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Il ricordo

Il sogno di un’Università per lo sviluppo: alla Luiss con Rosario Romeo 

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Education un "ponte" sul Mediterraneo. LUISS Guido Carli Sede di Villa Blanc Roma 16 Maggio 2017

Parte Prima

C’è, nella vita di ognuno di noi, una data, un anno che, anche prima che si incominci a fare il bilancio della propria vita, appare chiaramente come un momento cruciale, il momento di una svolta irreversibile – per ciò che è accaduto, e per ciò che si è fatto, o per ciò che si è rinunciato a fare.

 

Per gran parte della mia generazione, quel momento di svolta è indiscutibilmente venuto nel 1956. E così fu anche per me, non solo perché in quell’anno decisivo compii diciott’anni e lasciai il Liceo per la Facoltà di Ingegneria, passaggio che già di per sé segna un vero e proprio coming of age, ma anche perché mi trovai allora alle prese con la prima difficile scelta morale e politica della mia vita.

 

Già dall’anno precedente avevo iniziato a fare la gavetta come reporter per “Paese Sera”, nelle ore libere dallo studio, o piuttosto ad esso sottratte. Lavoravo giorno e notte, e imparavo non poche cose, soprattutto sulla mia città. Ma purtroppo non durò a lungo perché – pur essendo Stalin morto da più di tre anni, e quando tutti credevamo che il “disgelo” fosse ormai un processo non più reversibile – le vicende della politica internazionale vennero a guastarmi la festa.

 

Era successo che a Poznan, in Polonia, la polizia comunista aveva fatto più di ottanta morti per reprimere una manifestazione operaia contro il “mastino di Stalin”, Kostantin Rokossovsky, un Maresciallo sovietico imposto a forza ai Polacchi come membro del loro governo “democratico e popolare”. Alla fine la repressione non servì, e Mosca dovette cedere, accettando l’avvento al potere di Wladyslaw Gomulka, un comunista patriottico. Ma lo scandalo e le discussioni all’interno della sinistra italiana, e che precedettero di poco quelle furibonde sull’Ungheria, spaccarono anche la nostra piccola redazione. E ci lasciammo – in quella che per alcuni di noi fu l’ultima sera di collaborazione – in maniera assai amara.

 

Ch’io ci fossi rimasto francamente male, se ne accorse il mio compagno di viaggio di ogni sera, nell’ultima corsa della funicolare del Vomero, Raffaello Franchini, un professore di filosofia, che per passione politica faceva anche il giornalista, in un quotidiano dichiaratamente liberale. Prendevamo sempre la stessa corsa, quella di mezzanotte, e sempre scambiavamo qualche commento sui fatti del giorno. Quella sera insistette per sapere cosa avessi, e non appena intuì che c’era stato un problema politico con “Paese Sera”, incominciò a dire che era inevitabile, che lui se l’era già immaginato, ch’io ero troppo liberale per resistere a lungo in un ambiente politicamente così diverso “dai miei istinti”. Dopo la seconda fermata della funicolare (erano tre in tutto) mi aveva già detto che, se volevo fare il giornalista, la cosa migliore da fare era di andare a trovare Francesco Compagna, che aveva da poco lanciato un nuovo mensile, “Nord e Sud”.

 

Là per la, io non ne fui molto convinto. Non ero veramente sicuro di voler fare il giornalista, anzi mi ero già iscritto alla Facoltà di Ingegneria. Ma soprattutto, “Nord e Sud” mi sembrava collocarsi ad un livello per me irraggiungibile. La rivista di Compagna aveva un altissimo profilo culturale, ed io avevo sino ad allora fatto per lo più cronaca nera. Ma Franchini, con disinteressata generosità, non mollò. Anzi, una mattina che ci incontrammo casualmente in un bar, comprò un gettone e chiamò lui il suo amico “Chinchino”, per fissarmi un appuntamento.

E fu così che conobbi Francesco Compagna e incominciai a “giocare nella sua squadra”, sei pomeriggi la settimana. E, nella redazione di “Nord e Sud”, a stabilire rapporti e stringere amicizie rivelatesi poi indistruttibili.

