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Il caso Icesave

Il referendum in Islanda è un’altra spia del sentimento anti-europeo

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Con il 93.2% dei voti gli islandesi hanno detto no al rimborso a Gran Bretagna e Paesi Bassi dei debiti contratti dalla banca islandese Icesave, vittima della crisi finanziaria del 2008. Si tratta di 3.8 miliardi di euro persi da cittadini britannici e olandesi che avevano aperto un conto con la banca online del gruppo bancario Landsbanki, il secondo dell’isola. I governi britannico e olandese hanno già provveduto al risarcimento dei crediti ed hanno chiesto all’Islanda di essere rimborsati.

Un accordo tra i rispettivi governi, firmato l’anno scorso, aveva stabilito le modalità del pagamento, previsto entro il 2024. Il parlamento islandese aveva approvato un progetto di legge che prevedeva che lo stato si portasse garante dei debiti della banca e rimborsasse quindi Gran Bretagna e Paesi Bassi. Progetto di legge che il presidente Olafur Ragnar Grimsson ha rifiutato di promulgare, dopo aver ricevuto una petizione di 320.000 cittadini contrari. Si è arrivati cosi al referendum, il primo nel paese dalla data di indipendenza dalla Danimarca nel 1944.

Gli islandesi ritengono ingiusto il pagamento dei debiti di una banca privata e sperano che proseguendo nei negoziati si possa giungere ad un accordo più favorevole con Gran Bretagna e Olanda. “I cittadini islandesi vogliono rimborsare chi ha perso i soldi, ma vogliono un accordo giusto”, ha affermato il presidente Grimsson. Secondo Grimsson un accordo giusto equivarrebbe ad un pagamento della sola quota di garanzia sui depositi. Il capo di Stato ha inoltre incitato il premier britannico Gordon Brown a “prendere immediatamente un’iniziativa” per trovare una soluzione meno incresciosa per il popolo islandese.

Il referendum ha dato occasione agli islandesi, che nel 2007 hanno visto scendere i propri redditi del 30 per cento, di protestare contro le banche e la classe politica di Reykjavik, considerati responsabili della situazione. Un anno dopo la “rivoluzione delle pentole” che aveva portato alle dimissioni del primo ministro conservatore Geir Haarde, gli islandesi tornano in piazza al grido di “No icesave! Salvate piuttosto le nostre case”. Il primo ministro isalndese, la socialdemocratica Johanna Sigurdardottir esclude le dimissioni del governo, affermando la necessità di proseguire il dibattito fino al raggiungimento di un accordo.

Da Londra e da L’Aia arrivano segnali di apertura: il ministro delle finanze britannico Alistar Darling ha espresso la flessibilità del proprio governo: “Il punto fondamentale per noi è riavere indietro quei soldi, ma i termini e le condizioni sono negoziabili. Non è nel nostro interesse mettere in ulteriore difficoltà l'Islanda, vogliamo che sia parte del processo di integrazione europeo. Non possiamo dire a un piccolo paese come l’Islanda di rimborsarci subito. Dobbiamo essere ragionevoli. Per riavere i soldi ci vorranno molti, molti anni.”

La Commissione europea ha dichiarato, attraverso un portavoce, di «prendere nota» del risultato del referendum, ribadendo di aver già dato il suo assenso per il  prosieguo delle negoziazioni per l’ingresso dell’Islanda nell’Unione, previsto nel 2012. La decisione è ora “nelle mani degli Stati membri”.
L’Islanda, fino a qualche anno fa fieramente contraria all’ingresso nell’Ue, ha iniziato il processo di candidatura nel luglio scorso, dopo che la crisi economica aveva duramente colpito il paese. Se l’attuale primo ministro Johanna Sigurdardottir punta tutto sull’ingresso nell’Ue, i cittadini islandesi non sembrano della stessa opinione.

L’affare Icesave non ha fatto che accrescere il sentimento antieuropeo degli islandesi. Attualmente, oltre la metà degli abitanti dell’isola è contraria all’adesione, quasi il doppio rispetto al 2008. Il timore degli islandesi riguarda soprattutto la pesca, settore di importanza vitale per l’economia, che costituisce il 70% dell’export nazionale. Un eventuale ingresso nell’Unione europea costringerebbe gli islandesi a rinunciare alla caccia alla balena e a esporsi alla concorrenza francese e spagnola nel commercio ittico.

Il referendum di sabato rischia inoltre di ritardare il versamento del prestito di 3.3 miliardi di euro promesso dal FMI e dai paesi scandinavi, indispensabile per l’uscita del paese dalla crisi.
 

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