Il regime di Teheran impone il silenzio sui blog

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Il regime di Teheran impone il silenzio sui blog

19 Settembre 2007

“La storia contemporanea
della lotta per la democrazia è piena di esempi di come l’informazione e le
tecnologie della comunicazione (ICTs), come Internet ad esempio, hanno aiutato i
movimenti politici dissidenti ad erodere i regimi autoritari in giro per il
mondo. In Pakistan, recenti contromisure del governo per tentare di limitare
l’accesso ai siti web continuano ad incontrare una dura resistenza messa in
atto da parte degli utenti pakistani di internet. Ancora più interessante è il
fatto che, in Zimbabwe, l’opposizione democratica ha resistito al regime di
Robert Mugabe ed al suo monopolio sulle fonti d’informazione nelle zone rurali,
mandando bollettini contenenti le notizie quotidiane via mail proprio ai siti
di questi villaggi rurali, dove queste notizie sono poi distribuite alla
popolazione da bambini in bicicletta… Il caso dell’Iran è un esempio
interessante del potenziale democratico di internet. L’espansione di questo
mezzo di comunicazione nel contesto del conflitto crescente tra le fazioni
riformiste e conservatrici indica l’importanza crescente di internet nella
politica iraniana”. Ecco come Babak Rahimi, dell’Istituto Universitario
Europeo di Firenze, inizia il suo studio intitolato
“Cyberdissidenti”: Internet nell’Iran rivoluzionario.

A riprova di quanto internet
sia importante in Iran si consideri la storia di Sina Motalebi, arrestato il 20
aprile 2003, per via della sua attività di giornalista e blogger e delle sue
interviste con i media stranieri. Dopo aver passato 23 giorni in cella
d’isolamento, Motalebi ha deciso di lasciare la madrepatria per trasferirsi in
Olanda, dove ha chiesto asilo politico. In seguito ha deciso di raccontare la
sua esperienza nel suo weblog e nel corso di una conferenza stampa organizzata
dal Human Rights Watch (l’Osservatorio per i Diritti Umani) e da Reporters sans
Frontières. A questo punto l’apparato giudiziario iraniano non ha potuto fare
altro che prendersela con il padre di Sina, Saeed, il quale è stato accusato di
aver favorito la fuga di suo figlio, nonostante Sina, in realtà, avesse
lasciato l’Iran legalmente. 

Sfortunatamente, Sina Motalebi
non è stato che il primo di una lunga serie, infatti poco dopo è arrivato il
turno di Mojtaba Saminejad, studente di giornalismo all’università di Teheran,
arrestato nel novembre 2004 e poi nel febbraio 2005. Secondo i suoi
sostenitori, Saminejad è stato arrestato per aver pubblicato sul suo blog la
notizia dell’arresto di altri tre bloggers. L’accusa ufficiale parla invece di
insulti al capo di Stato iraniano. Gli vengono comminati due anni e dieci mesi
di prigione, ma ad un certo punto l’accusa cambia e si fa molto più seria:
Saminejad deve ora rispondere di insulto ai profeti: significa in pratica
fronteggiare la pena capitale in accordo con l’Articolo 512 del codice penale islamico.
Il 13 settembre 2006, Mojtaba viene finalmente rilasciato dopo aver sofferto 88
giorni di prigione durante i quali ha subito numerose torture.

Ecco
un estratto da un altro “case study”, questa volta di un autore
dell’università di Oslo, Peder Are Nøstvold, che ha meticolosamente analizzato
la comunità dei bloggers iraniani che scrivono in persiano e inglese,
autodefinitasi “weblogestan” (l’equivalente persiano di blogosphere),
il che è tutto dire.

“Il
mio monitoraggio di questa selezione di blog si è esteso dalla primavera del
2004 fino all’inizio dell’autunno dello stesso anno, quindi da aprile fino a
metà settembre. Ho trovato evidente il fatto che la censura dei blog iraniani
in lingua inglese è andata aumentando proprio durante il mio periodo di studio,
tra le altre cose, questa censura montante è divenuta più evidente a settembre
che ad aprile. La maggior parte dei blog curati dagli addetti ai lavori che ho
studiato facevano chiari riferimenti a più censure e oscuramento di siti
web”.

Nøstvold
non ha scoperto niente altro che la verità. Infatti il regime di Teheran si è
reso protagonista di numerosi episodi di censura e soprattutto nei confronti
dei bloggers che avevano ed hanno maggiori possibilità di sfuggire al controllo
statale. Non è infatti molto facile risalire ad una identità particolare
partendo da un blog e questo ha reso possibile l’anonimato di autori come
Motalebi o Saminejad (entrambi peraltro molto giovani). Per dare un’idea di che
cosa sta succedendo nella blogosfera iraniana, scusate, nel weblogestan… vale
la pena leggere anche uno stralcio dell’articolo di Craig Taylor, apparso sul
Magazine dell’Università di Toronto.

