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Il rischio boomerang per Veltroni viene dalle urne

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Il conto alla rovescia verso il grande show down delle primarie del Partito Democratico è partito. E ora ai fuochi di artificio della campagna elettorale, al crepitare continuo di litigi, frecciate e fibrillazioni che hanno fatto da rumoroso preludio a quella che, nelle intenzioni di Romano Prodi, avrebbe dovuto essere “una gara tra concorrenti e non tra nemici” si sostituiscono le previsioni e i calcoli sulla possibile affluenza alle urne. Non si tratta di una semplice questione statistica o di una curiosità giornalistica.

I numeri questa volta sono sostanza politica, la cartina di tornasole di un’operazione pompata a livello mediatico per mesi, illustrata come la nuova frontiera della democrazia italiana e ora giunta alla prova dei fatti.

I numeri, appunto. Numeri che raccontano dei 475 collegi in cui è diviso il territorio nazionale, dei 12mila seggi allestiti per l’occasione anche per eleggere i segretari regionali, dei 2400 delegati all’Assemblea nazionale e delle migliaia di rappresentanti alle assemblee regionali, delle liste in corsa a sostegno dei cinque candidati che sono circa 2 mila, dei 35 mila candidati, metà dei quali donne, dei 70 mila volontari. Una macchina imponente, certo. Ma tutto questo è apparato. Il resto è affluenza, partecipazione, calore politico, attesa per assistere alla grande mobilitazione del popolo di sinistra.

E qui scattano i timori. Perché il confronto, inevitabilmente, non potrà che essere con le primarie che incoronarono Romano Prodi nel 2006 come antagonista di Silvio Berlusconi. E quei tre-quattro milioni (veri o presunti) che vennero sbandierati allora costituiscono un precedente pesantissimo con cui fare i conti. Non per niente si è deciso di volare bassi e di proclamare come obiettivo di affluenza la più modesta cifra di un milione di elettori, presentata da Prodi come “una cifra straordinaria”. Una diminutio mica da ridere rispetto a un anno e mezzo fa. Ma da allora molto è cambiato, nel Paese c’è stata una rivoluzione climatica degna di quella sbandierata da Alfonso Pecoraro Scanio alla Conferenza di Roma. Ora è tempo di speranze tradite, di governo unionista in crisi profonda di identità e di consenso, di tutti contro tutti all’interno della maggioranza. E di antipolitica imperante.

Inoltre c’è un altro timore: che la virulenza con cui si è scatenata la lotta fratricida tra i vari candidati, e in particolare tra Walter Veltroni e Rosy Bindi, possa contribuire a far scattare una forma di rigetto tra i potenziali votanti. In questo senso ha colpito l’immaginario di molti la sortita con cui il ministro della Famiglia ha ammonito i suoi seguaci a “vigilare con attenzione domenica sera, perché il peccato originale esiste”. Come dire che, dopo aver insultato e additato come nemico della democrazia Silvio Berlusconi per i suoi sospetti di brogli alle ultime elezioni politiche ora il virus del sospetto si fa strada addirittura dentro una consultazione interna al centrosinistra. Non proprio un viatico dei più luminosi per “la nuova frontiera” del Partito democratico.

Su tutto questo si stagliano i timori interni al governo, ma anche allo stesso Partito Democratico, sull’effetto immediato che la grande consultazione di domenica potrebbe avere sugli equilibri politici interni al centrosinistra. Per molti, Romano Prodi in testa, lo spettro da esorcizzare è quello di un grande plebiscito popolare per il sindaco di Roma. Se Veltroni stravincesse, infatti, le primarie potrebbero trasformarsi per lui in un ascensore a velocità quasi istantanea verso Palazzo Chigi. Se, invece, l’affluenza fosse bassa la sua investitura potrebbe risultare claudicante, se non addirittura zoppa. E la sopravvivenza del presidente del Consiglio, già messa a dura prova dalla sortita mielista-veltroniana sulla necessità di dimezzare il numero dei ministri e sul diktat degli “otto mesi per fare le riforme”, potrebbe risultare puntellata e la coabitazione tra il passato e il futuro del centrosinistra potrebbe diventare meno nervosa.

Il paradosso, insomma, è quello fotografato da Massimo Franco sul Corriere della Sera: se il Partito Democratico uscirà debole dalla consultazione di domenica, Prodi durerà. Se ne uscirà rafforzato, Prodi cadrà. Un’operazione politica al contrario, insomma, che in questo momento accende più timori che speranze. E rischia di trasformarsi in un boomerang per chi, come il premier, ha sponsorizzato da sempre l’operazione nella speranza di cucirsi addosso il suo personale paracadute politico.

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