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Il tramonto del Montezemolismo

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Continuano sulla stampa amica le cronache dei “trionfi” di Luca Cordero di Montezemolo: ecco il presidentissmo con bella e libera criniera al vento mentre riconquista il Nord-est a Verona (affascina persino quel bruto del nuovo sindaco FrancoTosi). Anche gli imprenditori chimici (assemblea del 4 giugno) dell’oppositore Giorgio Squinzi gli rendono omaggi. Il presidentissimo fa versare qualche lacrimuccia a Bergamo. E’ l’ultima volta che viene con il suo attuale ruolo, racconta una stampa assai più che amica.

Basta però frugare un po’ nel retroscena, sfuggire un momento alla capacità comunicativa presidenziale – ma dove avrà imparato a essere un oratore così efficace? Si chiede un altro giornalista-fan – e intrattenersi con qualche industriale di peso, e si ha subito un’altra immagine. “Montezemolo pare proprio volersene scappare in politica, e questo alimenta i dubbi della base. D’altra parte è ragionevole che l’attuale presidente di Confindustria cerchi una via di fuga perché la sua ipotesi strategica è fallita. Aveva puntato tutte le carte essenzialmente sulla concertazione, convinto dal suo grande elettore Innocenzo Cipolletta, anima della concertazione dell’inizio anni Novanta, e adesso che sono aperti i tavoli con Palazzo Chigi e i sindacati non sa più che pesci pigliare”.

Si è chiusa la partita dell’impiego pubblico con una sorta di accordo delle meraviglie: una parte salariale assai onerosa firmata anche dalle confederazioni Cgil, Cisl e Uil, e una sorta di sperimentazione dello spostamento della validità contrattuale da biennale a triennale (già questo un mezzo imbroglio: perché secondo l’accordo del ’93 i contratti erano sostanzialmente quadriennali con un rinnovo biennale più o meno automatico sulla base dell’inflazione) che è stato firmato però solo dalle categorie non dalle confederazioni.

Sulle pensioni è ancora tutto per aria: Guglielmo Epifani fa lo spiritoso e si chiede se il Montezemolo che vuole alzare l’età delle pensioni di anzianità, è lo stesso che ha ottenuto i prepensionamenti alla Fiat. Intanto si sta cercando una specie di accordo pasticcio su scalini + lavori usuranti che servirà a mantenere i costi del “risanamento” in carico all’aumento della pressione fiscale. Per ottenere questa schifezzuola i cosiddetti riformisti del governo devono darsi l’aria di grandi sinistri: Tommaso Padoa Schioppa prendendosela con il generale Speciale e Cesare Damiano addirittura con l’intera Ocse.

Piccoli, medi e grandi guasti intanto – sempre per parlare delle partite in corso – si stanno accumulando sulla Legge Biagi: in questo caso invece di limitarsi a varare gli ammortizzatori sociali previsti, il governo vuol mettere le mani sulla durata dei contratti a termine (con il rischio di seri contraccolpi sull’occupazione) e si riducono le figure di lavoro interinale non ancora decollate che avrebbero reso più maturo il nostro mercato del lavoro. E non parliamo di come si sta configurando la discussione per il contratto dei metalmeccanici, sul quale un altro grande concertatore, Andrea Pininfarina, propone addirittura di non sedersi neanche al tavolo della trattativa.

Questo è lo stato delle relazioni industriali reali e – ci fa notare il nostro autorevole interlocutore (un quasi montezemoliano, ormai pentito) – pensate con che benevolenza gli imprenditori con la testa sulle spalle, che sono la grande maggioranza, possono giudicare un presidente che parla essenzialmente di metodo elettorale francese, pardon tedesco, l’ultima novità perché adesso bisogna tenersi caro l’amico Pierferdi.

Qualcosa di questo clima si è potuto cogliere anche nell’assemblea di Federmeccanica dell’8 giugno, con un Alberto Bombassei molto critico verso l’incapacità di proposte del governo (ma di fatto l’atteggiamento diventa polemico verso certe teorie ultraconcertazionistiche). Massimo Calearo tenta invece di scambiare con l’ala dialogante dei metalmeccanici, Fim-Cisl e Uilm, proposte sull’organizzazione del lavoro, piattaforme comuni da rivolgere al governo per la detassazione degli straordinari, con richieste salariali, che oggi sono inaccettabili non solo per la loro consistentenza quanto per la rigidità che riguarda i legami con la produttività. Calearo cerca così, forse, di salvare qualcosa del montezemolismo. Ma lo sforzo è quasi disperato.

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