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Il sorpasso di Obama

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Era nell’aria e alla fine è successo. Per la prima volta dall’inizio della campagna elettorale, Barack Obama ha superato in un sondaggio la diretta rivale Hillary Clinton. Secondo l’autorevole istituto demoscopico Rasmussen, il senatore afro-americano può contare oggi sul 32 per cento dei consensi dell’elettorato americano. La senatrice di New York si ferma, invece, al 30 per cento. Rasmussen sottolinea che lo scarto è talmente lieve da risultare “non significativo”. Tuttavia, per la prima volta si assiste al sorpasso di Obama sulla ex First Lady.

E pensare che, solo un mese fa, Hillary aveva un vantaggio sul giovane senatore dell’Illinois di ben 12 punti. Da allora, però, si è avviato un trend di crescita costante della popolarità di Barack Obama, per il quale la nomination democratica alla Casa Bianca ora non è più solo un sogno. Sempre l’istituto Rasmussen fa notare che l’incremento maggiore di Obama nei confronti della Clinton si è registrato dopo il dibattito della settimana scorsa, che ha visto la partecipazione di tutti gli otto candidati presidenziali del partito dell’Asinello. In casa Clinton suona, dunque, il campanello d’allarme. D’altro canto, un segnale chiaro si era già avuto al momento della dichiarazione sui fondi raccolti nel primo trimestre di campagna elettorale quando Barack Obama ha sfiorato la somma record incassata da Hillary Clinton.

Coccolato dai media e supportato da star di Hollywood del calibro di George Clooney e Halle Berry, il quarantaseienne hawaiano di origini keniane dovrà ora dimostrare di non essere soltanto un fenomeno mediatico. In molti, lo staff di Hillary in primis, mettono l’accento sull’inesperienza di Obama, eletto al Senato solo tre anni fa. Non basta essere una “fresh face” per arrivare a Pennsylvania Avenue, avvertono gli avversari del senatore afro-americano. Dal canto suo, l’ex avvocato e professore di diritto punta ad accreditarsi come leader bipartisan, in grado di dialogare fruttuosamente con i Repubblicani. Tentativo decisamente più ostico per una figura polarizzante come la senatrice di New York.

Su alcune issues, Obama tiene ad evidenziare la sua capacità di sintesi con i conservatori. “Gli americani sono stanchi di politiche ideologiche che dividono”, si legge sul suo sito Internet, dove sono enumerati i provvedimenti legislativi adottati assieme a parlamentari del Grand Old Party. Obama dichiara di aver sempre lottato contro la corruzione nella politica, denunciando anche le mancanze del suo partito. E ricorda che per limitare il potere delle lobby a Washington non ha esitato a cercare alleati nel partito Repubblicano. Anche sulle politiche in favore dei veterani di guerra, il senatore dell’Illinois sottolinea la fattiva collaborazione con esponenti del partito dell’Elefante. Sul punto chiave dell’Iraq, Obama rammenta la sua posizione contraria alla guerra, sin dall’inizio (in contrasto con Hillary Clinton che nel 2002 votò a favore dell’uso della forza contro Saddam), tuttavia sposa il piano bipartisan delineato dall’Iraq Study Group, presieduto da James Baker e Lee Hamilton. Sembra, dunque, che Obama voglia proseguire sul cammino intrapreso alla Convention Democratica di Boston del 2004, quando impressionò l’America con un ispirato keynote address sull’unità del popolo americano. Un passaggio di quel discorso resta, in particolare, nella memoria: “Gli esperti dividono il nostro Paese in due: Stati rossi per indicare quelli che votano Repubblicano e Stati blu per quanti votano Democratico. Ho una notizia per loro. Non esistono gli Stati rossi d’America né gli Stati blu d’America. Esistono gli Stati Uniti d’America”.

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