Il soft-power turco va in onda in prima serata in tutto il Medio Oriente
25 Maggio 2011
Uno studio condotto dal think-tank turco TESEV, nel 2009, in 7 paesi del Medio Oriente, ha rivelato che il 61% degli intervistati si trova in accordo con la visione della Turchia come modello per i paesi arabi. In particolare sono la Siria (72%) e la Palestina (73%) gli stati che maggiormente supportano questa visione. Dalla stessa ricerca si evince che il 63% considera la Turchia una buona sintesi tra democrazia e Islam; l’Iraq, come rispetto ad altri risultati, registra la percentuale più bassa di accordo (51%), mentre Palestina (74%) e Siria (72%) quelle più alte. Questo sondaggio di TESEV smentisce l’idea secondo la quale la storia dell’impero ottomano fa sì che ancora oggi nella regione mediorientale si faccia fatica ad avere un’immagine positiva della Turchia.
Il paese non è, infatti, percepito come una minaccia o un pericolo nell’area, ma piuttosto come un buon mediatore, esempio di democrazia e problem-solver. Del resto negli ultimi anni la Turchia si è proposta come facilitatrice all’interno dei conflitti regionali: ha tentato di mediare, nel 2008, tra la Siria e Israele, riguardo all’occupazione israeliana delle alture del Golan; tra Israele e Palestina; tra l’Iran e l’occidente; durante la guerra civile libanese.I rapporti con Israele, storico alleato della Turchia, con cui il paese si era legato con un accordo militare nel 1996 si sono deteriorati negli ultimi anni: quando nel 2008, pochi giorni dopo un incontro tra il primo ministro turco e quello israeliano per definire la questione dei confini con la Siria, Israele iniziò l’operazione Cast Lead, contro la striscia di Gaza, ErdoÄŸan ne fu scioccato e la accusò come un’offesa personale da parte di Olmert, decidendo di sospendere il processo. Anche l’episodio dell’attacco israeliano alla Mavi Marmara, una delle navi della Freedom Flottilla che nel maggio 2010 ha tentato di consegnare aiuti umanitari a Gaza, ha allontanato i due governi: ErdoÄŸan ha sospeso i rapporti diplomatici con il paese dopo l’uccisione di 9 attivisti turchi che viaggiavano a bordo della nave.
La Turchia ha affiancato alle scelte in politica estera, e all’azione diplomatica, nuove strategie di comunicazione con il mondo arabo, e con la Siria in particolare, sfruttando le risorse di soft power che già possedeva e attivandone di nuove per modificare le relazioni con il paese vicino. Durante la guerra fredda la Siria si era alleata con il blocco sovietico, mentre la Turchia era membro della NATO dal 1952; inoltre negli anni ’90 i due paesi erano stati vicini al conflitto: la Turchia controllava la gestione delle acque dell’Eufrate, che nasce in territorio turco, ma scorre anche in Siria e in Iraq, stabilendo dei limiti di erogazione e non riconoscendo il fiume come acque internazionali.
La Siria aveva reagito offrendo il proprio sostegno al PKK, il partito dei lavoratori del Kurdistan, e proteggendo il leader del movimento Abdullah Ocalan. La Turchia era dunque arrivata, nel 1998, a minacciare guerra alla Siria, che prontamente decise di estromettere Ocalan e di interrompere gli aiuti ai ribelli curdi. La risoluzione di questo conflitto aveva portato ad un miglioramento dei rapporti tra i due paesi, ma è stato il partito di ErdoÄŸan ad avviare, a partire dal 2002, scambi commerciali, investimenti bilaterali, accordi militari e progetti di cooperazione.
Una serie di progetti sul territorio, e di programmi riguardanti i settori del commercio, della cultura e del turismo ha permesso al governo di Ankara di avere una presenza attiva nell’area e di migliorare le relazioni con il governo di Bashar al-Asad. Negli ultimi anni, per lo più tra il 2006 e il 2009, la Turchia ha inaugurato un programma di cooperazione interregionale con la Siria, che ha come settori d’interesse il commercio, le infrastrutture, la cultura e il turismo; un ufficio siriano con sede a Damasco della TIKA, l’agenzia turca per lo sviluppo e la cooperazione internazionale; un centro culturale della fondazione Yunus Emre, a Damasco; progetti di scambio tra le università turche e quelle siriane; un canale della tv di stato TRT interamente in arabo, TRT arabic, che trasmette 24 ore al giorno, principalmente soap operas e altri programmi di intrattenimento.
Il mercato turco delle serie televisive ha generato, tra il 2008 e il 2009, un fenomeno culturale senza precedenti: la MBC, un’emittente che rappresenta uno dei colossi del mercato televisivo arabo, ha avuto l’intuizione di far conoscere una serie TV, GümüÅŸ (argento in turco), che non aveva avuto molto successo nel paese d’origine, al Medio Oriente, iniziando a distribuirla dopo averla fatta doppiare in arabo. Affidando il doppiaggio alla SAMA Art Production, una società di produzione siriana che si occupa anche di traduzioni, la MBC ha firmato un contratto con KANAL D, un’emittente televisiva turca, e dopo questa prima fiction, tradotta con il nome di Noor, Luce, in arabo, ha continuato ad acquistare i prodotti turchi per trasmetterli in tutti i paesi arabi.
Uno dei motivi di questo successo è dovuto al fatto che per la prima volta una serie TV fosse doppiata non in Fus’ha, l’arabo classico normalmente usato nelle altre esperienze di doppiaggio come quello di telenovelas sudamericane, ma in Amiyya, l’arabo colloquiale, una sorta di dialetto che varia da un paese all’altro.Tra tutti i dialetti arabi è stato scelto il siriano per due motivi: è risultato più credibile, in quanto turchi e siriani si somigliano, hanno una fisionomia simile, lo stesso modo di gesticolare, gli stessi movimenti della bocca. Gli attori sono facili da doppiare e da rendere realistici e si muovono in scenari che, anche se con dei tratti più occidentali, ricordano quelli arabi. Inoltre questo dialetto ed è abbastanza diffuso visto che la Siria stessa ha fatto conoscere al mondo arabo le sue serie TV.
I siriani hanno saputo riconoscersi nelle storie narrate attraverso lo schermo televisivo e si sono lasciati affascinare e influenzare dalla cultura popolare turca veicolata dalle soap operas. In poco tempo queste fiction hanno saputo conquistare il mercato arabo, nonostante la stessa Siria, l’Egitto, e alcuni stati del Golfo, siano paesi con una ricca produzione televisiva. Un altro elemento determinante per il successo della serie è il fatto che le vicende narrate fanno riferimento ad una società islamica: si tratta però di un islam moderato, dove le donne non hanno il velo, lavorano e dunque sono indipendenti. Quasi a voler dire alle donne arabe, che non aspettavano che questo, che essere musulmani non è un buon motivo per relegare la propria moglie dentro le mura domestiche o mancarle di rispetto. Allo stesso tempo però la società descritta non è lontana da quella siriana o di altri paesi dell’area, i valori culturali e le tradizioni si assomigliano: il modello patriarcale è essenziale ed enfatizzato in molte scene attraverso la figura dominante del saggio capo di famiglia, che suona l’oud, il liuto, e beve caffè turco.
Tratto dal sito della Fondazione Magna Carta
