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Il ticket con Obama è solo un bluff di Hillary?

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Dopo le primarie democratiche in Montana e South Dakota i toni dei media sono stati quelli utilizzati per descrivere la fine di una guerra sanguinosa. L’Herald Tribune ha aperto a tutta pagina con il titolo “La Clinton pronta a porre fine alla lotta per la nomination”. I fatti dicono che - finite le consultazioni popolari – al sen. Barack Obama mancano 33 delegati per avere la matematica certezza di essere il candidato democratico per la corsa alla Casa Bianca (il quorum è di 2.118), mentre la senatrice Rodham Clinton è distanziata di 200 unità dall’agognato, ed ormai irraggiungibile, traguardo. 

“Non è finita fino a quando non è finita”.  Per mesi la volitiva candidata aveva ruggito questo suo tormentone. Neppure dopo gli ultimi risultati, dopo che i numeri hanno reso impossibile una sua rimonta, lei si è dichiarata – come si usa in America – sconfitta. Sul suo animo brucia il fatto di aver ottenuto inutili vittorie nei principali Stati dell’Unione e di aver raccolto più di 17 milioni di, altrettanto,  inutili voti.  Pochi rimpianti sig.ra Clinton! Chi è causa del suo male può piangere solo se stesso. Tutta la strategia elettorale della senatrice di New York, ed il conseguente utilizzo dei cospicui fondi raccolti tra i supporter della prima ora, era incentrata sul super Tuesday del 5 febbraio, dove si espressero più di 20 stati. Il disegno era chiaro e semplice: utilizzare tutta la forza e le energie di una macchina elettorale, temprata dall’esperienza dell’ex presidente Bill e rodata dalla competizione per lo scranno di senatore di New York, per assestare un colpo fatale alle speranza del giovane competitor dell’Illinois. Nessuna risorsa era stata risparmiata, né politica, né finanziaria. Purtroppo – come spesso accade – i risultati non risposero alle aspettative. Il verdetto del 5 febbraio lanciò Obama come front runner della competizione democratica e – cosa ancora più grave per la Clinton – lasciò l’ex first lady priva di una strategia politica e con le riserve finanziarie quasi esaurite.

Perché questa debacle? Semplicemente era stato sbagliato il messaggio. Mentre il giovane sentore dell’Illinois faceva della sua “inesperienza” e del colore della sua pelle una risorsa elettorale, offrendo – come ha scritto Pistolini – “l’intuizione di sé, più che la lista della spesa politica”, con quella tensione messianica e profetica che colpisce nel profondo l’anima americana, sempre pronta ad abbracciare nuove sfide e “cambiamenti”, l’ex first lady con una cattiva gestione dello staff (che ha fatto andare in fumo ben 200 milioni di dollari di fondi) aveva completamente sbagliato messaggio. Per utilizzare le parole di Solis Doyle, già prima direttrice della campagna della Clinton, Hillary ha posto “l’accento sull’esperienza, piuttosto che cercare di piacere”. A queste caute  critiche vi è da aggiungere che la tanto proclamata esperienza della senatrice era solo servita a maturare una infinita serie di fallimenti ai tempi della presidenza del marito. Dopo il fatidico 5 febbraio la competizione elettorale è proseguita tra significative rimonte della Rodham Clinton e conferme dell’homo novus del partito democratico. Dove lei, oltre a insistere sull’esperienza, cercava nuovi spazi di manovra portando attacchi personali al competitor, lasciando che, sia il marito, sia la povera Geraldine Ferraro (costretta poi a dimettersi dallo staff della Clinton), affermassero, da un lato, che un presidente afro-americano non sarebbe stato all’altezza del compito, dall’altro che Obama aveva amicizie pericolose e che persino il suo secondo nome (Hussein) era segno di scarsa adesione allo “spirito americano”. Mentre il senatore dell’Illinois, supportato da David Axelrod, guru delle campagne elettorali liberal, dosando buonismo e scandali, seduceva il pubblico con il suo “Yes, We can!”, alludendo però ad una scarsa trasparenza ed onestà della Clinton e del suo clan. 

Dopo questo estenuante confronto alla ricerca dell’ultimo voto, dove la Clinton –  forse più per rivalsa personale nei confronti del marito che per convinzione della bontà del suo messaggio – non si è arresa che alla forza dei numeri, il partito e l’elettorato democratico appaiono come un campo di battaglia: una distesa di rovine. Il confronto sessual-razziale dei due candidati ha spaccato l’elettorato democratico. Se gli afroamericani e i liberal bianchi stanno con Obama il movimento femminista –  rappresentato da Erica Jong – la minoranza ispanica e, soprattutto, i blue collar da sempre diffidenti nei confronti di  una politica sociale troppo a favore degli afroamericani ( sono loro che diedero la vittoria a Reagan), stanno dalla parte della Rodham Clinton. 