 

Il rapporto con lo stesso Compagna era naturalmente quello più importante; rapporto fortissimo, ma anche caratterizzato dal rispetto dei ruoli. Debbo infatti dire che, per me, Compagna non diventò mai “Chinchino”. Me lo impediva in primo luogo la differenza d’età, dato che non avevo neanche 18 anni quando approdai a “Nord e Sud”. E poi, al momento del nostro primo incontro, lui era il punto di riferimento intellettuale della città, mentre io ero solo uno studentello. In realtà, il nostro rapporto divenne rapidamente simile a quello tra un padre che cerca di essere severo senza riuscirci, e di un figlio capriccioso, curioso di mille cose ed in perenne crisi adolescenziale.  Ma importante era anche il rapporto con lo stesso Franchini, di cui seguivo a tempo perso il corso di Filosofia della Storia. Di fondamentale importanza, infine, l’intesa intellettuale con i due grandi storici del gruppo, Giuseppe Galasso e Rosario Romeo.

 

Il dibattito sul Marxismo e sullo sviluppo

 

Per quest’ultimo, in particolare, il 1956 fu anche l’anno in cui Nord e Sud pubblicò, in due corposissime puntate il saggio su “La storiografia politica marxista”, con cui si compie la sua rottura con quella ampia parte del mondo accademico in cui l’egemonia gramsciana sembrava essere indiscutibile; sembrava – per usare un’espressione dello stesso Romeo – “fare parte della storia sacra”.  Quelle 60 pagine decisamente anticonformiste  furono peraltro notate anche da molto lontano, dallo storico dell’economia dell’Università di Harvard, Aleksandr Gerschenkron, di cui si diceva che leggesse diciotto lingue, cui non sfuggì quanto esso costituisse, in Italia e per quei tempi, un evento politico-culturale “di rottura”, e ne scrisse in un suo importante libro, “L’arretratezza economica nella prospettiva storica”.

 

Soprattutto, quel saggio di Rosario Romeo fece di Nord e Sud un punto di riferimento non più aggirabile nel dibattito politico-intellettuale italiano. E le due stanzette in cui aveva sede la redazione del mensile coraggiosamente lanciato da Francesco Compagna meno di due anni prima, nel Dicembre 1954, divennero in maniera del tutto spontanea un cenacolo politico-filosofico, una sorta di seminario permanente di dibattito dall’approccio e dal livello culturale del tutto improbabili ed inaspettati nella depressissima Napoli di quegli anni, in cui dominavano i monarchici di Achille Lauro. Ovviamente – anche se lui, Rosario Romeo, non era presente a Napoli che saltuariamente – le sue tesi alimentarono e dominarono le discussioni tra i collaboratori della rivista ed i molti amici che, dopo le ore di ufficio, si riunivano nella redazione.  Per più di un anno non si parlò quasi d’altro, anche perché il mondo veniva scosso da eventi la cui portata storica era evidente, come non solo la rivoluzione ungherese ma anche la crisi di Suez e del colonialismo europeo, che mettevano a dura prova gli schemi analitici della cultura e soprattutto della storiografia marxista.

 

Il ricordo di quelle serate è per me indelebile, anche perché in quel gruppo imparavo da tutti. E poi perché il dibattito sul saggio di Romeo investiva in pieno le mie precoci convinzioni.  Ma non ci volle molto perché notassi come la critica di Romeo alla storiografia marxista fosse meno radicale di quanto non fosse la critica di Franchini al marxismo tout court. E poi, io mi ero appena iscritto all’Università, con l’obiettivo di laurearmi in Ingegneria aeronautica: il che – fu lo stesso Romeo a sottolinearlo, in maniera che trovai incoraggiante – non era per niente lontano né dai problemi di Napoli, né dalla questione meridionale, problemi e questione su cui egli era fortemente impegnato, culturalmente e politicamente. E che erano al centro degli interessi di Compagna e della rivista. Su questi temi, peraltro, ci si concentrò ancora di più dopo che Romeo ebbe consegnato a Compagna un altro suo fondamentale scritto su “Problemi dello sviluppo capitalistico in Italia dal 1861 al 1887”, che Nord e Sud pubblicò, quasi soffocando sotto le sue 87 pagine, anch’esso in due puntate successive. Erano insomma argomenti che tornavano spesso nei discorsi di Romeo, e che si ritroveranno cinque anni dopo nella sua “Breve storia dell’industria italiana”.

