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Il sindacato è la vera spina nel fianco per la riforma dell’articolo 8

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Sono due le principali correnti di opinioni che si sono formate attorno all’articolo 8 della Manovra, l’articolo che riforma le relazioni industriali dando maggiore forza alla contrattazione aziendale.

Alla prima corrente appartiene chi si dichiara completamente contrario alla norma, auspicandone una immediata cancellazione tout court. E’ il caso, per citare uno degli ultimi esempi, di Luciano Gallino che ancora ieri su Repubblica è tornato a tuonare tempeste e fulmini da questa norma che “non è in alcun modo emendabile o assoggettabile a pattuizioni” e che “se non si vuole far fare un salto indietro di mezzo secolo alla civiltà del lavoro, va semplicemente cancellata”. Lo scenario prospettato è terrificante: Gallino, con il solito tono raccapricciante, spiega che cosa potrebbe succedere a un lavoratore o lavoratrice “che già è occupato in un’azienda, oppure stia trattando la propria assunzione”, qualora dovesse essere sottoscritta una di quelle “specifiche intese” previste dall’articolo 8. Ossia: lavoro controllato con audiovisivi; orario di lavoro a 65 ore settimanali; sottoinquadramento; conversione del contratto di lavoro da tempo indeterminato a lavoro a progetto, rinnovabile di tre mesi in tre mesi. Sono “gratuite illazioni”, nonostante Gallino rassicuri il contrario! Di peggio poi c’è che non precisa – e non è poco grave quest’omissione – che quelle “specifiche intese” non riguardano l’ordinario di un’organizzazione aziendale, ma soltanto ipotesi finalizzate a: maggiore occupazione, qualità dei contratti di lavoro, emersione del lavoro irregolare, incrementi di competitività e salario, gestione delle crisi aziendali e occupazionali, investimenti e avvio di nuove attività.

Alla seconda corrente di opinioni appartiene chi giudica “tiepida” la riforma dell’articolo 8 (oppure operata in maniera non del tutto “compiuta”, come è il parere di chi scrive). Pietro Ichino, per fare un esempio, sul Corriere di ieri ha raccontato “un caso immaginario – ma per nulla irrealistico – di applicazione della nuova norma” con specifico riferimento “per la sorte dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori”. Lo scenario prospettato è meno terrificante e più verosimile di quello di Gallino. Ichino, infatti, prevede soprattutto contenzioso e conseguente clima di incertezza per le aziende. La sua conclusione, e critica al governo, è che la riscrittura del diritto del lavoro – ciò di cui il Paese ha più urgente bisogno – deve avvenire attraverso “un disegno organico e un legislatore che se ne assuma la responsabilità” e non con una delega “alla contrattazione aziendale, lavandosene le mani”.

Pur così distanti, le due opinioni sembrano accomunarsi su un punto: l’inefficacia (per non dire inutilità) del sindacato. Infatti, sia Gallino che Ichino, dai rispettivi punti di vista narrano di situazioni in cui ciò che davvero manca – e vanifica la portata innovativa dell’articolo 8 (Ichino) o addirittura peggiora il quadro di regole esistenti (Gallino) – è la presenza di un sindacato coerente e determinato nelle sue decisioni. In Gallino, infatti, s’intravvede un sindacato “servo del padrone”, perché incapace a contrattare in azienda regole quanto meno apprezzabili da parte dei lavoratori, tanto da condurre al suo terrificante immaginario di un lavoro senza un minimo di tutele. Lo stesso avviene nella narrazione di Ichino, dove si scorge un sindacato litigioso e propenso al contenzioso per il gusto di portare il “padrone” in tribunale e per questo disponibile pure a rimangiarsi la parola.

Da questo loro comune punto di vista è impossibile non dar ragione tanto a Gallino quanto a Ichino: il sindacato, specie quello politicizzato come la Cgil, è una vera spina nel fianco del Legislatore animato da spirito riformatore. Diverse, invece, sono le finalità delle due correnti di opinioni. Il fine di Gallino è convincere della solita e tradizionale volontà incondizionata a non modificare le leggi sul lavoro: un’inerzia, bieca e assoluta, causa di declino sociale ed economico. L’auspicio di Ichino, invece, appare finalizzato ad accelerare il percorso di riforma del diritto del lavoro. Un auspicio in linea con quanto ha anticipato ieri, sul Sole24Ore, il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, autore dell’articolo 8: “l’Italia ha bisogno di impiegare compiutamente il proprio capitale umano, a partire dai più giovani, di alzare la produttività e remunerazione del lavoro, di incoraggiare l’innovazione tecnologica e organizzativa dell’impresa”. E’ la strada giusta su cui proseguire. Ma, appunto, dando “un’accelerata” al cammino.

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2 COMMENTS

  1. Pietro Ichino scrisse il
    Pietro Ichino scrisse il libro “A che cosa serve il sindacato”. E questo può bastare. I riformisti e liberali stanno in qualsiasi schieramento politico. Basta che si mettano d’accordo su una base comune. I Paese va riformato, anzi ricostruito dalle fondamenta. Purtroppo in tale contesto è molto difficile fare anche piccoli passi. Le forze corporative, conservatrici e anche violente del Paese si stanno alleando e stanno formando un blocco sempre più solido e minaccioso per la democrazia e la libertà. Un filo rosso unisce queste forze: no global, antiTav, sindacati autonomi, CGIL, parte della magistratura, parte dell’informazione, il guazzabuglio politico fatto da SEL, IDV e compagnia cantante. In queste condizioni, l’Italia non reggerà a lungo.

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