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Il ruolo di Fini non è quello del “delfino”

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Se qualcuno pensa che questo sia l’ennesimo articolo sul toto-leadership del centrodestra, prego si astenga dal proseguire. Di spot e gossip i mezzi di informazione, specie quando c’è penuria di notizie politiche serie, sono già abbastanza intasati. E inquinati. Con questo non si vuole negare che, in uno strano gioco di paradossi, la Casa delle libertà, o come la vogliamo chiamare, sia oggi una corda tesa tra due grandi opzioni di fondo: la conservazione o il superamento del vecchio modello di centrodestra. Ci spieghiamo subito: l’impressione, per chi osserva i fatti politici, è che si sia instaurato all’interno del perimetro delimitato da un lato dalla Lega e dall’altro dall’Udc, un confronto sottotraccia tra due pulsioni che spingono in direzione opposta, e che il recentissimo trionfo della Cdl alle elezioni amministrative – checché se ne dica, un successo “nordista” nei numeri e nella forma di manifestazione – ha portato alla luce.

La grande avanza della Cdl al Nord, ben oltre i confini tradizionali del Lombardo-Veneto, e il pieno di voti realizzato soprattutto da Forza Italia e Lega, sta convincendo un pezzo non indifferente della classe politica di centrodestra (e all’attivismo in chiave movimentista e protestataria di Silvio Berlusconi, unito ai messaggi che Umberto Bossi ha spedito a partiti e istituzioni dal raduno di Pontida, parrebbe confermarlo) che la formula vincente per il centrodestra sia quella di un “ritorno all’antico”, allo spirito originario del Polo delle libertà, verso ciò che ha rappresentato nei suoi primi anni di vita quanto a rappresentanza politica, radicamento sociale e proposta programmatica: protesta fiscale, federalismo, bipolarismo muscolare, nuovo investimento sulla leadership carismatica di Berlusconi.

Dall’altro versante s’avverte al contrario l’urgenza di dichiarare chiusa la fase di eterno “stato nascente” del centrodestra, che dura ormai da tredici anni, e puntare alla formazione di una coalizione meno movimentista e più istituzionale, che sorga come naturale prosecuzione ma anche come naturale superamento del modello originario del centrodestra. In questa dinamica, che ha sullo sfondo anche il tira e molla sulla federazione di centrodestra, si può inserire la discussione sulla leadership del centrodestra, che non è – come si tende a pensare, sbagliando – una specie di gioco a scommettere su quale dei “delfini” di Silvio Berlusconi, dentro e fuori FI, erediterà lo scettro della Cdl. Nel centrodestra non ci sono delfini ma leader di partito già bell’e fatti, il futuro lo decideranno le dinamiche di aggregazione che si attiveranno nella Cdl, l’eventuale nuova legge elettorale e, last but non least, le dinamiche dell’opinione pubblica.

Da quest’ultimo punto di vista, come è noto, sono anni che Gianfranco Fini (e dall’altra parte Walter Veltroni) gode del favore della maggioranza degli italiani. Sappiamo benissimo, come insegnano gli studi elettorali, che popolarità e consenso non sono la stessa cosa, che capacità di un leader popolare deve essere quella di trasformare la sua notorietà in voti sonanti. E ci pare che Fini abbia deciso di investire, per il consolidamento della sua leadership, su una prospettiva di lungo periodo ma, ripetiamo, non da “delfino”, visto che si tratta dell’uomo politico che ha consentito alla destra italiana di trasformarsi da soggetto marginale e marginalizzato della politica italiana a movimento che aspira legittimamente a entrare nel Ppe e nel novero delle nuove destre che contano in Europa.

Il seminario dell’altro ieri dedicato all’analisi della figura di Nicolas Sarkozy, con cui la Fondazione Farefuturo ha inaugurato le sue attività operative (dopo la presentazione con José Maria Aznar) – e, sullo stesso solco, ma sul versante liberale, il convegno che la Fondazione Magna Carta ha organizzato per l’8 giugno prossimo con l’American Enterprise Institute sulle relazioni transatlantiche – è il primo passo per dimostrare che non si può davvero mettere in cantiere alcuna ipotesi di una crescita qualitativa della destra italiana senza passare per un confronto serrato, sistematico, quotidiano con la riflessione politica e con l’obiettivo di dotare il centrodestra di una classe dirigente – questa benedetta classe dirigente… - che sappia fare più e meglio di ciò che abbiamo visto nel quinquennio di governo 2001-2006. Con maggiore spazio alla produzione scientifica, all’approfondimento dei temi-chiave della politica di una nuova destra, postideologica e realista ma non – per dirla con Roger Scruton – noiosa o scontata. Se i giornalisti e gli osservatori si concentrassero più su questi tentativi che sul quotidiano stillicidio per il toto-leader, la comprensione delle dinamiche politiche e il ragionamento sul futuro della Cdl si farebbero meno fumosi e più comprensibili. 

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2 COMMENTS

  1. Salvando l’incoerenza
    Salvando l’incoerenza dell’uomo (duello Tremonti-Fazio docet), Gianfranco Fini ha costruito la propria carriera politica in attesa di un’eredità: fu Almirante, sgomitando a destra e a manca, a mettergli nelle mani un partito già di per sé democratico (la Costituente per la Destra e il progetto “Destra nazionale” furono gli embrionari modelli di AN); ora vuole che il Cavaliere faccia più o meno la stessa cosa con la coalizione, ma sbaglia. Sbaglia perché la comunanza di vedute, gli ideali, i legami politici e le vicinanze culturali tra un imprenditore antisistemico e un politico di professione sono pari a zero. Non a caso è spuntato il nome della sciura Brambilla…

  2. Sarkozy e Fini
    Da diversi mesi Mellone – e tanti con lui – insiste nel proporre come cosa ovvia un’analogia tra Sarkozy e Gianfranco Fini. Tale analisi mi sembra francamente sbilenca, per non dire superficiale. Forse Fini crede di essere un Sarkozy italiano, ma non vedo come.

    Sarkozy ha ridato vigore e lustro – anche intellettuale – alla Destra francese (che peraltro non aveva alcun bisogno di “legittimazioni” a livello di sistema politico), proprio insistendo sull’identità che quella parte politica ha e che potenzialmente si rivolge a tutta la Francia. Non a caso ha trovato una certa sintonia, anche solo implicita, con diversi intellettuali che criticano duramente la sinistra (dalla quale provengono) per le sue ideologie nichiliste tipiche della “postmodernità” attuale. Fini invece fa il percorso uguale e contrario. Cerca di cancellare il retaggio “fascista” – anziché dimostrare che “fascismo” non è sinonimo di “destra”, cosa che è perfettamente dimostrabile – ma anche di non mostrarsi “conservatore” (forse perché convinto che essere conservatori sia sinonimo di bigottismo e di vecchiume) e perciò scimmiotta gli aspetti, secondo lui, più accattivanti dell’individualismo, credendo di venire incontro alla “modernità” ma in realtà accettando, in modo del tutto superfluo, quella mentalità postmoderna, fatta di disgregazione sociale e di perdita culturale, contro cui Sarkozy cerca di reagire.

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