 

A Nord e Sud, in molte lunghe serate, potemmo così godere del privilegio di imparare dalla sua viva voce quanto non immaginavamo nemmeno si potesse raccontare su come Napoli fosse stata al cento dell’industria del volo sin dai suoi inizi e come poi avesse partecipato ai suoi rapidissimi sviluppi durante sia la Prima che la Seconda guerra mondiale. Il tutto con una dovizia di particolari, che sorprese lo stesso Compagna, che pure conosceva a fondo Napoli e il Mezzogiorno; particolari che andavano dal numero degli aerei prodotti nel corso di tre fasi successive di sviluppo al ruolo di Nicola Romeo, l’ingegnere napoletano suo omonimo, che poi creerà l’Alfa Romeo, ma che nel 1923 aveva fondato, a Pomigliano d’Arco, l’IMAM, le Industrie Meccaniche ed Aeronautiche Napoletane. E ancora, dal tipo di velivoli prodotti al loro impiego sia civile che militare; dai risultati ottenuti nelle operazioni belliche alle aspettative legate al recente passaggio dai motori a pistoni a quelli a turboelica.

 

Da lui appresi persino del diverso stadio di sviluppo in cui si trovavano l’industria degli aerei, già allora più o meno in una fase di maturità, e quella dei motori aerei, che invece stava allora per aver una rivoluzione tutta sua, dovuta dalla piena accettazione del motore a getto per gli aerei sia militari che civili. E fu sempre da lui che ebbi la mia prima idea su quanto si sarebbe potuto realizzare in futuro grazie al fatto che l’anno precedente, 1955, a rilanciare l’industria aeronautica del Sud, ribattezzata col nome di Aerfer era intervenuta, la Finmeccanica, cioè lo Stato, con un effettivo disegno di politica industriale.

 

Scoprii infine che, pur nell’impianto ideologicamente e politicamente liberale, che era quello del gruppo di Nord e Sud, Rosario Romeo era – peraltro insieme allo stesso Compagna, le cui idee conoscerò molto bene nei quindici anni in cui sarò suo Assistente all’Università, ed a Giuseppe Galasso, l’altra grande personalità del gruppo – un tenace assertore del ruolo dell’industria pubblica. E lo rimase sempre, anche quando, molti anni dopo, tentava, da Rettore della Luiss, di creare insieme a Guido Carli, e ad esponenti importanti del mondo dell’industria privata, una università liberata dal conformismo prevalente negli ambienti accademici ed editoriali. Lo rimase con passione, anche se con espressioni di crescente preoccupazione man mano che si moltiplicavano, nel corso degli anni, gli ostacoli all’azione delle Partecipazioni Statali, soprattutto nel Mezzogiorno.

 

Una università per lo sviluppo e l’internazionalizzazione

 

Visti ex-post, quei due saggi di Romeo spiegavano già la motivazione politica che sarà dietro la sua idea di dar vita ad una istituzione diversa da quelle del sistema universitario, di cui egli – da Rettore della Luiss – traccerà un terribile ritratto dopo l’assassinio di Vittorio Bachelet. Spiegavano l’impegno che egli metterà nel tentativo di creare a Roma, nel Centro-Sud, una università strettamente collegata al mondo dell’industria; tentativo da cui derivò un ulteriore rafforzamento del nostro sodalizio, di cui gli anni di “Nord e Sud” appariranno alla fine come un semplice, anche se lungo e forte, antecedente.

 

La fase della troppo breve vita di Rosario Romeo in cui egli si dedicò alla creazione e al successo della Luiss copre un arco di ben cinque anni: dal 1979 al 1984. E furono quelli, per lui, anni di impegno intensissimo non solo sul piano operativo, ma anche – oserei dire – su quello delle emozioni. Emozioni legate dapprima all’audacia della sfida che l’idea comportava, poi al manifestarsi graduale di difficoltà crescenti, non tanto pratiche quanto legate all’evidente malavoglia e insufficienza del mondo dell’industria a svolgere il ruolo che il progetto di una Università di eccellenza loro richiedeva.

