Il vento dell’euroscetticismo continua a soffiare nei paesi scandinavi

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Il vento dell’euroscetticismo continua a soffiare nei paesi scandinavi

10 Ottobre 2011

Vanno giù le borse, va giù l’euro, e per tanti va giù pure la fiducia nella moneta unica. Il malcontento soffia soprattutto da Berlino in su. E in Scandinavia (dove l’euro ce l’ha solo la Finlandia, ma a Bruxelles sono legati praticamente tutti) la gente tira quasi un sospiro di sollievo nel sapere di avere le corone nel proprio portafoglio. Il perché è semplice: spaventa la prospettiva di dover finanziare all’infinito i paesi indebitati.

Per gli scandinavi, del resto, la disciplina finanziaria è un punto fermo. La Norvegia può vantare un bilancio in attivo. La Svezia entro l’anno prossimo dovrebbe sconfinare in territorio positivo. Quello che sta accadendo con la crisi del debito è percepito da molti nord-europei come la prova di un qualcosa che sapevano da tempo: ci sono paesi in Europa che non sanno gestire le proprie finanze.

Pagare per gli errori di altri a molti scandinavi non sta bene. E se a questo si aggiunge la percezione di una politica europea incapace di tener conto delle esigenze dei singoli membri, la frittata è fatta.

A oggi in tutto il Nord Europa è solo Reykjavík ad andare controcorrente e a guardare all’euro, ma solo perché lì la situazione è diversa rispetto al resto della Scandinavia. Negli ultimissimi anni l’isola ha visto naufragare la sua economia. Le banche sono andate gambe all’aria e la corona è precipitata.

L’Islanda ne sta uscendo e per il suo futuro sta pensando a ciò che fino a qualche anno fa aveva sempre escluso: appunto l’euro e l’Europa. Favorevoli sono soprattutto imprese, sindacati e i socialdemocratici che guidano la coalizione di governo. Motivo? Avere una moneta stabile.

L’Islanda potrebbe cedere parte di quella sovranità che ha difeso fino a ieri in cambio di uno scoglio intorno al quale ripartire. Molti però non sono d’accordo. Ad esempio i pescatori (un settore che in Islanda pesa eccome) non vedono di buon occhio l’euro e l’Europa, perché insieme alla moneta unica sanno che arriveranno pure vincoli ai quali sarà impossibile sottrarsi. Uno su tutti quelle quote pesca che da tempo fanno discutere i paesi che si affacciano sull’Atlantico.

La Norvegia invece sta economicamente bene. Le risorse energetiche le assicurano introiti costanti. Le finanze statali sono in perfetto ordine. La disoccupazione è bassa. Di passare all’euro, la Norvegia non ci pensa proprio. Si tiene la corona e gestisce autonomamente la propria politica monetaria. Nel bel mezzo della crisi, infatti, Oslo è stata la prima in Europa a rialzare i tassi di interesse: era l’ottobre del 2009.

Una scelta, quella di tenere la corona e di essere padroni a casa propria, che da anni trova appoggio nella popolazione: il 55% è contrario all’entrata della Norvegia nell’Ue. Far parte dell’Area Economica Europea è più che sufficiente. Chi invece vorrebbe vedere la Norvegia sedere a Bruxelles, la pensa così soprattutto perché ritiene che sarebbe necessario partecipare a una politica europea che influisce sulla Norvegia. Un esempio per tutti: il paese scandinavo ha dovuto adottare le quote pesca stabilite dall’Ue per poter continuare a vendere il proprio pesce agli altri paesi europei.

La Svezia invece fa parte dell’Ue dal 1 gennaio 1995 ma si tiene la corona e di passare alla moneta unica per ora non se ne parla. Anche i socialdemocratici (un tempo a favore dell’euro, tanto da sostenerlo nel referendum del 2003 bocciato dai cittadini) pare ci abbiano messo una pietra sopra cambiando radicalmente posizione. Il mese scorso Tommy Waidelich, portavoce economico dei laburisti, ha chiuso le porte alla moneta unica dichiarando che per la Svezia è meglio restare con la corona.

Nonostante sia fuori dall’euro, Stoccolma ha comunque deciso di aderire al Fondo salva Stati. Gli interessi economici che la legano al Continente sono troppo forti per stare a guardare. Ma il malumore cova: Anders Borg, ministro delle Finanze del governo di centro-destra alla guida del paese, ha lanciato più volte stoccate alla parte meridionale dell’Europa, una parte che dal nord viene vista come un insieme di paesi che crescono poco e fanno debito.

