Home News Il senso tragico dei greci e l’esistenza contemporanea

Pòlemos

Il senso tragico dei greci e l’esistenza contemporanea

0
17

L’uomo contemporaneo è un uomo inquieto. Tutto, nell’attuale società, spinge ad un senso profondo di inquietudine, che l’uomo vive all’interno di un vortice di dubbi, incertezze e perplessità che inevitabilemnte ne lacerano l’animo. Per rifuggire tutto ciò l’unica possibilità è concepire la propria esistenza come se fosse un rito dionisiaco, in cui lasciarsi trascinare tra danze e musica, evitando cosi ogni tipo riflessione, di interrogativo.  La società post-moderna ha voluto edificare l’idea di homo-deus, dell’uomo che tutto può attraverso la tecnica, e che con atteggiamento di assoluta presunzione, pensa – ingenuamente – di poter dominare la natura, e diventare esso stesso generatore. 

Ma rimane ancora vivo quel monito di Pindaro “non vogliate essere come gli dei ma mortali ai mortali”, parole che dovrebbero risuonare nelle menti degli uomini e riacquistare quel profondo significato tragico.  “I greci scrissero tragedie perché furono un popolo tragico” ebbe saggiamente a dire il filosofo Salvatore Natoli, essi videro per usare le parole di Nietzsche “la crudeltà della natura”, il dualismo che la caratterizza: quella di essere generatrice e distruttrice, concetto che attraversa l’ossatura del pensiero occidentale e sul quale ritornerà in epoca moderna Giacomo Leopardi (“la natura matrigna e la natura benignissima madre”). I greci compresero questa scissione, ma non la interpretarono come un atto negativo verso la vita né come una minaccia alla vita stessa. Compresero che ciò che per la natura era rigenerazione, per l’individuo era morte, e dunque acquistarono la consapevolezza della loro finitezza. Arrivarono ad intendere come l’uomo ha inciso su di sé sin dall’inizio il segno della morte, e concepirono la esistenza come una lotta, una sfida costante tra  vita e morte, un conflitto perenne in cui tutto si genera e si consuma. Eraclito scrisse che “Pòlemos – la guerra – è padre di tutte le cose”

Ma la lezione più grande che dai greci ci può pervenire, oggi, altro non è che la concezione della finitezza dell’esistenza umana, l’accettazione della propria umanità.  Prendere coscienza di sé, è un atto emancipatorio e solenne, in cui si compie la scelta primordiale, quella di essere uomini e vivere da uomini, accettando il proprio essere, e costruendo in quello spazio che è la vita – che si realizza fra le due polarità in contrasto – ed è spazio di libertà nel quale si manifesta l’atto umano nel suo significato più puro. 

Noi oggi sembriamo intontiti, persi, quasi abbandonati al nostro naturale divenire, che ha acquistato sempre di più il seme della decadenza. Tutto è decadente, come una maledizione, che si abbatte sull’Occidente, privo di quella consapevolezza, che solo la realtà delle cose da, ma convinto dopo secoli di dominio della scienza e della tecnica di essere invincibile. L’uomo orfano e viandante nel deserto e l’uomo che osa proclamarsi dio, in nome e per conto del progresso, due dimensioni apparentemente contradittorie, ma in fondo assolutamente coerenti fra loro. Da una parte la baldanza apparente, l’invincibile propensione dell’uomo alla conquista del tutto, dall’altra la sua aridità interiore in cui si consumano le incertezze e le inquietudini che non trovano risposta. Se la scienza non ha la soluzione, non ha l’antidoto al male, che per sua natura deve essere pratico come il male, allora la scienza è inutile, perché nulla può nel nucleo profondo dell’essere. L’uomo teme il divenire, il procedere intenso verso la morte, e spera che un giorno la scienza gli doni l’immortalità, spera egli di cibarsi di ambrosia, e di salire le vette dell’Olimpo. Perdendo di vista così il tempo, che è il metro implacabile della nostra esiguità, quel tempo va riempito, goduto, ma soprattutto compreso e pensato. Non è voltando la testa dall’altra parte o soffocando sotto una patina dionisiaca la realtà che si conquista la felicità, ma guardando in faccia il destino, erigendo in esso la nostra libertà. 

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here