 

Sull’impegno e sul travaglio di Rosario Romeo in quegli anni, caratterizzati in Italia dal clima plumbeo ereditato dal decennio precedente – dalla contestazione all’assassinio di Aldo Moro – la mia può essere una testimonianza solo parziale. Alla Luiss, come Professore, io misi piede solo a partire dal 1980, durante lo Straordinariato, dopo aver lasciato la Facoltà di Scienze Politiche di Firenze (ed il mio posto di Capo Divisione all’OCSE, a Parigi). Ma da quel momento, la mia frequentazione di Rosario Romeo divenne ancora più intensa e quotidiana di quanto non fosse stato sino ad allora.

 

Della Luiss, in termini concreti, Romeo mi aveva parlato per la prima volta già anni ’70. Ed era accaduto durante una conversazione che si collegava direttamente alle cose di cui si parlava nelle serate a Nord e Sud; una conversazione sull’industria aeronautica nell’Italia centro-meridionale, che si era allargata tanto da toccare il tema delle attività produttive nate, nella zona di Pasadena, in California, come una sorta di “indotto” – di spin off, per dirla all’americana – dalla ricerca svolta in una istituzione tecnico-scientifica, il Jet Propulsion Laboratory.  Ma fu in quell’occasione che mi divenne chiaro come Romeo concepisse la Luiss come una sorta di spoletta d’innesco di un fenomeno socio-economico analogo, anche se forzatamente dissimile e su scala ridotta, a quelli verificatisi spontaneamente non solo nella stessa Pasadena, ma anche e soprattutto lungo l’asse della “route 128”, che collega il MIT di Boston con lo yard di Harvard, a Cambridge. E soprattutto nella Contea californiana di Santa Clara, in quella che diventerà più tardi la famosa Silicon Valley.

 

Ciò collimava con il fatto che in Italia – attorno alla metà degli anni sessanta – si era esaurita la possibilità per il sistema industriale di progredire tecnologicamente, come aveva fatto dalla fine della seconda Guerra Mondiale in poi, quasi soltanto attraverso l’acquisto o l’imitazione di brevetti esteri. E era diventato facilmente intuibile che essa, man mano che i vari settori prendevano atto di aver recuperato tutto o quasi il ritardo accumulato negli anni dell’autarchia, sarebbe entrata in una fase in cui la spesa per la ricerca era destinata ad accrescersi rapidamente. E ciò lasciava sperare il verificarsi di fenomeni come quelli visti negli Stati Uniti, di sviluppo delle attività produttive innescato dalla integrazione e dalla collaborazione con istituzioni di ricerca e di insegnamento.

 

Rosario Romeo, aveva trovato di qualche interesse il libro in cui anni prima avevo esposto questa mia ipotesi, e aveva voluto che ne parlassimo a fondo. Era evidente che l’esempio americano apriva nuovi spunti alla riflessione sullo sviluppo del Mezzogiorno, e un nuovo filone al pensiero meridionalista, anche perché era ispirandosi ad esso che un paese come Israele che aveva fino allora puntato soprattutto sul settore agricolo, ma date le povere caratteristiche del territorio aveva grandissimo bisogno di un modello di industrializzazione totalmente nuovo, era riuscito a dar vita, attorno al Weizmann Institute of Science ad un fenomeno di cui ironicamente si discuteva se dovesse esser detto “Route1,28” oppure “Route 12,8”. E questo aveva fatto si che, vent’anni dopo, non fosse più vero che, come aveva fatto notare lo stesso Romeo, in “un paese povero di territorio e di risorse naturali e sottoposto ad una fortissima pressione demografica come l’Italia è riuscito, unico tra quelli dell’area mediterranea, a creare un grande apparato industriale e una civiltà urbana altamente sviluppata, che in gran parte del paese ha diffuso più civili e indipendenti rapporti tra gli uomini e le classi, una più moderna concezione della vita, una più larga partecipazione degli italiani ai beni materiali e morali del mondo moderno“

 