“All’inizio
di aprile, qualche mese prima delle elezioni generali di Teheran” scrive
Taylor, “Hossein Derakhshan ha fatto uno scherzo ai lettori del suo
giornale politico persiano, pubblicato sul suo sito web all’indirizzo www.hoder.com .
Hossein aveva annunciato in precedenza sul suo sito che stava pianificando un
ritorno a Teheran per assistere a quelle che lui si aspettava essere le
elezioni più trasparenti mai tenutesi nel suo paese. Scrivendo dalla sua cucina
di Toronto, Derakhshan stava iniziando a far credere ai lettori del giornale
online che era arrivato a Teheran in anticipo, molto prima delle elezioni
previste per giugno. Faceva anche commenti sul traffico e sul tempo. Poi ha
mostrato una foto di un melograno fresco, facendo finta di averlo appena colto.
Molti dei suoi lettori non credevano che egli fosse davvero tornato
in Iran. Ma sul suo sito Hossein pubblicava solo i commenti di coloro i quali
credevano alle sue asserzioni. Per alcuni giorni ha filtrato i commenti che
riceveva, censurando allo stesso tempo tutti quelli che obiettavano la sua
ubicazione e amplificando coloro i quali invece si fidavano di quello che lui
diceva. Dopo una settimana Derakhshan ha iniziato a ricevere e-mail del tipo
“So che sei a Teheran, perché non mi contatti?”. “Alla
fine ho pubblicato una foto che mi ritraeva con in mano il New York Times
di quel giorno mentre ero davanti ad un monumento di Toronto,” dice
Hossein, ridendo. “Non ero in Iran”. Quello scherzo era in realtà una
lezione di manipolazione politica. “Questo è esattamente quello che il
regime iraniano sta facendo al popolo. Stanno controllando le informazioni e
stanno facendo credere alle persone che la verità consiste in quello che loro
stessi filtrano. Succede sempre. Questo tipo di filtraggio della verità è
proprio ciò contro cui mi sto battendo”.

Controllare
le informazioni, guarda caso, è sempre stato uno degli obbiettivi primari delle
dittature. Abbiamo ancora tutti negli occhi i filmati realizzati dall’Istituto
Luce che esaltavano l'”uomo nuovo” italiano, senza scomodare quelli
che il regime del Furher in Germania mostravano alle persone sane come fosse
necessario ed auspicabile eliminare i frutti marci della comunità, intesi come
individui diversamente abili. Non ci si può quindi stupire di come l’Iran di
Ahmadinejad, dal giorno della sua elezione nel 2005, abbia via via adottato
misure sempre più restrittive nel campo della comunicazione online, partendo da
quella che era già di per sé una base poco democratica. L’Iran occupa infatti
il secondo posto nella graduatoria del Medio Oriente, dopo Israele, per numero
di accessi ad internet, cosa che all’inizio era stata sfruttata a vantaggio
della popolazione dei blogger e degli attivisti online i quali si servirono di
quest’onda lunga per aggirare le normative piuttosto severe in materia di
libertà di stampa.

Il
modo in cui il regime di Teheran riesce a controllare gli accessi ad internet è
semplice ma allo stesso tempo difficile da aggirare. Ogni Internet Service
Provider (ISP) deve infatti essere approvato dalla Compagnia delle
Telecomunicazioni iraniana e dal ministero della Cultura e dell’Orientamento
Islamico. Ma non basta: una volta passato questo ostacolo si deve anche
implementare all’interno del proprio ISP un software in grado di controllare il
contenuto sia dei siti web che delle e-mail; in pratica ogni e-mail inviata
verrà vagliata da questo software e monitorata dall’alto. Non c’è nemmeno il
modo di aggirarli questi controlli governativi, visto che ogni provider rischia
grosso se omette di girare informazioni scottanti al governo. Prova ne sia che almeno
una dozzina di provider che non hanno utilizzato i filtri giusti sono stati
oscurati dal governo. L’elenco dei siti web “bannati” (slang
“internettiano” che sta per oscurati) dal governo comprende invece
almeno 15.000 indirizzi.

Il
mezzo attraverso cui il governo iraniano filtra i siti web o i blog
“indesiderati” consiste in un software sviluppato a San Jose,
California, dalla Secure Computing società che ha recentemente accusato il
regime di Ahmadinejad di utilizzare il suo programma senza averlo regolarmente
acquistato. Questo “software-filtro” denominato
“SmartFilter”, è in grado di impedire l’accesso ai più svariati siti
e a seconda delle impostazioni. Basti pensare che gli utenti di internet
iraniani fino a poco tempo fa non potevano accedere a Youtube, Amazon, alcuni
siti del New York Times e ai website dei diritti dei gay e delle
lesbiche oltre che ad Amnesty International e a Blogger.com.

