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Il ritorno di Ralph Nader, il guastafeste

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A volte ritornano. In una campagna elettorale quanto mai affollata, all’insegna dell’avanti c’è posto, sembra esserci spazio anche per il settantatreenne evergreen Ralph Nader. In un’intervista al giornale washingtoniano The Politico, l’avvocato dei consumatori ha dichiarato di valutare seriamente una sua candidatura alla Casa Bianca.

Al di qua dell’Atlantico, il progressista d’antan Nader è conosciuto soprattutto per i 97.448 voti conquistati in Florida alle elezioni presidenziali del 2000. Nel più drammatico riconteggio della storia elettorale americana, George W. Bush si aggiudicò la Florida, e di conseguenza la Casa Bianca, grazie ad un vantaggio di soli 537 voti su Al Gore. Da allora, per la stragrande maggioranza dei Democratici, Ralph Nader, è soprattutto “the spoiler”, il guastafeste. Un’etichetta che gli rimarrà affibbiata a vita. Basti pensare che, nel 2006, il periodico The Atlantic Monthly lo ha inserito nella lista dei 100 americani più influenti della storia tracciando questo lapidario ritratto: “Ha fatto in modo che le macchine che guidiamo siano più sicure; trent’anni dopo, ha fatto in modo che George W. Bush diventasse presidente”. Nader è stato perfino protagonista di una puntata del dissacrante cartoon The Simpsons. Nell’episodio, il leader “terzoforzista” veniva dipinto come un membro del Grand Old Party sotto copertura, omaggiato dal partito dell’Elefante per aver affossato il Democratico Albert Gore. Ovviamente, Ralph Nader, che 7 anni fa si candidò alla testa del Green Party ottenendo solo il 2,74 per cento dei suffragi, rifiuta tale accusa. Ed anzi rilancia, sostenendo che, se all’epoca Gore avesse fatto proprie le sue proposte, avrebbe vinto a valanga.

Personaggio eclettico, Nader, che è di origine libanese, si è formato nei templi universitari americani, Princeton e Harward, ma ha fatto fortuna contestando radicalmente l’american way of life. Diventato famoso, negli anni ’60, per la sua strenua battaglia contro le grandi case automobilistiche americane (General Motors in primis), è sempre stato visto come un simbolo della sinistra antagonista. Eppure, durante le presidenziali del 1980, affermò che una vittoria di Reagan sarebbe stata preferibile ad una rielezione di Jimmy Carter. Da mezzo secolo non possiede un’automobile. Tuttavia, nel 2000 dichiarò una ricchezza personale di 3 milioni di dollari, risultando titolare di azioni della Cisco Systems per oltre un milione di dollari. Ambientalista, antimilitarista e femminista, Nader ritiene che gli Stati Uniti siano ormai “una dittatura a due partiti” e, per tale motivo, considera necessaria una terza forza che stimoli dall’esterno il sistema bipolare.

L’elettorato americano, se si escludono delle frange irrilevanti, non sembra però dargli ascolto. Ed anche chi lo stimava per il suo attivismo in difesa dei consumatori, critica oggi il suo protagonismo politico. Il suo “ego” ha un “impatto distruttivo”, ha dichiarato Phil Trounstine, dello staff dell’ex governatore democratico della California, Gray Davis, intervistato dal San Francisco Chronicle. Gli fa eco Chris Lehane - alla Casa Bianca durante gli anni di amministrazione Clinton-Gore - per il quale la discesa in campo di Nader “anche per quelli che lo hanno sostenuto nel 2000, verrebbe percepito solo come un nuovo tentativo vanaglorioso di farsi pubblicità a spese del bene pubblico”. Dunque, reazioni al vetriolo dal partito Democratico, dove l’ipotesi della candidatura Nader fa venire i mal di pancia a molti. Anche perché Nader non perde occasione per attaccare quello che pare essere il suo bersaglio preferito. George W. Bush? No, Hillary Clinton. Senza mezzi termini, il leader ambientalista ha definito la senatrice di New York, una “vigliacca”. Nella citata intervista a The Politico, Nader ha affermato che Hillary “da una parte si mostra compiacente con i poteri forti, dall’altra cerca di adulare l’opinione pubblica”. Poi, la stoccata a livello personale: “Avesse almeno po’ del coraggio politico di suo marito”. Meno severi i giudizi sugli altri due candidati Democratici, Barack Obama e John Edwards. Del senatore afroamericano riconosce il carisma, ma lo giudica comunque poco coraggioso. Dell’ex running mate di John Kerry apprezza invece il suo mettere l’accento sulla povertà negli Stati Uniti, ma lo considera troppo debole nel contestare i poteri forti, soprattutto quello militare. Insomma, Obama ed Edwards possono anche andare, ma Nader ha fatto intendere chiaramente che la sua “candidatura di disturbo” sarebbe inevitabile qualora Hillary Clinton conquistasse la nomination del partito dell’Asinello. Laggiù, in Florida, i Democratici già fanno gli scongiuri.

 

 

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