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Il Tour de France prova a ripartire da zero

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Morto un Tour se ne fa un altro: facile a dirsi, molto difficile a organizzarsi. Chiusa tra scandali e polemiche l’edizione più nera dall’annus horribilis del 1998, gli organizzatori provano a guardare avanti. L’obiettivo è mettersi subito al lavoro per pianificare la corsa del 2008, una sorta di anno zero che verrà per la Grande Boucle. Ma in quali condizioni, con quale credibilità e, soprattutto, con quali soldi si riuscirà a ripartire? Se alle sue spalle lascia una valanga di veleni, di fronte a sé il Tour de France vede 158 milioni di interrogativi. A 158 milioni di euro, infatti, ammonta il sostegno economico che gli sponsor delle 21 squadre assicurano alla competizione in giallo: un fiume di soldi sempre più in bilico.

Ma andiamo con ordine. Nella guerra aperta che vede contrapporsi l’organizzazione del Tour da una parte e l’Unione Ciclistica Internazionale, le aziende che investono sulle due ruote hanno deciso da che parte stare. Stanno con ASO, l’Amaury Sport Organisation, società che gestisce la corsa a tappe più importante del mondo e che della lotta senza quartiere al doping ha fatto uno slogan ma anche una condotta precisa in queste settimane tremende per il ciclismo professionistico. Gli sponsor, ad esempio, hanno condiviso la decisione dell’ASO di fare pressione sulla Rabobank (la squadra del sospettato numero uno Rasmussen, tanto per capirci) affinché ritirasse la propria squadra dalla carovana. Nell’immediato, quello che preme agli imprenditori che finanziano questo travagliato sport è marcare un distacco forte dagli atleti e dalle compagini che si sono macchiati di pratiche illecite, per non ritrovarsi con un danno di immagine impossibile da arginare sul mercato. Per non fare la fine, insomma, della Festina che nel ’98 dette il nome, anzi il marchio, allo scandalo di Virenque e soci, il più fragoroso prima di quest’anno.

E allora, tutti a far quadrato intorno al moribondo Tour, almeno per ora.  Ma, come ha riferito il quotidiano economico francese Les Echos, molto attento ai rapporti tra sport e business, gli sponsor sono in fibrillazione. Il gruppo Skoda - 4 milioni all’anno e fornitura delle automobili della corsa - ha già annunciato che resterà fedele al contratto in essere che scade a fine del 2007 ma non ha fatto alcun accenno al futuro. Stessa posizione di attesa per la Nestlè, che con i marchi delle sue acque garantisce 24 milioni per il quinquennio 2004-2009. Scontata l’uscita di scena della Cofidis (ritiratasi dopo la positività dell’italiano Cristian Moreni) sullo sfondo restano tre colossi: Crédit Agricol, Adidas e T-Mobile decideranno entro il 31 dicembre se riconsiderare o ridimensionare gli investimenti nel ciclismo. E se questi tre moloch escono dal giro, i guai diventano seri. Lo sanno bene Patrice Clerc, patron di ASO e Christian Prudhomme, il direttore del Tour che si sono affannati a dichiarare che non è in atto un’emorragia di partner e che gli sponsor resteranno fedeli. L’unico modo che i due hanno per evitare il fuggi fuggi è dare addosso all’UCI colpevole, a loro avviso, di non fare abbastanza per contrastare il dilagare del doping.

E poi ci sono le tv. Ha fatto tanto clamore quest’anno la decisione di due televisioni tedesche (ARD e ZDF) di “oscurare” la Grande Boucle e di non trasmettere più in diretta la cronaca delle tappe, visto che la credibilità sportiva è scesa sotto il livello della decenza. Una decisione che ha trovato molti addetti ai lavori favorevoli in tutta Europa e in Italia il critico del Corriere della Sera Aldo Grasso ha fatto di più, chiedendo addirittura alla Rai di prendere una simile iniziativa. Fin qui solo schermaglie, si dirà: non proprio, perché se si rimette in discussione anche la questione dei diritti tv si chiude baracca e burattini nello spazio di pochi giorni.

In fondo alla piramide malata ci sono i milioni e milioni di appassionati che hanno assistito con sconcerto allo stillicidio di squalifiche e accuse che sono piovute nelle ultime settimane. Per molti che non hanno mezzi di protesta se non quello di spegnere la tv e boicottare i giornali, ci sono due temerari belgi che hanno addirittura deciso di denunciare l’ASO, il corridore kazakho Vinokourov (squalificato dopo un’autotrasfusione) e la squadra della Astana. Avevano puntato rispettivamente 100 e 25 euro sulla vittoria finale del tedesco Kloden: avrebbero sì e no quintuplicato il valore della puntata ma ora quest’iniziativa legale - che loro definiscono simbolica - rischia di contribuire a sbriciolare un baraccone da 158 milioni di euro.

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