Tuttavia
non esiste solo l’informatica come metodo per bloccare gli aspiranti
giornalisti. Il regime di Teheran infatti sa utilizzare i più svariati mezzi
dissuasivi. Abbiamo tentato di raggiungere via mail alcuni dei blogger
arrestati a causa delle loro idee democratiche come ad esempio Sina Motalebi e
Mojtaba Saminejad, che a tutt’oggi tengono i loro blog aggiornati. Mentre
Motalebi non ha mai risposto alle nostre e-mail, Saminejad ha inviato una
cortese e amichevole missiva in cui assicurava una risposta alle domande da noi
inviategli (peraltro nemmeno troppo scomode), solo che la risposta in questione
non è mai arrivata. Che dire invece di Hossein Derakhshan, fino a poco tempo fa
una voce a dir poco dissidente nei confronti della Repubblica Islamica e che
oggi, stando alla seguente intervista sembra invece essersi convinto della
bontà intrinseca del regime di Ahmadinejad e Khamenei?

A.H. Se per ipotesi mi
spostassi a Teheran domani e volessi corrispondere da lì con il mio giornale,
pensi che sarebbe possibile scrivere qualcosa contro il vostro governo da lì, o
credi che un comportamento del genere sarebbe troppo pericoloso?

D. Credo
saresti a posto, guarda per esempio il lavoro che Robert Tait del Guardian
o molti altri giornalisti stanno portando avanti oggigiorno, anche se queste
persone rompono regolarmente le regole di un giornalismo accurato, imparziale e
giusto. Se posso essere onesto con te alcuni di loro li licenzierei. Certi
giornalisti fanno un lavoro di propaganda (e tra loro ci sono anche iraniani)
teso soltanto alla campagna di demonizzazione dell’Iran in ottica
pro-americana. 

A.H. Pensi che il problema
dell’Iran sia collegato alla Sharia, in altri termini, credi che sia giusto che
il potere politico e quello religioso non siano separati?

D. Non
esiste una sola versione dell’Islam sciita in Iran. C’è quello di Khomeini
contro quello di Mesbah. Per quanto riguarda il primo, oggi è rappresentato da
figure tipo Khatami e in un certo senso Khamenei. Questo significa che loro
credono nell’Islam sciita come l’unica via possibile per rendere le persone
consce della loro lotta per l’uguaglianza, l’indipendenza e la libertà.

Comunque,da un punto di vista di tipo marxista fondamentalista o
liberale, la religione non può convivere con la democrazia, l’uguaglianza o la
libertà. Uno dei pochi intellettuali occidentali ad aver capito questa
sofisticata, unica e totalmente nuova ideologia è Michel Foucault. Leggete cosa
ha scritto per il Corriere della Sera per capire come “la
Repubblica Islamica o l’Iran” è mal interpretata e incompresa per via di
un approccio che definirei strutturalista.

%0A

A.H. Potresti spiegare ai
nostri lettori perché hai deciso di lasciare l’Iran?

D. Non è che abbia lasciato il paese per via di pressioni
politiche o roba simile. Ho lasciato l’Iran legalmente nel 2001 e sono
immigrato in Canada (non ho richiesto asilo o cose del genere una volta lì). Ma
il mio blog è filtrato in Iran e sono stato interrogato e obbligato a firmare
una dichiarazione di scuse quando sono tornato. Anche se questo non significa
che lo stato iraniano sia completamente illegittimo, cosa che molti vogliono
sentirsi dire da persone come me. Ho lasciato il paese per vedere il resto del
mondo, ma una volta completati gli studi tornerò, non mi interessano le
conseguenze.

A.H. Ho letto dello
scherzo che hai giocato ai tuoi lettori in occasione delle elezioni del 2005,
che voleva dimostrare il modo in cui funziona il controllo dei media, in
quell’occasione hai dichiarato che quello è il modo in cui agisce il regime in
Iran, cosa pensi che noi giornalisti potremmo fare contro quel tipo di
controllo?

D. Fino a che lo stato [iraniano ndr] non crede che tu sia
supportato dai soldi stranieri o da un altro tipo di organizzazione
e che tu non stia tentando di destabilizzare la società, sei libero di scrivere
e pubblicare qualsiasi cosa. Comunque devo ammettere che anche gli Usa hanno
destabilizzato la società venezuelana e quella dell’Asia centrale unicamente
per servire il loro interesse. Tra le altre cose non dovremmo dimenticarci che,
basandoci su alcuni documenti ora di dominio pubblico, anche la Cia aveva sul
suo libro paga alcuni giornalisti iraniani con lo scopo di screditare Mossadeh
alcuni mesi prima del colpo di stato in Iran nel 1953.

Ecco, secondo il
“nuovo” punto di vista di Derakhshan, il regime iraniano diventa il
luogo di libertà per eccellenza, gli Usa il diavolo tentatore, la Sharia
diviene un regime auspicabile e mal interpretato, i giornalisti in Iran stanno
facendo propaganda pro-Usa e il tutto soltanto due anni dopo l’elezione di
Ahmadinejad alla presidenza. C’è puzza di bruciato e pare che le vie del
signore siano proprio infinite…Che cosa sarebbe successo se Derakhshan non
avesse firmato quel documento in cui si scusava per le sue dichiarazioni?