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La Lady di ferro e la deregulation/3

Il thatcherismo senza valori di Blair e Brown ha prodotto il crack finanziario

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"A me il consenso sembra essere il processo costringe all'abbandono delle proprie convinzioni, principii, valori e politiche per qualcosa in cui nessuno crede, ma nei confronti del quale nessuno ha nulla da obiettare".   - Margaret Thatcher, 1981

Vivere al di là dei propri mezzi porta alla dipendenza invece che all’indipendenza, e la dipendenza conduce al degrado. Ciò era vero per le nazioni, sosteneva la Thatcher, quanto per gli individui. Era abbastanza sofisticata da capire che le nazioni possono, e a volte devono, prendere a prestito e spendere su larga scala. Rispettò gli insegnamenti di John Maynard Keynes, ma era altrettanto sospettoso delle successive generazioni di “keynesiani” di sinistra. Ma rimase fedele alle proprie verità domestiche. Se la Gran Bretagna avesse potuto meglio allineare ciò che spendeva e prendeva a prestito con il proprio gettito, allora il paese avrebbe contare sulle capacità natie della sua gente per fare il resto. Avrebbe ancora una volta assunto un atteggiamento fiero di fronte al mondo, assumendo le proprie decisioni.

Sarebbe difficile negare che Thatcher ebbe successo nel raggiungere alcuni di questi risultati. L’aliquota maggiore sulla tassazione da reddito stava al 98% nel 1979, scendendo al 40% nel 1988. Nel 1979, la Gran Bretagna perse 29,5 milioni di giorni lavorativi in scioperi. Già nel 1986, la cifra era scesa a 1,9 milioni. Quando assunse le sue funzioni, la Thatcher dovette fare i conti con industrie di Stato tra le più indebitate nel mondo occidentale. Quando lasciò il suo posto, l’idea della privatizzazione era diventata il più importante tassello di proprietà intellettuale mai esportato da un politico.

Quel che è anche vero, comunque, è che l’arcignamente prudente casalinga stava sull’orlo di un’era nella quale i cittadini erano molto più liberi di accedere al credito di quanto non lo fossero stati in passato. Si liberò del cartello di società di costruzione che aveva razionato l’offerta di credito ai compratori di case in Gran Bretagna. Più persone divennero proprietari per la prima volta, la meno fortunosa conseguenza fu che milioni di persone incominciarono a prendere a prestito pesantemente mettendo ipoteca sulla casa, fenomeno che condusse a un crack a poca distanza dall’abbandono delle sue funzioni a primo ministro.

Con la sua determinazione ad aprire i mercati al mondo – cinque mesi dopo esser arrivata al potere, abolì tutti i controlli di cambio sulle valute internazionali – la Thatcher ha lasciato un’eredità ambigua. Nel 1986, il suo “Big Bang” nella City di Londra abolì il sistema della commissione per i broker azionari, scassando il vecchio club della City. Il divieto di negoziazioni in proprio fu levato. La separazione tra le banche commerciali e le banche d’investimento cessò. Le banche estere, in particolare quelle statunitensi, si fecero avanti. Quel che tutti oggi biasimano e temono, ovvero “le banche casinò” non sarebbero state possibili senza questi cambiamenti.

Molti la accusarono di promuovere l’avidità che sul piano personale deplorava. Il navigato commentatore inglese, Peregrine Worsthorne, incapsulò questa critica alla Thatcher con vivida durezza. Lei aveva intenzione, affermava Worsthorne, di riformare il suo paese nell’immagine di suo padre (un laborioso e puritano droghiere metodista) e ha finito col creare un paese a immagine e somiglianza di suo figlio (un maneggione dichiaratosi colpevole nel 2005 in Sud Africa a fronte di accuse connesse con il sostegno finanziario a un colpo di Stato di matrice mercenaria in Guinea Equatoriale).

Sarebbe più corretto dire che l’Occidente oggi soffre di aver abbracciato il lato assolato del thatcherismo senza aver fatto proprio i suoi aspetti minatori. Tony Blair, Gordon Brown accettarono le idee che il mercato ha importanza, che gli investimenti esteri devono essere accettati, che le persone devono essere messe in condizione di arricchirsi. Lande del tutto nuove per un partito socialista. Ma ignorarono l’eterna vigilanza della Thatcher, la sua avversione per la spesa pubblica, la sua ossessione con la disciplina personale, la sua convinzione che non ci si può esimere, in ultima istanza, dal pagare i propri debiti.

Fine della penultima puntata. Continua…

Tratto dal Wall Street Journal

 

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