Per di più, l’investimento nei laboratori di ricerca richiedeva infatti capitali molto meno ingenti di quelli che sino allora si era pensato fosse necessario investire nel sistema industriale del Sud Italia, per avviare processi di sviluppo a carattere autopropulsivo, anche se non autonomo, anzi fortemente complementare a quanto accadeva nelle regioni più avanzate d’Italia. E ciò correggeva una stortura nell’impostazione delle misure che erano state adottate all’indomani della seconda guerra mondiale e della creazione della Cassa per il Mezzogiorno; stortura che consisteva nel fatto che lo Stato, per sostenere gli investimenti interveniva a coprire una parte sostanziosa degli interessi sulla spesa di capitale.  In molti casi, per investire al Sud, gli imprenditori venivano a disporre di capitali pagati a meno del 3% all’anno, il che aveva fatto sì che pochi soggetti economici con forti connessioni politiche avevano investito in produzioni ad altissima intensità di capitale, per esempio nel settore della raffinazione,  dove la creazione di un posto di lavoro costava anche un miliardo di lire dell’epoca, contro meno di 10 milioni in comparti come, ad esempio, l’abbigliamento. Il fattore che era strutturalmente scarso nel Mezzogiorno, il capitale, finiva così  per essere utilizzato in maniera intensiva mentre il lavoro, assai abbondante nel Sud, veniva utilizzato col contagocce. Tanto che lo stesso Compagna propose successivamente una modifica della legislazione per il Sud: modifica che legasse i finanziamenti al numero di posti lavoro creati.

I laboratori di ricerca (specie quelli non legati ai mega progetti più scientifico-teorici che tecnico-industriali, quali quelli del CERN di Ginevra, o il Progetto ITER per la fusione termonucleare controllata, che sini in genere totalmente finanziati dallo Stato o addirittura da più Stati) tendevano ad avere un miglior rapporto tre energie umane e risorse finanziarie impiegate,  offrendo così più occasioni al gran numero di soggetti giovani intellettualmente brillanti annualmente sfornati dalle Università meridionali.

 

E fu proprio discutendone che Romeo mi disse della sua totale sfiducia nel fatto che l’università pubblica potesse, come centro di ricerca e formazione, essere il soggetto adatta per dare innesco a questo tipo di spin off. Cioè di avere una funzione trainante nello sviluppo tecnologico del Mezzogiorno. E di come, col progetto della Luiss, egli provasse a contrastare, nel limite delle sue personali forze, questo declino.

 

E non si sbagliava. Perché da quel mio libro nacque – è vero –  la proposta che Francesco Compagna, eletto l’anno precedente alla Camera dei Deputati, di un emendamento alla legge per il Mezzogiorno, in virtù del quale le provvidenze previste per i nuovi investimenti produttivi nel Sud venivano estese anche ai laboratori di ricerca.

 

Ma ad approfittare di questa nuova possibilità non furono quasi mai le università, bensì aziende pubbliche e private che crearono, più spesso ampliarono o semplicemente trasferirono nella cosiddetta “Zona Cassa”, i loro centri di ricerca.  Nacquero o crebbero così, l’Area della ricerca di Napoli, il CSATA di Bari, e più tardi la cosiddetta “Etna Valley”, ma soprattutto l’ELASIS. E questo centro di ricerca creato a fianco dell’Alfa Sud di Pomigliano d’Arco, in seguito svilupperà –  tra molto altro – anche la tecnologia del motore Fire, la carta vincente con cui molti anni dopo Sergio Marchionne riuscirà a ottenere il sostegno politico ed economico di Barack Obama per il salvataggio dalla Chrysler. Si è trattato indubbiamente di successi non trascurabili, ma di successi legati al mondo aziendale, mentre il sistema universitario meridionale confermava il desolato giudizio di Romeo sulla perdita di ogni capacità di svolgere un ruolo trainante nello sviluppo economico e sociale.

