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Conte e i suoi fratelli

Trecento esperti e un governo-ombra per blindare la maggioranza

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Evviva evviva. Da un’intervista del premier Conte a “Repubblica” scopriamo che mentre noi credevamo il governo intento a pensare a tutt’altro e fermo a carissimo amico per quanto riguarda il programma di impiego dei fondi europei, in realtà sul Recovery Fund è tutto fatto. Individuazione delle aree di intervento, selezione dei sessanta progetti, strutturazione della governance che dovrà gestire la complessa pratica. Resta solo da coprire con i nomi giusti le sei caselle dei super-manager che dovranno coordinare il tutto e le trecento della task force che li affiancherà, mentre è già nota l’identità del triumvirato al quale la struttura farà capo: il presidente del Consiglio, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, quello dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli. E, sempre per bocca di Conte, sappiamo che il nuovo pool di tecnici sarà dotato alla bisogna anche di poteri sostitutivi rispetto alle normali strutture decisionali.

Ora, i problemi interni alla maggioranza sono evidenti anche a chi non li volesse vedere. Ed è altrettanto evidente che dopo settimane di immobilismo, e a pochi giorni dal voto cruciale sulla riforma del Mes, tutto questo serva a blindare la compagine che sostiene l’esecutivo più che a immaginare gli strumenti più adeguati per disegnare il futuro del nostro Paese.

Nessuno ovviamente ritiene che la partita del Recovery possa essere gestita con mezzi ordinari. E va pure detto che l’opposizione non ha fin qui dato prova di essere consapevole dell’importanza della partita e di volersi mettere realmente in gioco. Ma un punto appare ineludibile: dalla gestione di questo fiume di denaro, quando arriverà, passa anche la ricostruzione morale del Paese. Pensare che tutto ciò possa essere affrontato a suon di equilibrismi interni alla maggioranza non è una prospettiva confortante. Né, a dirla tutta, lo è il fatto che le decisioni sulla gestione di una impresa del genere vengano comunicate su “Repubblica”. E’ vero che su “Repubblica” abbiamo appreso anche le innovazioni pontificie rispetto al catechismo della Chiesa cattolica, però insomma…

Riavvolgiamo il nastro di questi mesi. Abbiamo alle spalle il “piano Colao”, gli “stati generali” di Villa Pamphili. Assistiamo ogni settimana al balletto dell’assurdo per il quale sui colori delle regioni ha diritto di vita e di morte la “cabina di regia” tecnica, mentre se il comitato tecnico-scientifico sconsiglia al governo di chiudere i ristoranti improvvisamente l’esecutivo decide di riaffermare il primato della politica. Non sarebbe il caso di rivedere la governance di questa crisi? Non sarebbe il caso di restituire centralità al circuito rappresentativo della sovranità popolare?

A fronte di un’esperienza allucinante come quella dei Dpcm, con strumenti amministrativi di normazione secondaria utilizzati per comprimere libertà costituzionali e un controllo parlamentare pari a zero, leggere il presidente del Consiglio che si impegna a “riferire” al Parlamento sull’utilizzo di cifre dell’ordine di qualche centinaio di miliardi dà i brividi. Per tenerci bassi – e, lo ribadiamo, nella piena consapevolezza della straordinarietà della situazione – il minimo sarebbe immaginarsi che a fronte di strutture eccezionali sul versante dell’esecutivo corrispondano strutture eccezionali nell’ambito del controllo parlamentare.

Se fossimo un Paese serio, il pericolo che la lesione già aperta in questi mesi si allarghi ulteriormente sarebbe una preoccupazione comune. Poiché a volte sembriamo non esserlo, il rischio è scrivere un altro capitolo della storia della Repubblica delle Banane che sta andando in scenda da qualche tempo.

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