Una favola per tutti

Il Treno della Gioia si ferma a Loreto: per chi crede all’invisibile agli occhi

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“Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino". 

Chi non ricorda questo passo del Vangelo dove Gesù trasformò l’acqua in vino e compì il primo miracolo?

Per quattro giorni, da trentotto anni, nella piazza di Loreto (Ancona) avviene quella stessa meraviglia. Anche quest’anno, infatti, dal 22 al 26 giugno scorso la piazza del santuario mariano è stata ‘occupata’ dai passeggeri del Treno della Gioia dell’Unitalsi: l’Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali che il prossimo anno compirà centodieci anni.

All’ombra del santuario della Santa casa di Loreto -dove sono custodite le mura che la Sacra famiglia ha abitato a Nazareth e dove l’Arcangelo Gabriele portò l’annuncio della maternità a Maria- immancabilmente l’Unitalsi organizza il pellegrinaggio di bambini per regalare ai piccoli partecipanti e ai genitori la possibilità di vivere, cantare, gioire e pregare, all’insegna di una favola realizzata per loro dai volontari unitalsiani di Roma e quest’anno la scelta è caduta sulla favola di Aladdin. Sicché, ogni bambino ha vissuto quattro giorni in compagnia del perfido Jafar della Principessa Jasmine del Genio della lampada e di Aladdin, dalla ‘Sveglia’ fino alla ‘Buonanotte’, vivendo una piazza allestita in stile abbasida da una scenografia che non ha nulla da invidiare a quella del film d’animazione della Disney. Un vero spettacolo inscenato da centinaia d’infaticabili volontari che ogni anno arrivano puntuali a questo appuntamento pagando tutto di tasca propria e rimettendoci anche giorni di ferie, senza contare il lavoro di preparazione materiali che li impegna per  almeno otto mesi.

E tutto questo per cosa?

E tutto questo per vivere il miracolo dell’acqua della quotidianità che si trasforma nel vino della festa: la quotidianità delle persone comuni con una vita comune -semplice come acqua- che s’imbattono in persone altrettanto semplici ma in lotta ogni giorno contro la malattia, contro la disabilità. Ma quando si incontrano in quella piazza, allora, l’acqua della quotidianità si trasforma nel vino della compagnia, della gioia, di risate che si innestano nel cuore e germogliano tempestivamente negli anni.

Se immaginassimo di poter guardare dall’alto la piazza di Loreto durante quei quattro giorni di festa, vedremmo molti bambini disabili, alcuni con gravi malformazioni, alcuni malati terminali, alcuni abbandonati. E guardando ancora meglio vedremmo tante mamme senza un marito (statisticamente quando nasce un figlio handicappato i papà scappano) e troppe realtà dannatamente tristi. Eppure, quella piazza diventa il calice che raccoglie l’acqua della semplice e umana quotidianità che si trasforma nel vino della gioia, nel vino della festa. Perché le lacrime arginate dai sorrisi evaporano al calore di un abbraccio e la disperazione della solitudine è illuminata dalla gioia vigorosa di centinaia di giovani e meno giovani che ancora credono all’invisibile agli occhi, che hanno il dono di guardare alle persone per quello che sono e non per quanto fanno, o producono, e che sannoo godere l’ombra di un’intera foresta di sorprendenti legni storti. Quella piazza raccoglie dolore che fermenta in gioia contagiosa. Ecco il miracolo che per quattro giorni da trentotto anni si compie. Provare per credere.

 

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