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Il film di De Maria

Il vero errore di “La prima linea” è stato ispirarsi al libro di un terrorista

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Delta del Po, un furgone percorre uno dei tanti rettilinei lungo gli argini che costeggiano la SS 309 “Romea”. Sparsi tra l’abitacolo e il vano posteriore un gruppo di neo evasi dal carcere di Rovigo ascolta il giornale radio in ansiosa attesa di notizie riguardo la loro fuga rocambolesca. A un tratto una voce gracchiante annuncia la morte di un pensionato, Angelo Furlan, coinvolto nell’esplosione con cui il gruppo d’azione ha aperto una breccia nel muro della casa circondariale. I volti si rabbuiano, momenti di disperazione, un pugno sferrato sul cruscotto, un’imprecazione: “Questa volta no, come è successo!”.

Quegli stessi volti, per tutta la durata del film “La Prima Linea” di Renato De Maria prodotto da Lucky Red, con impassibile e inespressiva ferocia catatonica decidono omicidi, eseguono azioni di giustizia proletaria sparando alle gambe di capireparto colpevoli di eseguire il volere del padrone, uccidono servitori dello Stato e pentiti in quella che molti critici e commentatori hanno descritto come una tragica e personale discesa agli inferi. Un percorso dalla contestazione alla “lotta armata” che non trova giustificazioni nella narrazione cinematografica, così come il passaggio dalla gelida e burocratica leggerezza con cui ai nemici del popolo viene data la morte allo smarrimento di fronte alla notizia di un morto non voluto.

Il furgone si ferma, il Comandante Sirio e i suoi scendono, il gruppo si divide nei diversi rivoli della latitanza. Susanna (Ronconi, il cognome non viene mai citato nel film) e Sergio Segio si guardano negli occhi. “E noi” chiede Susanna “noi dove andiamo”? “Ho affittato un appartamento a Venezia” risponde Sergio, certo di fare la gioia della sua donna, che nella città natale non torna da anni. Che infatti le risponde con slancio, felice di una luna di miele post evasione del tutto fuori programma. Una scena in cui traspare un rapporto d’amore irrisolto nel film, che in questo finale non riesce a recuperare il senso di una storia. La vicenda di Sergio e Susanna, interpretati con maestria da Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, incontratisi negli interstizi delle riunioni clandestine, non decolla mai, imbrigliata in una sorta di relazione d’ordinanza tra due militanti rivoluzionari prima che uomini.

Un amore impacciato, come s’intravede nella sequenza in cui Susanna si ritrova tra le mani un neonato affidatole da una giovane madre poco prima che i due, a Napoli per un’azione contro un “servo del padrone”, impugnino le pistole per gambizzare un dirigente della Meccanica Nocerina. In quell’istante, con il bambino in lacrime tra le braccia di lei che guarda smarrita il compagno e amante incapace di un consolatorio gesto paterno, si coglie la sintesi di un rapporto anafettivo, che si consuma uguale per tutta la pellicola tranne in quell’ultimo, stonato momento della “fuga a Venezia”.

Allo spettatore, che per un’ora e venti segue le gesta di una congrega di folli, insensibili ai richiami di amici e parenti che sanno e chiedono loro di fermarsi, di non uccidere perché “sono diventati la prima linea di un corteo che non esiste”, rimane alla fine angosciosa sospesa una domanda: perché? La sensazione è che partendo da un testo come “Miccia Corta”, scritto da Sergio Segio con un certo compiacimento nella descrizione delle azioni rivoluzionarie e con una buona dose di auto giustificazione per il proprio passato da terrorista, nulla di buono potesse uscir fuori.

Le tante deviazioni dalla trama per cercare, in un difficile percorso a ostacoli, di non suscitare la rabbia dei parenti delle vittime, le pressioni derivanti dall’aver deciso di accedere alle risorse statali del fondo unico per lo spettacolo, risorse alle quali, con un gesto di coraggio, il produttore Occhipinti ha rinunciato in limine, hanno prodotto innumerevoli tensioni sul film ancor prima dell’inizio delle riprese. Il risultato è un’opera che non accontenta nessuno. Lo stesso Segio, comprensibilmente dal suo punto di vista, la disconosce additandola come frutto del clima maccartista che ne ha contraddistinto la gestazione. Susanna Tobagi, in un editoriale su Repubblica, arriva a dire che il cinema non ha risposte per i figli del terrorismo. Senza giungere a simili contrapposte esagerazioni, forse basta dare la parola al regista. “Per fare un film” ha detto in questi giorni Renato De Maria “bisogna sempre partire da un libro”. Ma probabilmente, questa volta, è stato scelto il libro sbagliato.

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2 COMMENTS

  1. Bravo Ignazio, continua
    Bravo Ignazio, continua così! troppo dolore e troppa sofferenza nei cuori di chi non puo’ dimenticare..lo Stato ha il dovere di rispettare le voci di chi non c’è più, colpito da un’ideologia senza senso. No, al finanziamento pubblico di “la prima linea”.

  2. Bravo Ignazio, continua
    Bravo Ignazio, continua così! troppo dolore e troppa sofferenza nei cuori di chi non puo’ dimenticare..lo Stato ha il dovere di rispettare le voci di chi non c’è più, colpito da un’ideologia senza senso. No, al finanziamento pubblico di “la prima linea”.

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