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L'analisi

Il Vaticano e Mike Pompeo: dal rosso porpora al dragone rosso

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Ufficialmente, è per evitare interferenze nella campagna presidenziale americana che il segretario di Stato USA Mike Pompeo, a Roma da martedì, dovrà accontentarsi di incontrare il cardinale Parolin e l’arcivescovo Gallagher, mentre si vedrà sbarrata la porta di Santa Marta. L’incontro con papa Francesco, ampiamente annunciato nelle scorse settimane, non s’ha da fare.

Possibile che di sola prudenza diplomatica si tratti? La giustificazione è poco credibile. Non solo perché il pontificato di Bergoglio non si è mai distinto in tal senso, segnalandosi al contrario per un certo attivismo a tutti livelli: dagli interventi ecclesiali nei più piccoli contesti elettorali sul territorio fino a prese di posizione talvolta addirittura tranchant sui temi più caldi dell’agenda geo-politica planetaria. Ma anche e soprattutto perché l’avversione del Palazzo apostolico per l’amministrazione Trump, antica e malcelata, è giunta ora al culmine proprio sul nodo più caldo: i rapporti con il regime cinese.

Finché si trattava di battagliare sull’immigrazione o sul riscaldamento globale, le schermaglie potevano fermarsi alle mere declaratorie di principio. Su Pechino il discorso è diverso. Non a caso, nei giorni della scadenza del controverso accordo fra Cina e Santa Sede, il capo della diplomazia statunitense ha abbandonato i toni da feluca per chiedere con parole durissime che il patto non venga rinnovato pena la perdita, per il Vaticano, della propria “autorità morale”. Un appello destinato a cadere nel vuoto se è vero, come è vero, che Pompeo sarà tenuto a distanza dal Pontefice e che il cardinale cinese Zen, da sempre molto critico nei confronti dell’abbraccio (mortale?) fra la Chiesa ufficiale e il regime di Xi Jinping, giunto a Roma per parlare con Francesco non è stato nemmeno ricevuto.

Nella nuova guerra fredda del terzo millennio, che il virus di Wuhan ha contribuito a intensificare, il Vaticano sembra insomma aver deciso – e non da oggi – da che parte stare. Con una duplice implicazione: di vedere la Chiesa, già passata dall’universalismo al mondialismo, preferire un regime comunista ateista alla più grande democrazia occidentale; e di assistere a una già discutibile equidistanza, che nei fatti diventa addirittura apprezzamento per la parte “sbagliata” (Pompeo è comunque segretario di Stato in carica, rifiutarsi di incontrarlo ha un significato ben preciso…), fra un presidente uscente pro-life (la designazione della Barrett come giudice della Corte Suprema ne è solo l’ultima dimostrazione) e uno sfidante che pur professandosi cattolico ha nel proprio carnet tutti i comandamenti del politicamente corretto, a cominciare dall’aborto.

Da parte della Santa Sede non è un estraniarsi dalla lotta, è qualcosa di diverso. E di peggio.

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