviluppo di tecnologia a basse emissioni di CO2;
  3. la necessità di azioni per ridurre la deforestazione che da sola conta di più delle emissioni di un anno dell’intero  settore dei trasporti.

Questa presentazione rende l’idea di come, sebbene non sia del tutto  chiaro se i nostri tentativi di invertire il processo abbiano possibilità di successo, quello che viene qui proposto non è semplicemente una politica terzo-mondista e populista alla Pecoraro Scanio & company, quanto piuttosto l’esposizione della necessità di cambiare in modo sostanziale il nostro stile di vita e la sua cultura.

Come giustamente già sottolineato molti partiti dell’area del centro destra  europea (  per esempio i conservatori britannici di David Cameron ) hanno compreso la necessità di non solo confrontarsi con la modificazione del clima, ma  anche con l’esigenza di guidare questo processo.

Negli Stati Uniti di Bush mentre i Democratici propongono politiche di riduzione delle emissioni, i Repubblicani Schwarzenegger, Governatore della California, e Bloomberg, Sindaco di New York, agiscono e firmano impegnativi programmi di riduzione delle emissioni di CO2 per i prossimi decenni.

In Italia invece durante la discussione della Finanziaria è ancora oggi dubbio se il livello di spesa per la ricerca scientifica verrà tenuto allo stesso livello degli anni precedenti.

Ma perché molti partiti del centro destra sostengono oggi  queste politiche che fino a poco tempo fa apparivano traballanti?

Innanzitutto la risposta sta nel fatto che al cuore della “questione climatica” sta il principio di responsabilità delle proprie azioni.

Se noi che ci diciamo conservatori liberali vogliamo offrire una “nuova” proposta culturale e politica dobbiamo riconoscere che la “questione climatica” è senz’altro un veicolo formidabile per promuovere, diffondere e riaffermare la tradizione del principio di responsabilità.

In secondo luogo, dal punto di vista del realismo politico la possibilità di sviluppo economico derivante dalla spinta all’innovazione e quindi a nuovi ingenti  investimenti offrono la prospettiva di un vantaggio strategico derivante dalla creazione di una nuova economia che ha la potenzialità di diventare rivoluzionaria  assicurando che  quel gap tecnologico tra Occidente e il resto del mondo che oggi si sta gradualmente riducendo soprattutto con i paesi asiatici, rimanga invece inalterato

La rivoluzione climatica è, quindi, prima di tutto un fatto culturale, poi economico e politico che ha la potenzialità di rovesciare molti di quei rapporti di forza che fino ad oggi apparivano come consolidate, prima tra tutte la fine della dipendenza energetica dai produttori di idrocarburi.

 

L’indifferenza alla “questione climatica” non è un’opzione.

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