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Vittoria dei Conservatori

Il trionfo di Boris Johnson, Labour a bocca asciutta

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Il Regno Unito ha parlato e, come poche altre volte in passato, lo ha fatto molto chiaramente: Boris Johnson stravince la sua personale campagna e porta i Conservatori ad ottenere uno dei risultati migliori della loro storia con 365 seggi conquistati (quarantacinque in più di due anni fa). Un successo straripante, che rivela quanto la determinazione dell’ex sindaco di Londra nel voler portare a termine l’annosa vicenda della Brexit abbia convinto una larghissima fetta dell’elettorato britannico ad affidarsi a lui. Entro una decina di giorni, infatti, con un voto delle due Camere dovrebbe concludersi un percorso di uscita dall’UE che sembrava diventato una chimera per via dell’indecisione manifestata dapprima dall’ex Primo Ministro Theresa May e, successivamente, da un Parlamento che non riusciva a trovare un accordo per votare una delle proposte messe sul tavolo dalle istituzioni europee. Dunque, a detta di molti osservatori, sarebbe stata la volontà di veder concluso questo capitolo a far volare BoJo dato che le altre questioni su cui una campagna elettorale solitamente si fonda (economia, sanità, giustizia ecc.) sarebbero apparse agli occhi dei sudditi di Sua Maestà come non prioritarie. Per i Tories si tratta del successo più ampio dal 1983 e di una importante svolta a destra derivante dall’ assetto che assumerà il nuovo gruppo parlamentare, decisamente più ostile all’Unione Europea e ben disposto ad un dialogo privilegiato da intrattenere con Donald Trump.

Chi invece esce con le ossa rotta da queste elezioni generali, è certamente il leader dei Laburisti Jeremy Corbyn. Due anni fa andò vicino ad una rimonta storica – avvicinando moltissimo i progressisti ad una insperata vittoria – ma ieri, invece, il miracolo non è riuscito. Troppe sono state le tematiche su cui Corbyn non è sembrato essere convincente: cosa fare della Brexit, la volontà di dare vita a politiche cosiddette “tassa e spendi” e le numerose accuse di anti semitismo hanno fiaccato l’immagine di un politico che solo pochi mesi fa sembrava avere le chiavi del Paese nelle sue mani. Per capire l’entità di questa sconfitta, basti ricordare che stiamo parlando del peggior risultato per il Labour dal 1931, con settanta seggi persi rispetto al voto del 2017 di cui molti nella storica roccaforte rossa nel Nord Est dell’Inghilterra mentre a poco è servita una soddisfacente tenuta del partito a Londra e dintorni.

Per quanto riguarda le altre forze politiche, ottima affermazione del Partito Nazionale Scozzese che conquista ben 55 su 59 in Scozia; mentre deludono fortemente sia i Liberal Democratici che i Verdi (partiti sui quali in molti avevano riposto speranze per far emergere la presenza di una forte corrente europeista, evidentemente non così radicata Oltremanica).

Dunque, per l’eccentrico Primo Ministro Johnson, le questioni da risolvere saranno principalmente tre: chiudere un accordo quanto prima per attuare la Brexit a partire dal prossimo gennaio 2020, provare a placare le richieste di indipendenza sempre più forti provenienti dalla Scozia (decisamente recalcitrante all’idea di abbandonare l’Unione Europea) e cercare di ricucire uno strappo sempre più evidente tra Londra – ormai sempre più a sinistra – e il resto del Paese che sembra non avere cambiato idea rispetto a tre anni fa, quando decise con larghissima maggioranza di favorire la Brexit.

Gatte da pelare non semplici ma che, grazie ad una maggioranza molto ampia, potrebbero rappresentare il vero trampolino di lancio per il successo politico e personale di Boris Johnson.

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