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Un libro sul rapporto tra uomo e acqua

Il vero problema non è la scarsità idrica ma la cattiva gestione dell’acqua

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Qualche giorno fa Carlo Stagnaro ha detto che il referendum sull’acqua ha avuto il merito di far uscire in libreria molti testi interessanti. Il libro di Charles Fishman “La grande sete. L’era della scommessa sull’acqua” (EGEA, 2011) rientra sicuramente nella categoria. Pur proponendosi di parlare del rapporto che l’uomo ha con l’acqua, Fishman sfata molte leggende metropolitane riguardanti questa risorsa (è scarsa rispetto al bisogno, deve essere gratuita altrimenti solo in pochi possono permettersela, non va sprecata, deve essere “di prima mano”, ecc.) e propone una soluzione all’emergenza idrica, senza tralasciare una piccola lezioncina di microeconomia dell’acqua.

Fishman fa innanzitutto notare che il problema che abbiamo oggi non è la scarsità idrica ma la cattiva gestione che si fa dell’acqua a disposizione. In effetti, non è che l’acqua venga misteriosamente prodotta da qualche parte e poi arrivi da noi con le piogge o appaia magicamente nelle bottigliette al supermercato. Semplicemente, si auto-ricicla passando per i tre stadi (solido–liquido–gassoso) che ci hanno insegnato alle elementari. Non viene mai sprecata: ci appartiene per un breve lasso di tempo e poi ricompare in qualche altro punto del mondo sotto un’altra forma. Il problema non è quindi la scarsità, quanto la localizzazione dell’acqua, e sarebbe facilmente risolvibile se l’uomo usasse la tecnologia di cui si vanta per controllare il ciclo idrico. Las Vegas è stata salvata dalla siccità grazie ad una gestione più oculata delle risorse idriche, a Toowoomba, in Australia, si è sfiorata una vera e propria crisi perché non si voleva ricorrere al “riciclaggio”. Fishman fa notare che il problema in realtà è che di acqua ce n’è troppa e troppo a buon mercato, se così non fosse sarebbe difficile spiegare perché il South Wales, ad esempio, nonostante il terreno arido e poco adatto alla coltivazione, sia uno dei maggiori produttori mondiali di riso. La buona notizia è dunque che di acqua ce n’è a sufficienza, la cattiva notizia è che è compito dell’uomo saperla sfruttare. Chi dice che in India la gente muore per colpa di acqua  inquinata ignora che il governo indiano in realtà ha la capacità politica ed economica per mettere fine a questa ingiustizia, quello che manca è la volontà. Ancora peggio, dopo l’indipendenza dall’Impero Britannico molte città indiane avevano un sistema idrico funzionante, ma a partire dagli anni Ottanta l’incuria ha fatto sì che oggi l’acqua corrente in casa sembri fantascienza.

Se l’acqua avesse un prezzo e se questo fosse lasciato al mercato, continua Fishman, l’uomo la userebbe in maniera più razionale ed eviterebbe gli sprechi. Inoltre le disparità di prezzo che verrebbero applicate farebbero sì che tutti abbiano la dose minima di acqua, tenendo sempre a mente che quello che si paga non è l’acqua come bene ma il servizio idrico. A chi dice che l’acqua è un bene inelastico poiché all’aumento della bolletta non segue quasi mai una diminuzione dei consumi Fishman fa notare che questo è dovuto al fatto che gli aumenti sono generalmente troppo esigui perché il consumatore si prenda la briga di modificare le proprie abitudini. Nonostante ciò si sollevano grandi agitazioni appena si sente parlare di un probabile aumento delle bollette. Questo porta alla quasi impossibilità di far pagare tariffe adeguate. Senza investimenti inevitabilmente però il servizio peggiora, e la gente perde fiducia nell’acqua del rubinetto. Alla proposta successiva di alzare le bollette le proteste si intensificano ancora di più. Questo circolo vizioso ha una conseguenza non da poco: si priva la gente dell’acqua che si vorrebbe garantire. L’acqua gratuita ha un costo, probabilmente molto più grande di un aumento della bolletta.

Il valore d’uso dell’acqua è infinito, ma il suo valore di scambio è prossimo allo zero. La soluzione proposta a Fishman da Mike Young, e poi a noi tramite il libro, al problema della distribuzione delle risorse idriche è abbastanza semplice. Bisogna dividere l’acqua in due quote, la prima, che dev’essere garantita a tutti al minor prezzo, è l’acqua necessaria per i bisogni fondamentali dell’uomo (bere, lavarsi, ecc.) e costituisce circa il 20% del totale. La seconda quota, quella destinata agli agricoltori, alle imprese, ai parchi acquatici… va invece lasciata al mercato, suddividendola in due ulteriori categorie: ad alta e bassa sicurezza. L’acqua ad alta sicurezza costerà di più di quella a bassa sicurezza, ma chi l’acquista avrà più garanzie di ricevere la propria quota d’acqua rispetto a chi acquista l’acqua a bassa sicurezza. Seguendo il metodo di Young la domanda da porsi diventa: “come posso usare al meglio l’acqua che ho?”. Questo sistema ha il vantaggio di essere estremamente chiaro fin dall’inizio e di far avvenire tutto nella massima trasparenza. In questo modo ognuno ha garantito l’accesso all’acqua in base al proprio fabbisogno. L’economia dell’acqua serve a gestire la penuria; il denaro e il mercato a determinare l’importanza delle quote secondarie.

Navi Mumbai ha dato in outsourcing la gestione idrica, ed oggi è una delle poche città indiane con l’acqua corrente 24 al giorno. Nonostante il costo dell’acqua sia aumentato, Vandana Sonawane, un cittadino della slum di Navi Mumbai, ha detto: “persino i ricchi di Bangalore e Delhi non hanno l’acqua 24 ore al giorno per sette giorni alla settimana. Sono un uomo fortunato e più ricco di loro!”.

(Tratto da Chicago Blog)

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