Il Sessantotto visto da destra

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Il Sessantotto visto da destra

25 Novembre 2007

In molti sostengono che proprio
noi stiamo pagando lo scotto di quella stagione e ritengo debba essere proprio
questo il punto di partenza della mia trattazione. A fronte del grande
dibattito che si è aperto in questi ultimi mesi sull’egemonia culturale
“sessantottina”, credo sia necessario destrutturare alcuni concetti considerati
immutabili e incontestabili, alcuni presunti valori filtrati attraverso i quarant’anni
trascorsi da allora. Per poter poi riconoscere senza pregiudizi al “movimento”
eventuali tratti positivi nella politica, nella cultura o nella società in
genere. Occorre saper discernere ed operare una prima distinzione fondamentale:
come il ‘68 nasce e cosa il ’68 è diventato successivamente, ovvero tra quello
che è stato e ciò che sarebbe potuto essere. Andando a ripercorrere tanti
esempi, numerosi aneddoti che ci sono stati raccontati e tramandati, riaffiora
un elemento trascurato dalle cronache politiche di questi anni: la matrice
generazionale del ’68. Il ‘68 nasce come rivolta generazionale, ovvero ai suoi albori
si presenta come un movimento nel quale si riconosce una intera classe
giovanile, in ragione di alcune richieste mosse alla società, indipendentemente
del credo di provenienza e indipendentemente dall’appartenenza politica. Proviamo
a discutere del contesto storico.

Ci troviamo in un momento
delicato: sono passati vent’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. In
Italia e non solo, aleggia una certa cupezza determinata e consistente, vi è
una certa difficoltà di vita dopo il boom economico di pochi anni prima, ma è davvero
forte la voglia di una generazione di riappropriarsi del proprio futuro, rivolgendo
domande alla società contemporanea, con la pretesa di ricevere delle risposte.
Roba concreta non ancora viziata dalle ideologie. Per rendersi conto della
veridicità di questa ricostruzione appena illustrata è sufficiente soffermarsi
sulla storia dell’ambiente dal quale provengo, la destra giovanile in Italia. Chiunque
abbia una buona conoscenza delle cronache del ‘68, ricorderà la famosa vicenda
del servizio d’ordine del Movimento Sociale Italiano che entra nell’Università  La Sapienza di Roma per sgomberare violentemente
i ragazzi che avevano occupato la facoltà di lettere. Ciò che spesso non si sa,
o meglio quello che spesso non si racconta, è che mentre il servizio d’ordine
del Movimento Sociale Italiano, capitanato da Giorgio Almirante e altri
parlamentari del partito, entrava per togliere l’occupazione all’interno della
facoltà, c’era una parte del movimento giovanile dell’allora Msi, in
particolare il FUAN-Caravella, che stava occupando la facoltà di legge in sinergia con il resto del “movimento”.

E’ lì dunque che si consuma una delle
più  grandi contraddizioni che da sempre
hanno albergato nella storia della destra, in particolare nel rapporto tra la
destra giovanile e il partito. Ci troviamo di fronte ad una destra “legge e
ordine” e ad una destra “rivoluzionaria”. Rivoluzionaria nella creatività usata
per definirsi, nella scelta dei propri riferimenti culturali e nell’abbandono
di una certa retorica. Gli influssi di questa impostazione attraverseranno i
decenni come dimostra un famoso manifesto di Fare Fronte sul finire degli anni
‘80: “tutti gli uomini di valore sono fratelli”, con immagini di Che Guevara e
Pasolini accanto ad Ezra Pound ed Ernst Junger. Insomma, tante letture sono
state fatte ma è quella la prima grande dimostrazione di un conflitto destinato
ad aprirsi pochi anni dopo e che in quel momento ebbe una prima drammatica
rappresentazione.