 

Questo suo pessimismo si rafforzo chiaramente negli anni successivi, gli stessi anni in cui egli venne coinvolto sempre più a fondo nella vicenda della Luiss. E fu quella la molla che lo indusse a suggerirmi che era proprio un’università privata e legata al mondo dell’imprenditoria il posto a me adatto, ed dove avrei potuto trarre miglior frutto dai miei studi di politica industriale. Romeo mi diede perciò un’immagine positiva della Luiss di cui, dopo l’esperienza dell’istituto Universitario europeo di Firenze, era diventato Rettore. Me ne parlò in termini che mi fecero capire quanto egli tenesse a fare della ex-Pro Deo non solo un centro di eccellenza, ma anche uno strumento di progresso per il Mezzogiorno, e finalizzata a creare nel Mezzogiorno un nuovo tipo di intellettuale, capace di contribuire ad una più rapida crescita economica e civile del Sud.

 

Tra impegno e sfiducia

 

Negli anni successivi quando, con l’incarico alla Luiss, la mia frequentazione con Rosario Romeo divenne ancora più intensa, mi fu evidente come il suo giudizio sullo stato del sistema universitario pubblico non fosse cambiato. Eppure, pur non sapendo quanto possa essere significativa, posso dare testimonianza personale del fatto che egli non mi ha mai scoraggiato dal proseguire nella carriera accademica, una carriera – egli ebbe a dire una sera, durante una conversazione con Nello Ajello, un giornalista dell’Espresso che era stata un’altra “colonna” di Nord e Sud – che a partire dalla fine degli anni sessanta si era “drammaticamente svalutata”. Ma non mi incoraggiò nemmeno; come se non volesse prendersi la responsabilità di farmi abbandonare la linea di mantenermi aperte altre strade nella vita, come la posizione all’OCSE, che dal 1970 al 1980 mi aveva consentito di vivere a Parigi con tutti gli ingiustificati privilegi retributivi e fiscali legati allo status diplomatico.

 

In altri termini, sulla questione universitaria italiana, mi parve insomma che Rosario Romeo fosse addirittura lacerato. Da un lato egli dedicava gran parte delle sue forze al tentativo di fare della Luiss un vero centro di eccellenza, dall’altro sembrava dubitare che ciò fosse possibile. E ciò almeno dopo il 1980, anno a partire dal quale può avere inizio una mia testimonianza diretta del ruolo che egli ebbe in questa istituzione: non quindi nel periodo della sua creazione, bensì nella fase in cui maturano gli eventi che portarono alla sua rinuncia al ruolo di Rettore ed alla prova definitiva di come – nel quadro generale del degrado culturale e morale della società italiana – non fosse sufficiente, e neanche veramente possibile, chiudersi in una università privata, come fosse uno di quei monasteri che per secoli, dopo le invasioni barbariche, ospitarono le élites colte romana e cristiana.

 

Ciò appare evidente anche dai suoi scritti politici di quegli anni, apparsi principalmente sulle colonne del Giornale di Indro Montanelli. Molti di essi sono dedicati alla questione universitaria, e sono assai spesso aspramente critici. Eppure, si trovano in essi non pochi spunti e suggerimenti su come dare risposta alle insufficienze più gravi, se non un tentativo di teorizzare un possibile rimedio a quella situazione. Ma non c’è, in questi articoli, non si dice una teorizzazione, ma neanche un accenno all’ipotetico ruolo che le università private avrebbero potuto svolgere a tal fine.

 

E significativa mi pareva, del resto, anche la posizione amministrativa di Romeo; cioè il fatto che neanche nella fase in cui egli aveva il principale ruolo simbolico e di garanzia, nonché scientifico e didattico, della Luiss, cioè nel periodo in cui ne fu Rettore, egli abbia mai pensato di trasferire formalmente la propria posizione di titolare di cattedra dalla facoltà di lettere della Sapienza alla Facoltà di Scienze Politiche dell’ateneo di viale Pola; segno di un attaccamento che nei primi tempi mi parve di tipo sentimentale, ma che invece finii per considerare come la prova del suo radicato convincimento che in un paese in cui si vuole che regni la libertà di pensiero e il pieno sviluppo della personalità dei suoi giovani, il ruolo educativo, e di formazione delle élites che da esso dovrebbe discendere, non possa fondamentalmente, se non esclusivamente, essere  che un compito dello Stato.

