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Profezie che si avverano

Il ritorno allo Stato servile

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La questione sociale della dignità del lavoro è stata sempre materia centrale del magistero della Chiesa nel corso dei secoli, possiamo realmente dire che l’avvento del cristianesimo ha coinciso con un graduale dissolvimento della schiavitù, seppur, come diremo in seguito, nuove forme di schiavitù si sono affacciate con l’avvento dell’età moderna.

Nel corso della formazione della civiltà cristiana si delineano due dimensioni proprie del lavoro: quella inerente alla fatica del lavoro, inteso, pertanto. come forma di espiazione; e quella inerente alla dignità di ogni singola prestazione lavorativa, indipendentemente dalle mansioni svolte.

In quest’ottica ogni lavoro acquista un valore e coopera alla realizzazione del bene comune.

Inoltre, caratteristica di una societas cristiana, è l’attenuazione delle diseguaglianze (che esistono come dato della natura) per mezzo di una società gerarchica e corporata, dove la garanzia dei rispettivi interessi non deve essere disgiunta dal bene comune.

In epoca recente questa particolare attenzione alla questione sociale e del lavoro viene in luce sotto il pontificato di Leone XIII.

Papa immediatamente precedente a San Pio X, venne eletto pontefice nel 1878, in pieno conflitto tra lo Stato Italiano e la Chiesa.

All’epoca, la vita di milioni di persone veniva sconvolta dalla rivoluzione industriale e dallo sviluppo tecnologico, che produsse drammatici scompensi economici e materiali e un profondo disagio morale tra le masse operaie e contadine.

Di fronte alle sfide dello stato liberale e alla minaccia socialista, Leone propose il cattolicesimo sociale, volle la presenza dei cattolici dentro la società, da protagonisti. Delineò, altresì, una concezione cristiana dello Stato, della libertà e della democrazia (concetti che verranno poi ampiamente ripresi dal Beato Giuseppe Toniolo).

Il suo lascito più importante è certamente l’Enciclica Rerum Novarum, con la quale la Chiesa prendeva una posizione chiara e netta sulla questione sociale, costituendo per i cattolici una sorta di “Magna Carta del lavoro”.

Anche Papa Francesco ha mostrato, fin dall’inizio del suo pontificato, di avere molto a cuore le questioni di carattere economico-sociale ed inerenti al diritto al lavoro, specie per i giovani che senza di esso non possono realizzarsi o immaginare di mettere su una famiglia: “La dignità – ricordava il Papa all’udienza generale del primo maggio 2014 – non ce la dà il potere, il denaro, la cultura, no!. La dignità ce la dà il lavoro! e un lavoro degno, perchè oggi tanti sistemi sociali, politici ed economici hanno fatto una scelta che significa sfruttare la persona”.

Parole ancora più forti sono sta pronunciate di recente dal Pontefice, in un periodo storico in cui l’economia mondiale è afflitta da una pandemia di cui non si riesce a vedere la fine.

All’udienza generale del 26 agosto scorso, così si esprimeva: “Dobbiamo dirlo semplicemente: l’economia è malata. Si è ammalata. È il frutto di una crescita economica iniqua – questa è la malattia – che prescinde dai valori umani fondamentali. Nel mondo di oggi, pochi ricchissimi possiedono più di tutto il resto dell’umanità”.

Analoghe considerazioni le possiamo trovare in un saggio – scritto più di cento anni fa –  dello scrittore cattolico Hilaire Belloc: “Lo Stato servile”.

Nel testo l’autore individua nel distributismo – cioè quella riforma dell’economia che punta ad incentivare la redistribuzione della proprietà secondo i dettami della dottrina sociale della chiesa – una valida e umana alternativa al capitalismo e al comunismo.

Peraltro, il modello economico distributista, era già ampiamente diffuso in epoca medievale: Belloc, spiega come questo sistema inizia a dissolversi quando, con l’avvento della rivoluzione industriale, “al posto di una società nella quale un numero preponderante di famiglie era detentore di terra e capitale, la produzione veniva gestita da corporazioni autonome di piccoli proprietari e la miseria e l’indigenza del proletariato erano sconosciute, subentrò la spaventosa anarchia contro la quale oggi è diretto ogni impegno morale e che va sotto il nome di capitalismo”.

Per capire bene questo passaggio, bisogna fare qualche passo indietro.

Nel libro, infatti, l’autore afferma come con la fine dell’impero romano, a seguito del mutato assetto di interessi, e di un nuovo modello economico permeato dai valori cristiani, venne progressivamente a ridursi la grande proprietà terriera di epoca classica, che faceva leva su una grande manodopera di schiavi ed era organizzata in quelle che erano generalmente conosciute come ville.

Si andavano perciò formando una serie di regole, consuetudini, istituzioni, che avrebbero permesso, nel corso dei secoli, allo schiavo ed ai suoi discendenti di affrancarsi dal proprio padrone: “Man mano che la civiltà medievale si sviluppava, che la ricchezza aumentava e le arti fiorivano progressivamente questo carattere di libertà si faceva più marcato”.

Successivamente, il modello capitalistico, che all’epoca peraltro era ancora agli albori, ebbe il demerito di reintrodurre la schiavitù sotto mentite spoglie. Ed è in questa precisa fase che Belloc abbozza il ritorno della società a quella condizione che definisce Stato servile, ovvero “l’ordinamento di una società nella quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull’intera comunità come un marchio”.

Belloc, individuava il ritorno dello Stato servile, sia in Inghilterra come in altre nazioni, nel distacco forzato di un numero crescente di persone dalla loro proprietà, un processo avviato con la Riforma protestante, allorché i Tudor e i loro alleati aristocratici espropriarono non solo i beni dei monasteri, ma anche le proprietà di decine di migliaia di piccoli agricoltori, lasciandoli così bisognosi da renderli inevitabilmente destinatari della Poor Law dello Stato tudoriano e vittime del suo crescente dispotismo.

I risultati di questo processo, furono le masse senza proprietà dei mezzi di produzione che divennero sempre più numerose in età moderna, fino ad essere un elemento centrale dell’odierna stagione ultraliberista.

Individui sempre più soli di fronte allo Stato, privati di dignità ma anche di libertà personale, poiché un individuo privato della proprietà, soprattutto dei mezzi di produzione, è un individuo meno libero.

Per Belloc, la soluzione non può essere nemmeno la Stato comunista o socialista poiché fermamente convinto del valore della proprietà, la quale, nell’ottica distributista, serve a garantire non solo l’autosufficienza di ogni uomo ma anche la capacità di difendersi contro gli sforzi dei governi di limitare la libertà con l’approvazione di leggi coercitive in nome dell’umanitarismo e della sicurezza sociale.

Stando così le cose, si può ben dire con lo scrittore cattolico che “non esiste una società solida, libera ed equilibrata senza una proprietà diffusa, protetta, responsabile, dei mezzi di produzione”.

In definitiva, si ritiene come il progressivo allontanamento dai principi cristiani e dal modello economico che quei principi avevano generato, ha prodotto non solo il ritorno alle vecchie schiavitù ma ne ha prodotte di nuove.

Non resta che concludere, con il messaggio di speranza lasciato da Belloc nelle parole conclusive del suo libro: “tutto sommato, sono ottimista sul fatto che la fede tornerà a occupare il suo ruolo di intima guida nel cuore dell’Europa, così credo che questa regressione al nostro paganesimo originario (perché la tendenza allo Stato servile non è altro) sarà fermata ed invertita. Videat Deus”.

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