Si potrebbe poi ricordare, per rafforzare la tesi del ‘68 che
nasce come rivolta generazionale, anche la partecipazione del movimento studentesco
cattolico. Eppure, questa ribellione giovanile orizzontale e trasversale si
trasformerà ben presto in una furente battaglia ideologica. E spesso fisica, purtroppo.
A determinarla concorsero una serie di interessi convergenti, tra cui quelli del
Partito Comunista e del Movimento Sociale Italiano, ovvero di quei partiti che
storicamente vantavano un ascendente importante sui giovani, tale da garantire
loro una massiccia adesione in ragione di una rigida appartenenza ideologica. Sono loro, per primi, ad aver
visto con preoccupazione quel movimento nascente, un modo nuovo di partecipare
e di esserci.

A questi partiti se ne aggiunsero ben presto anche altri, consapevoli
del vantaggio di una feroce contrapposizione generazionale. In questa
saldatura, probabilmente, ritroviamo la prima degenerazione del ’68. Fu un
grave errore l’occupazione ideologica di
quel movimento, in grado di cancellare la sua origine naturale e di  pregiudicare irrimediabilmente la sua storia
futura. Resta un grande rammarico, perché alla luce di tutto questo abbiamo la
certezza che il ’68 sarebbe potuto essere qualcosa di diverso da ciò che è
stato. Per capirlo, basta mettere a confronto le foto di quegli anni. Ricordo
un film documentario molto bello di Adalberto Baldoni, proprio sul ’68, con
un’intervista a Francesco Guccini. L’autore della famosa canzone “eskimo”
raccontava: “Io all’inizio andavo a manifestare in giacca e cravatta”. Ed è
vero, basta guardare le prime foto del ’68: fanno quasi tenerezza tutti quei
ragazzi ben vestiti, eleganti, che rivendicano il loro sacrosanto diritto allo
studio. Ma guardando le ultime foto, l’epilogo di quella stagione, si vedono
solo giovani dallo sguardo disperato, con l’eskimo addosso, un po’ abbruttiti,
un po’ più arrabbiati, che manifestano per il diritto a non studiare. Quella
che era una rivolta per il diritto allo studio, divenne una rivolta per il
diritto al ‘6 politico’. Come in questo caso sono tante tra le migliori
intuizioni del ‘68, quelle che hanno completamente deragliato dai propri
legittimi intenti. Sono poche invece le riforme nate allora che hanno
consentito un rinnovamento sociale e civile delle nostre istituzioni.

Un’altra contraddizione del ’68.
Esso non nasce in Italia, ma negli Stati Uniti e muove i primi passi grazie alla
rivolta pacifista contro la guerra nel Vietnam. Nasce quindi come movimento che
recepisce le istanze del pacifismo, eppure finisce per diventare un movimento
che giustifica l’ingresso dei carri armati sovietici durante la primavera di
Praga. Ed è lì che si consumò una delle tragedie più grandi di quel movimento,
del Partito Comunista, oltre che di un numero importante di piccoli grandi eroi
cecoslovacchi.

Restano aperte due questioni: che
cosa noi non possiamo perdonare a quegli anni e ad una classe dirigente
formatasi in quella esperienza? Che cosa ha trasformato la generazione che
voleva la fantasia al potere nella generazione che ha messo il conformismo al
potere?

Ho provato a rispondere, ma
voglio approfondire l’analisi. Sono i retaggi culturali provenienti dal ’68 che
non possiamo accettare. L’annullamento del merito, innanzitutto. Qualche tempo
fa sono stata ad un dibattito dei giovani di Confindustria. Il titolo della mia
sessione era: “L’Uomo al Centro dell’Impresa – Dall’uguaglianza al Merito”. Ricordo
che questa cosa mi ha fatto molto riflettere, perché la contrapposizione tra i
due termini in teoria non dovrebbe esistere, ovvero il termine ‘uguaglianza’
non è un vocabolo  che si possa
contrapporre al ‘merito’. Si tratta di un concetto presente fin dagli albori
della nostra civiltà; esisteva nella civiltà greca, esisteva a Sparta. Beh, per
chi non avesse letto qualche libro sulla battaglia delle Termopili: i guerrieri
di Sparta si chiamavano ‘Uguali’. D’altra parte l’uguaglianza è un elemento
centrale nella persona per la dottrina cristiana, ovvero per noi lo è da
sempre. Eppure, ad un certo punto in poi questo termine è diventato qualcosa di
diverso. Si è tramutato in “egualitarismo”. l’uguaglianza non è più condizione
di base per l’accesso al merito e pari opportunità, indispensabile affinché ognuno
possa misurarsi sul terreno della meritocrazia, ma diventa contrapposizione al
merito, livellamento verso il basso.