 

La controversia sui poteri delle Facoltà

 

Come è stato già ricordato in altre relazioni, alla Luiss, in quegli anni, apparve appieno quanto fosse difficile la conciliazione tra due visioni – una aziendale e l’altra istituzionale – dell’università. Infatti, il nuovo statuto adottato dalla Luiss nel 1981 lasciava indubbiamente al riguardo spazi interpretativi abbastanza ampi, fino all’ambiguità.

 

Ma era un’ambiguità che consentiva a questo strano ibrido di funzionare, come dimostravano i fatti. Da un lato, Romeo, negli anni in cui fu Rettore, vide sistematicamente accolte dal Consiglio di Amministrazione tutte le proposte deliberate dai Consigli di Facoltà dell’Ateneo. Ma d’altro canto, una inconciliabilità di fondo restava, e finì per provocare una crisi quando il disaccordo giunse a toccare un punto che per Romeo era più complesso di come non apparisse agli esponenti del mondo dell’industria: il rapporto tra i poteri decisionali del Consiglio d’Amministrazione e quelli delle Facoltà in una materia di cruciale importanza quale era la chiamata e l’assunzione in servizio dei docenti di ruolo. Man mano che era cresciuto l’impegno della nuova proprietà nella vita della Luiss, infatti, gli spazi di potere occupati dal Consiglio di amministrazione si erano manifestamente ampliati, ed erano anche aumentate le sue pressioni non solo per orientare l’istituzione di nuovi posti in determinati settori disciplinari, anziché in altri, ma anche a decidere la scelta dei docenti.

 

Ciò parve a Romeo del tutto inaccettabile. Ma non si trattò di una questione di picque né “di casta”. Romeo non ignorava certo che, il “baronaggio” era sempre più forte nelle università, al sud come al Nord. E che la “libera università” avrebbe potuto contribuire a combatterlo, riconoscendo un ruolo, anche se informale, nelle chiamate anche al mondo produttivo. Ma per questo si sarebbe necessariamente dovuto trovare un meccanismo delicato quanto equilibrato, il che si dimostrò rapidamente impossibile non tanto per la rigidità delle posizioni assunte da entrambe le parti, ma soprattutto anche perché stava progressivamente venendo in luce una differenza di fondo tra le ragioni, e gli obiettivi ultimi, con cui le due parti, quella accademica e quella imprenditoriale, si erano impegnate nell’ambizioso progetto di cui la Luiss era lo strumento.

 

L’università come impresa

 

Eppure, tra tutti casi di università private fiorite in Italia soprattutto a partire dalla fine degli anni 60, l’istituzione di Viale Pola a mio avviso presentava caratteristiche di grande eccezionalità; e in ciò conveniva lo stesso Romeo, che però ad un certo punto cominciò a non poterne più del clima conflittuale che si veniva manifestando. Mentre io restavo convinto del fatto che essa costituisse una vera occasione per superare il difetto principale delle università private, delle università che sono al tempo stesso iniziative a carattere economico.

 

L’argomento de “l’università come impresa”, era già stato affrontato fin 1967 in un importante libro di Gino Martinoli, che non solo era un grande dirigente industriale (alla Olivetti e alla Necchi) ma anche un attento studioso dell’educazione al management (all’IPSOA, alla SMIMEZ, all’OCSE), e che sarà più tardi il fondatore del Centro Studi e Investimenti Sociali, il Censis. E da lui non solo ebbi il mio primo incarico professionale (nel 1962; avevo 24 anni) ma appresi moltissimo sui limiti dell’università tradizionale – non solo italiana, ma anche americana – in una società industriale in rapida evoluzione tecnologica.

 

Come tutte le attività economiche –  era la conclusione cui ero giunto – a partire dall’attività dai consulenti e dai liberi professionisti, che offrono sul mercato competenze per coloro che queste competenze non hanno, le università private sono al tempo stesso avvantaggiate (ma in apparenza) e danneggiate (nella sostanza, e molto gravemente) dal fatto che chi compra, il cliente che ad esse si rivolge, non è in grado di valutare la qualità del prodotto che acquista,  e neanche se sia veramente appropriato alle proprie necessità. Per essere in grado di valutare la qualità e la opportunità delle competenze che cerca di comprare, dovrebbe saperne abbastanza, da non aver bisogno di comprarle.  Si trova in altri termini nelle situazioni di chi vuole comprare un quadro d’autore oppure un tappeto orientale, senza essere un intenditore.

