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Il Sessantotto disincantato di Nicola Matteucci

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Questo quarantennale del Sessantotto sembra passare, tutto sommato, un po’ in sordina. Se però l’assenza di rievocazioni nostalgiche, fatte da vecchi militanti dell’epoca, può anche non sembrare una grande perdita, sarebbe tuttavia un errore non sfruttare l’occasione per riflettere su un momento saliente e controverso della nostra storia. Un contributo importante arriva da una raccolta di scritti di Nicola Matteucci, curata e densamente introdotta da Roberto Pertici e impreziosita dalla Presentazione di Gaetano Quagliariello. Il titolo del volume, edito da Rubbettino, è Sul sessantotto. Crisi del riformismo e «insorgenza populistica» nell’Italia degli anni Sessanta. Già dal sottotitolo è possibile cogliere quello che ne è forse l’aspetto più interessente: vedere il Sessantotto come un fenomeno strettamente legato alle vicende della cultura politica italiana e anzi emblematico di esse.

Dai sette saggi di Matteucci, scritti tra il 1966 e il 2001, emerge infatti come il Sessantotto italiano sia stato il coagulo di una serie di mitologie e idealizzazioni che avrebbero continuato per anni a gravare pesantemente sulla nostra cultura politica, incrinando fortemente le posizioni riformiste e condannandola al provincialismo e all’arretratezza. Le tappe di questo percorso partono da lontano e sono assai articolate. Si passa per le tendenze irrazionalistiche e positivistiche, forti già a cavallo tra Otto e Novecento, per arrivare a un marxismo impoverito e ridotto a una semplicistica lettura dell’undicesima tesi su Feuerbach, ossia a quella «volontà di cambiare il mondo che, privata di ogni consapevolezza critica, porta al mito della violenza, alla esaltazione delle minoranze eroiche, all’amore per l’azione, che non è mezzo per un fine, ma fine a se stessa, alla ribellione» (p. 51).

Il prevalere di queste tendenze, tipiche del Sessantotto, si associa ad altri due mali endemici della cultura politica italiana, ben analizzati da Pertici.  Da un lato «la concezione del fascismo come minaccia immanente della vita politica italiana e, di conseguenza, l’assunzione dell’antifascismo a fonte esclusiva di legittimazione politica» (p. xix). Dall’altra un laicismo dogmatico e, prima ancora che anticlericale, antireligioso. Un laicismo deteriore che trova la sua ragione profonda nella volontà di assegnare alla politica e allo Stato il predominio, se non il monopolio, su aspetti della vita umana che invece non gli dovrebbero appartenere. Tutte cose inaccettabili per Matteucci, liberale attento a distinguere il pensiero liberal-democratico dal laicismo, e convinto della necessità del dialogo anche tra liberali e cattolici, oltre che tra liberali e riformisti, un dialogo capace anche di superare la vecchia frattura fascismo/antifascismo per entrare in quella che egli chiamava l’era del post-fascismo.

La crisi di questo dialogo segna l’arretratezza della cultura italiana, ed è esemplificata dalle vicende di due riviste. Da un lato “Il Mondo” di Pannunzio, il cui fallimento, nel 1966, si dovette al prevalere al suo interno di quel radicalismo di sinistra che «sotto la spinta del suo estremismo laicista e anticlericale, [...] ha palesato una insospettata disponibilità alle più confuse e improduttive esperienze politiche italiane del dopoguerra» (p. 6). Dall’altra “Il Mulino”, creatura prediletta di Matteucci, concepita proprio per promuovere il dialogo tra le diverse culture politiche e che gli aveva dato gioie e dolori. Proprio richiamando i limiti di quella esperienza egli rileva come anche oggi, il saggio è del 2001, «resta il problema se, sul piano delle idee, l’incontro fra liberali (laici, ma non laicisti), socialisti (non massimalisti, e cioè riformisti) e cattolici (non integralisti, ma anche non catto-comunisti) sia ancora una prospettiva valida per il nostro paese» (p. 108).

Il Sessantotto diventa il momento esemplificativo di questa crisi della cultura italiana, che ha radici profonde «nella stessa vita morale e spirituale del paese». Infatti, accanto alla crisi del riformismo e al prevalere del radicalismo, e speculare ad essi, c’è quella che Matteucci chiama la “insorgenza populistica”, favorita da una classe politica incapace di promuovere una stagione delle riforme, a cominciare a quella riforma dell’università a cui egli in prima persona aveva cercato di dare un attivo contributo, e incapace di mostrare fermezza nel fronteggiare la rivolta degli studenti. Ed è proprio quell’assenza di fermezza a favorire il populismo e il conformismo: «se si vedono i visti universitari facili, la mensa facile, la borsa di studio facile, gli alloggi facili, se appunto si vede tutto facile, è poi difficile che non si accetti e non si segua il modo da pecore, nella maniera tipica conformistica così diffusa tra noi italiani» (pp. 92-93).

Nell’analisi di Matteucci dunque i mali della cultura sono frapposti alle lacune del sistema politico, ed è proprio l’irrisolutezza dei politici e della politica a “foraggiare” quella protesta generalizzata e quel qualunquismo che egli ben analizza ed esemplifica nel Sessantotto.

Fare i conti con il Sessantotto significa dunque anche fare i conti con questa arretratezza, politica e culturale, che ha ancora oggi tanto peso in una parte importante del nostro paese. Matteucci fu uno dei pochi capaci, per coraggio e per doti intellettuali, a saper fare quei conti. Una lezione la sua quanto mai attuale, e che gli assegna, come bene osserva Quagliariello, un posto di rilievo nel Pantheon dei nostri “maggiori”.  

 

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