Ma c’è anche altro. La radio svedese SR ha calcolato che l’hanno scorso far parte dell’Unione europea è costato alla Svezia la bellezza di undici miliardi di corone. È questa la differenza tra quanto pagato e quanto ricevuto. Oltretutto la maggior parte dei soldi ritornati indietro da Bruxelles sono arrivati sottoforma di sussidi al settore agricolo, e questo a Stoccolma non è piaciuto.

Anche la Danimarca è membro dell’Unione europea. La corona danese è ancorata all’euro (il valore di cambio può oscillare solo entro un certo limite), tanto che nel 2008 l’allora primo ministro Anders Fogh Rasmussen disse: “Usiamo l’euro, ma lo chiamiamo corona”. Una frase a effetto, segno di un ‘europeismo’ che già da un po’ contraddistingue la classe dirigente danese.

In Danimarca, l’ex governo di centrodestra era favorevole ad abbandonare la corona e ad adottare l’euro. L’attuale esecutivo di centro-sinistra la pensa sostanzialmente allo stesso modo. La politica sposerebbe la moneta unica.

Ma se si esce dal Parlamento e si va in strada l’aria che tira è diversa. I danesi l’euro non lo vogliono. L’hanno detto in un referendum anni fa e lo ripetono nei sondaggi. L’ultimo in ordine di tempo è di fine settembre: 50,6% i contrari, solo 22,5% i favorevoli. La forbice tra chi direbbe sì e chi direbbe no, tra giugno e settembre si è allargata: era il 16,5%, oggi è il 22,3%.

La crisi dei debiti sovrani ha influito, certo. Ma i danesi da tempo sono convinti di voler tenere la corona. E stando così le cose, nessun partito ha il coraggio di sposare apertamente la causa della moneta unica perché le battaglie perse non piacciono a nessuno. Molti partiti, ricorrendo a un eufemismo, hanno definito un referendum sull’euro un’impresa quantomeno rischiosa. E lo dicevano in primavera, prima quindi che la crisi del debito precipitasse.

I finlandesi hanno adottato la moneta unica all’inizio del 1999. Nel Nord Europa sono gli unici ad avere l’euro e sono probabilmente in più delusi. Ad aprile scorso, gli europeisti di tutto il Continente hanno tremato nel leggere i risultati delle elezioni politiche: il partito nazionalista dei Veri Finlandesi aveva preso il 19% dopo una campagna elettorale incentrata su un secco no ai prestiti a Grecia e Portogallo, condita da critiche alla politica di Bruxelles rea di non tener conto delle realtà locali.

I Veri Finlandesi però non sono entrati nel governo: nel corso dei colloqui per la formazione del nuovo esecutivo non hanno fatto un passo indietro, rimanendo contrari al finanziamento del debito greco. Alla fine il premier Katainen ha interrotto le trattative. I Veri Finlandesi sono rimasti all’opposizione e a Bruxelles hanno tirato un sospiro di sollievo.

Ma sarebbe sbagliato pensare che il malcontento nei confronti dell’euro e dell’Europa in Finlandia soffi solo da destra. Nella scorsa legislatura, i socialdemocratici votarono contro i prestiti alla Grecia. La sensazione dominante, a Helsinki, è infatti che il paese si sia sobbarcando spese ingenti per tenere a galla paesi destinati ad andare a fondo.

Anche senza i Veri Finlandesi al governo, infatti, la Finlandia ha cominciato a martellare Bruxelles. Un po’ di tempo fa ha fatto sorridere la proposta finlandese di avere il Partenone come garanzia del prestito alla Grecia. A Helsinki però erano serissimi. Talmente seri da aver spinto a oltranza per ottenere precise garanzie.

Garanzie e regole: in Finlandia è questo che vogliono. In una recente intervista a Euronews, il ministro degli esteri Alexander Stubb lo ha detto chiaramente: “Crediamo nell’Unione europea e in quello che ci ha dato. Ma la frustrazione deriva dal fatto che si stabiliscono delle regole, ci si stringe la mano, ma poi gli stati membri non rispettano gli impegni, allora molta gente si arrabbia”.

La Finlandia non ha più voglia di accettare questa situazione. “La gente è stanca” ha detto Stubb: “C‘è un sentimento di ingiustizia”. Metà dei finlandesi non vuole pagare per ripianare i debiti greci. E molti hanno la sensazione che essere entrati a far parte dell’euro ormai significhi correre in aiuto di chi non sa gestire le proprie finanze. In poche parole, che far parte di questo euro e di questa Europa non convenga quasi più. All’inizio dell’anno, i finlandesi che volevano abbandonare la moneta unica erano il 12%. Oggi sono il 20%.