A essere onesti la responsabilità di questo disastro politico non può completamente ricadere sulle spalle dei due contendenti. La responsabilità più grave è nel sistema elettorale  utilizzato dal partito democratico durante le primarie. A differenza della tradizione americana che predilige il sistema maggioritario a “botta secca”, il partito dell’asinello, utilizza – in ogni stato in modo differente – un misto di sistema proporzionale e maggioritario, grazie al quale chi prende più voti in uno stato non è sicuro di avere la maggioranza dei delegati in quel medesimo collegio. Oltre a questo si aggiunge il ruolo dei super delegati – boiardi di partito – che liberi da ogni mandato scelgono a loro piacimento il candidato da sostenere. A differenza di quanto avviene presso il GOP, dove l’uso del maggioritario integrale consente di identificare il candidato alle presidenziali molto presto, nel partito democratico le lotte fratricide sono una tradizione. Nel 1968 ad esempio, dopo primarie segnate dall’assassinio di Bob Kennedy, senza aver partecipato alle elezioni Hubert Humprey si presentò come candidato alla convenzione democratica e vinse con il sostegno di soli 1.759 delegati. Simile risultato ebbe la nomination di George McGovern. Altrettanto limitato fu il successo di Jimmy Carter che, comunque, riuscì a vincere le elezioni, grazie alla debolezza ed alla inconsistenza del candidato repubblicano il presidente Gerald Ford. Ci sarà ben una ragione se dal 1948 al 2008 i democratici hanno abitato la Casa Bianca per 6 mandati (24 anni), mentre il GOP ha occupato quella sede per 9 mandati (36 anni). A conferma di quanto sia rilevante l’handicap si noti che in quegli stessi 60 anni il congresso ha avuto una più duratura maggioranza democratica. 

Finita – solo apparentemente – la competizione, il problema all’ordine del giorno della leadership democratica è come ricompattare il partito, coagulandolo intorno al candidato di bandiera ed affrontare – nel modo più competitivo – John Mc Cain. Tutte le fonti bene informate dicono che Hillary Clinton, riconoscendo la sconfitta, si ritirerà ufficialmente dalla competizione sabato 7 giugno e da quella data appoggerà Obama. C’è però da chiedersi quale sarà il prezzo della sua resa. Da più si dice che accetterebbe la vicepresidenza, dando vita al cosiddetto dream team. La domanda sorge spontanea. Che disegno ha questo astuto avvocato? E’ noto che la figura del vicepresidente è solo rappresentativa e che egli non ha alcun potere. Si dice che è l’uomo distante dal potere solo per un battito del cuore. Cioè esiste solo a garantire una continuità all’esecutivo in caso di decesso o impossibilità fisica del Presidente ad esercitare le sue funzioni. In questo ruolo la Clinton si sentirebbe estremamente frustrata. Per chi era abituata a vivere al 1600 della Pennsylvania Avenue ridursi a trovare alloggio al numero uno dell’ Observatory Circle sarebbe limitante. Soprattutto il vicepresidente – attivo nel tagliare nastri, inaugurare scuole ed altri edifici pubblici e ricevere gli eventuali capi d stato e di governo di piccoli paesi del terzo mondo – non deve in alcun modo fare ombra al Presidente. Certamente la Clinton è incapace di contenersi all’interno di quel ruolo. La vice presidenza non sarebbe la scelta migliore né per Obama, in caso vincesse le elezioni, che si troverebbe a dover condividere il potere (cosa mai successa negli Stati Uniti), né per la Clinton che sarebbe relegata ad un ruolo solo rappresentativo. In altri termini il propagandato dream team  si trasformerebbe in un nightmare team. Eppure è certo che ella sia alla ricerca di una exit strategy che le consenta di avere ancora un futuro politico. 

Il New York Times è convinto che la Clinton si finga disponibile a qualsiasi incarico nella squadra di Obama, in modo che nessuno la critichi in caso di sconfitta democratica, lasciandola libera di concorrere nel 2012. Le strategie di partito alla vigilia di una elezione importante sono spesso imperscrutabili e contraddittorie. Forse conviene rifugiarsi nella credibile virtualità della fantapolitica. E’ interessante l’ipotesi romanzata di Lawrence O’Donnell jr. già produttore del serial televisivo “The West Wing”. Nel suo racconto “Quattro giorni a Denver” -  il drammaturgo ipotizza la lotta per il potere in seno alla convenzione democratica. Dopo innumerevoli manovre di studio ecco il colpo da maestro: Hillary Clinton lascia la competizione e  rifiuta la candidatura a vicepresidente che Obama, irretito da una manovra del clan della senatrice di New York offre a Wesley Clark ex generale e (anche nella realtà) vicino alla Clinton. Il racconto si chiude con l’immagine della nostra Hillary che sale sul palco tenendo le braccia in alto in posa di vittoria alla Rocky. La mano sinistra tiene quella di Clark, la destra tiene la mano di Obama. Dopo aver consegnato all’entusiasmo della folla dei delegati i due candidati    raggiunge il marito Bill e sussurrando gli dice: “Don’t worry. McCain’ll kick his ass”. Sarà un racconto di fantapolitica, ma sembra neorealismo.

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