Il sangue dei vinti è una buona fiction un po’ succube dell’intellighenzia
10 Maggio 2009
Il percorso di molti sconosciuti giace sotto i campi sconsacrati di questo paese. E’ il sangue dei vinti, che scorre ancora limaccioso nelle coscienze di tutti. Guerra di liberazione. Guerra civile. Guerra. La parola assume lo sbiadito bagliore del sacrificio. Il resto è rappresentazione della tragedia. A distanza di anni il torto e la ragione non si confondono, ma la pietà trascende la rabbia mutandola in cordoglio. Questo sembra essere il senso del film di Michele Soavi, tratto dall’omonimo romanzo di Giampaolo Pansa. Eppure, questo significato si deve intuire e non si coglie immediatamente.
“Il Sangue dei vinti” è una vendemmia precoce di un buon vitigno. S’intravede quello che potrebbe diventare il cinema italiano sennonché molte produzioni, come anche questa, riflettono più spesso le esigenze televisive che quelle del grande schermo. In fondo il film nasce per la televisione e il tutto si risolverà in quella che sarà una buona fiction.
Michele Placido interpreta Francesco Dogliani, un investigatore fedele allo stato e al re. Egli, tenacemente legato a un’indagine le cui tracce si perdono nelle macerie di una Roma appena bombardata, attraverserà i momenti più cruciali della storia recente della nazione. Il luglio del ’43 e la caduta del fascismo. L’occupazione tedesca e
Il realismo e gli ambienti crudi, scarni, malconci, fanno da sfondo. Volti emaciati dipingono lo schermo insieme a espressioni concise, ferme, altere. Gli uomini e le donne di un tempo scorrono insieme alle loro convinzioni. Osserviamo stupiti la volontà di queste persone comuni. In esse la tragedia si personalizza. La fotografia e i costumi splendono di pauperismo e la sofferenza finalmente traspare vera in una pellicola italiana. Quello che trapela è il rispetto, un ossequio in ogni caso dovuto, anche per chi, sconfitto dalla storia, decise che la morte era preferibile alla vita. Tutto questo è riassunto negli splendidi, dolorosi occhi di Alina Nedelea, che interpreta Lucia Dogliani, la sorella repubblichina di Francesco. Gli ultimi minuti della pellicola sono vibranti immagini d’insensatezza.
Non ci sono adolescenti in crisi né trentenni sbandati in cerca di maturità. Scomparsi anche malinconici innamorati o personalità sconvolte da sessualità riconosciute in lampi d’incomprensibile sconforto! Si parla di famiglia, di orgoglio, di libertà e di onore. L’animo umano vibra in tutta la sua drammaticità. Siamo finalmente lontani da manuali d’amore, ultimi baci e congreghe scolaresche che fanno a cuscinate. Un passo avanti. Un vocabolario arcaico per un’Italia in cerca di se stessa. Peccato l’ardire, non misurabile. Un’ombra sotto il tiglio. Ancora timore dell’“Intellighenzia”?