Questo è ciò che in assoluto ha
causato i maggiori disastri alla nostra società negli ultimi quarant’anni.
Questo è l’elemento centrale che di fatto impedisce ancora oggi che in Italia
si verifichi quella “rivoluzione del merito” di cui si è fatto carico Nicolas
Sarkozy in Francia. “Quando il docente entra in classe, tutti quanti hanno il
dovere di alzarsi in piedi”, sostiene il neoeletto presidente francese. Ho
riflettuto su questo enunciato, perché credo nello Stato, nel concetto di
autorità e sono cresciuta con un’idea positiva della gerarchia. Ma la gerarchia
presuppone il rispetto. Proprio in ragione della stima che ho delle
istituzioni, a malincuore, devo ammettere che nella scuola italiana non abbiamo
solo il problema dei bulli e delle pupe, ma abbiamo anche il dilemma di una
classe insegnante che non è capace di guadagnarsi il rispetto dei propri
alunni. Penso che in molti, me compresa, se potessero tornare indietro agli
anni del liceo non si alzerebbero volentieri di fronte ad alcuni docenti per i
quali non potevano avere nessuna stima.

Un altro aspetto da approfondire.
Prima del ‘68 i ragazzi erano semplicemente una categoria anagrafica, ma dopo
il ‘68 diventano una categoria sociologica ed il dato anagrafico è
assolutamente superfluo. Oggi in Italia si è giovani fino a 45 anni. Se oggi
aprite i giornali e leggete la cronaca, titoli come: “investita ragazza di 39
anni” rientrano nella normalità. Quando sono stata eletta parlamentare, quindi ben
prima di essere nominata vicepresidente alla Camera dei Deputati, Il Magazine
del Corriere della Sera mi ha dedicato la sua copertina perché c’era la
sensazionale notizia di una 29enne in Parlamento.

Non credo che a 29 anni si sia
più così ragazzini: a trent’anni Alessandro Magno aveva già conquistato la
Persia, Arthur Rimbaud aveva scritto tutte le sue poesie da un decennio.
Insomma, solamente oggi a 29 anni si è tanto giovani da essere quasi considerati
incapaci di intendere e di volere. Si tratta, certamente, di un retaggio culturale
odioso del ‘68, ma va anche detto che c’è una grave corresponsabilità da parte
della mia generazione perché se si cresce con il mito del “tutto e subito”, non
si è più disposti a battersi per nulla.

Non è solo una questione di
“settore sociale”, ma è una vera e propria emergenza nazionale. Uno dei
problemi più discussi ed apparentemente irrisolvibili di questi tempi è l’incapacità
del Parlamento italiano di rappresentare la reale composizione della sua
società, sia in termini di genere che di generazione. Però rabbrividisco quando
sento parlare delle quote arancioni o verdi o blu, cioè dell’ipotesi di
prevedere nelle liste elettorali delle percentuali riservate ai giovani. Considero
questa risposta la peggiore che si possa dare loro, perché se alle persone non
si insegna a lottare, a battersi, a sacrificarsi per raggiungere degli
obiettivi, non riusciremo mai a ribaltare quelle che sono, a mio avviso, le
degenerazioni culturali che il ‘68 ci ha lasciato. È esattamente partendo dalla
responsabilità e dalla responsabilizzazione di ciascuno di noi che le cose
potranno cambiare.

E su questo di nuovo il
presidente Sarkozy ha offerto una lettura davvero interessante: “lo Stato ti
aiuta, se tu dimostri di volercela mettere tutta. Lo Stato non ti aiuterà, se
tu pensi che esso debba coprire le tue carenze, la tua assenza di volontà”. E’
questo ciò che noi dovremmo fare in Italia e trasmettere alle giovani
generazioni.