La guerra e la 'Fonte di pace'

Il ricatto di Ankara e il silenzio dell’Occidente

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L’offensiva turca contro le forze curde – operazione denominata “Fonte di pace” – è iniziata alle ore 21.00 del 9 ottobre 2019: una data “che rimarrà segnata nell’infamia”, per citare le parole utilizzate dal Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, al Congresso, il giorno successivo all’attacco giapponese a Pearl Harbor.

Quello delle forze di Ankara era un attacco prevedibile e già preannunciato da un operazione  aerea su larga scala, che ha visto colpite tutte le basi della milizia curda: ossia di quelle stesse forze che, per prime, sono state l’argine all’Isis, quando tutto il mondo rimaneva, immobile, ad osservare l’avanzata delle bandiere nere.

All’attacco curdo è seguita l’immediata reazione delle forze curde, le quali hanno bombardato le città di confine dando così il via ad un conflitto che non sarà breve e del quale è difficile prevedere l’esito, anche considerando la fragilità del terreno su cui si gioca questa partita.

Le potenze occidentali, invece, pur condannando l’operato di Ankara, alle proteste verbali non hanno fatto e non faranno seguire azioni concrete: Erdogan, difatti, ha saputo incastrare nella rete del ricatto i partner della NATO, l’Unione Europea e gli Stati Uniti; ha saputo sfruttare a suo favore le macchinazioni delle cancellerie, a sostegno del maldestro e fallito golpe del 2016, in cui le implicazioni americane sono state utilizzate come legittimazione di un apertura alla Russia e alle sue forniture militari.  Ancora, Erdogan è riuscito a trarre nella rete anche la stessa Unione Europea, utilizzando l’esodo umanitario come un’arma di ricatto, che costa sei miliardi all’anno alle casse europee. E adesso l’ultimo atto: l’attacco contro le forze curde da sempre odiate, osteggiate e ostacolate da Ankara, che, è bene ricordare, mentre il mondo era scosso dagli attacchi terroristi, che portavano la matrice dell’Isis, assisteva silente ad un traffico illecito di autocisterne, provenienti dai pozzi controllati dalle milizie nere. Nel frattempo, i peshmerga curdi (letteralmente “Prima della morte”) combattevano con il sostegno occidentale le forze islamiche di Daesh, che apparivano inarrestabili. Ancora oggi le immagini delle combattenti donne peshmerga rimangono nella memoria collettiva come un faro di autentico eroismo, in una società, nella quale futilità e disinteresse sembrano adombrare ogni cosa.

Ad ogni modo, probabilmente, gli strateghi turchi non rammentano cosa accadde all’Unione Sovietica quando invase l’Afghanistan, con la resistenza dei Mujaheddin e i lungo logoramento che ne seguì. Forse la storia non si ripeterà, ma il rischio per il regime di Erdogan rimane comunque elevato. Si tratta, pertanto, di un conflitto aperto, con molte variabili e poche definibili certezze, eccetto una: l’infamia del silenzio, quella di cui si è macchiato l’Occidente.

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