Il silenzio assordante di Luca sulla Fiom
17 Settembre 2007
di Redazione
Grande clamore per la Fiom-Cgil che si è dissociata dalla casa madre Cgil votando no all’accordo di luglio con il governo su pensioni e welfare. Non sono chiari quali saranno gli esiti nel sistema Cgil di questo scontro: la burocrazia confederale, dopo una prima fase di sbandamento (Guglielmo Epifani è stato tirato per il collo a firmare i protocolli proposti da Palazzo Chigi: sulle pensioni con la minaccia della crisi, sul welfare grazie alla presentazione all’ultimo minuto di un testo non prima esaminato) in cui si ci riservava qualche contromossa per lo stile delle pressioni governative e si manifestava volontà di protesta, si è rapidamente messa in riga per gestire la consultazione referendaria, che senza una linea chiara dal centro potrebbe sbandare. La musica che si suona adesso è: abbiamo ottenuto il massimo possibile, è il primo accordo da anni che “porta a casa qualcosa” invece che toglierla, i difetti saranno corretti successivamente. E’ la linea del “si salvi chi può”: o si difende l’accordo o il gruppo dirigente cigiellino, che pure predicava una linea ben diversa dagli accordi di luglio se ne va a casa. A fornire una spina dorsale al sempre più evanescente Epifani sono Paolo Nerozzi e Carlo Podda che esprimono gli interessi del pubblico impiegno, la cui linea – pur essendo i due schierati politicamente con Fabio Mussi – è insieme statalista (più spesa pubblica) e governativa (attenti a non perdere un esecutivo amico).
Così vanno le cose in Cgil: una realtà assai poco esaltante, senza più visione, senza guida del movimento, condannata a sopravvivere di trucchetto in trucchetto. Comunque non sono in vista alternative a un malinconico tramonto.
Ma quel che interessa in questo articolo, oltre buttare un occhio nelle vicende sindacali, è esaminare le reazioni confindustriali e degli ambienti legati a viale dell’Astronomia agli sviluppi della situazione. Sappiamo che in genere Luca Cordero di Montezemolo starnazza come un ossesso per qualsiasi questione legata all’antipolitica, non tralascia un intervento sul sistema elettorale o sull’abolizione delle Province; ora, invece, sui comportamenti della Fiom non abbiamo una sua parola di commento. Non solo. La stampa “amica” così implacabile su questioni fondamentali (per esempio, doveva Clemente Mastella prendere o non prendere un aereo per andare a Monza?) sugli orientamenti della Fiom è austera nei commenti: la Fiom resta una grande organizzazione, anche se al centro vi sono posizioni un po’ ideologiche in periferia si contratta che è un piacere, in fin dei conti la Fiom è forte solo in aree circoscritte del paese, basta con la politica discutiamo di contratti.
Tutto il mondo montezemoliano manda un messaggio di appeasement: le questioni in ballo, il prevalere o meno di un sistema moderno di mercato del lavoro, il superamento di una logica conflittuale nella gestione delle relazioni industriali, scompaiono dalla scena.
Perché? Perché la vittoria di Montezemolo è stata costruita sul teorema che un accordo generale con la Cgil avrebbe domato anche la Fiom e così dovunque avrebbe regnato la concordia. Specialmente alla Fiat, una delle poche “aree” in cui la Fiom conta e conta molto. Come al solito dietro la linea di Montezemolo ci sono gli interessi della Fiat che prevalgono su quelli più generali della impresa italiana. Sergio Marchionne è un manager intelligente e moderno, che punta a relazioni industriali più aperte. Ma per il momento si trova a gestire una situazione in cui per mezzo secolo non si è investito a sufficienza sulle risorse umane, alternando periodi di piatta sindacale a vere e proprie jacqueries come quelle scoppiate negli anni Settanta a Mirafiori o più recentemente a Melfi. A questo stato di cose, lo stato maggiore della società torinese ha risposto, dagli anni Settanta in poi, con la ricerca di un accordo globale con la Cgil e la Fiom che soddisfacesse politicamente la controparte sindacale senza impegnarsi in una vera modernizzazione del sistema di relazioni industriali.
La perdita della gestione di Confindustria con Antonio D’Amato, ha costretto la Fiat a darsi da fare, a investire in relazioni industriali, a firmare due accordi separati senza la Fiom. Caduto D