 

Rispetto all’università poi, anche quando la famiglia dello studente è in grado di dare una valutazione dall’esterno della qualità dell’insegnamento impartito, tale valutazione sarà sempre approssimativa, e comunque apparirà ex-post; sarà evidente solo dopo che il danno è fatto.  L’unico che potrebbe valutare la qualità dell’insegnamento ricevuto all’università – come poi qualche volta farà, però molti anni dopo – è lo studente stesso. Ma com’è noto, sia per la giovane età, sia per una naturale tendenza ad evitare un gravoso impegno di studio, lo studente tende ad ottenere un risultato più formale che sostanziale.  Tende ad ottenere un buon voto, un diploma, al prezzo del minimo sforzo.  Viene insomma meno il più cruciale del “controllo qualità”, quello dell’utilizzatore finale del prodotto. E ciò fa sì che le università private tendano a non essere troppo difficili.  Lo scioglimento dell’Università del Galles, che esisteva dal 1893, da parte del governo britannico ha, nel 2011, dato un esempio lampante di questa tendenza alla semplificazione degli studi, di fatto alla degenerazione dell’istituzione universitaria in una fabbrica di esami e di diplomi.

 

La Luiss, cui spesso si rivolgono imprenditori importanti per ottenere i migliori laureati, dispone però di un forte elemento di controspinta alla tendenza di dare sempre ragione al cliente immediato, cioè allo studente.  Il sistema delle imprese, cioè il futuro datore di lavoro, che alla fine dei conti è il vero cliente della Luiss, ha infatti interesse a che gli studi e il tirocinio siano improntati a serietà e severità; ha interesse a che la Luiss sia al tempo stesso istituzione di formazione e istituzione di selezione.  E ha di conseguenza interesse a che la scelta dei professori, cioè sul punto a proposito del quale avvenne la rottura tra Romeo e li Consiglio di Amministrazione della Luiss, avvenga sulla base della dimostrata capacità del docente.

 

Non molto tempo dopo l’abbandono del Rettorato da parte di Romeo, si verificò infatti un episodio che dimostrava come l’ambiente imprenditoriale potesse, almeno in qualche caso – e sarebbe interessate analizzare in quali si, e in quali no – , essere il miglior garante della qualità del personale docente. Avvenne infatti che un gruppo di imprenditori interessati ad investimenti nel sudest asiatico si rivolgesse all’istituzione di Viale Pola per l’organizzazione di un seminario sulle potenzialità e sui problemi di quell’area, sulle caratteristiche e sulle sue prospettive economiche e politiche. L’incarico a tenere questo seminario venne dal nuovo Rettore, Carlo Scognamiglio, affidato a un giovane docente che non sembrava avere più, dopo la partenza di Romeo, molte chances di carriera nella Luiss. Ma quel seminario capovolse la situazione.  Due giorni dopo, Scognamiglio chiese a quel docente di incontrarlo, e dopo avergli detto dei molti elogi che quegli imprenditori avevano fatto alla sua competenza, gli annunciò come imminente la firma di un decreto di nomina a Professore Ordinario. Impegno che puntualmente mantenne.

 

Fu quello quindi un caso in cui, e lo stesso Romeo ne convenne quando ne parlammo, era stato l’ambiente dei datori di lavoro ad imporre la scelta qualitativa, quella per il candidato più preparato. Il cliente aveva insomma avuto ragione: ma un cliente altamente razionale; un cliente che si era presentato non già con il basso grado di approssimazione con il quale la famiglia dello studente può valutare le capacità di un professore; e neppure armato dei soli strumenti quasi infantili dei quali lo studente stesso dispone per decidere il proprio gradimento rispetto ad un docente.  L’utilizzatore finale dei servizi formativi offerti dalla Luiss alla società italiana, il controllore ultimo della qualità di tale servizio, si era invece presentato con il volto del mondo dell’impresa che, per propria obiettiva necessità, chiede all’università personale formato da docenti di qualità.

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