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Il vero Tibet non è quello che immagina l’Occidente

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Il Tibet, un giorno, forse sarà libero. Ma quel giorno, si accorgerà di aver perduto la simpatia, il sostegno e l'ammirazione di tante belle anime nostrane. Perché i tibetani, finalmente liberi, avranno sottratto loro un'idea, una fantasia. Un paese dei balocchi che vive nei sogni annoiati di un Occidente orfano di miti. Il Tibet è stato, senza dubbio, l'ennesimo capitolo nella storia della politica di potenza delle nazioni. Vittima delle ambizioni, e della forza, di uno scomodo vicino. Ma l'occupazione cinese del Tibet almeno un regalo, al buddismo lamaista, l'ha fatto. Espropriandolo di terra e di potere, ne ha permesso la trasformazione in quel formidabile prodotto mediatico e culturale che da decenni continua a conquistare i cuori, e le menti, di molti ispirati neofiti occidentali.

Dicono che sia una religione solare e tollerante, che illumina e pacifica. Dicono anzi che non sia quasi neanche una religione, piuttosto una eterea filosofia. In Australia, ad esempio, il buddismo è molto popolare. E' in qualche modo un prodotto ideale per questo paese intriso di modernità laica - un po' new age, un po' figlio dei fiori. Un paese in cui i matrimoni si celebrano in spiaggia, magari con canti anglicani, officiante buddista, salmi ebraici e qualche canzone contemporanea di accompagnamento. Le cerimonie vengono fuori benissimo,tra panorami mozzafiato, uccellini in volo e un senso di bontà e semplicità che ti pervade. La stessa sensazione che si ha capitando a una lezione di qualche lama venuto da lontano. Soltanto pochi in sala capiscono quello che leggono, ma la melodia della meditazione è irresistibile. E ognuno torna a casa con la sua perla di saggezza quotidiana, che illuminerà il cammino - almeno fino alla porta d'ingresso.

Il successo del buddismo nell'Occidente post-religioso sta tutto in questa apparente mancanza di coercizione, di dogmi, di quella pesantezza ontologica che le religioni del Libro faticano a scrollarsi di dosso. E così non solo il buddismo è amato da moltitudini di sognatori e persone di buona volontà. Il Tibet, la sua sorte sotto la dominazione cinese, è uno dei leitmoiv di qualsiasi pacifismo, la quintessenza della lotta contro l'oppressione dei popoli e della politica delle buone intenzioni. Non è un caso che le prime manifestazioni anticinesi in risposta alla repressione in Tibet siano andate in scena a Sydney, che ospita una folta comunità di adepti del buddismo tibetano, e si sia propagata poi ad altre piazze occidentali. E ben venga, la condanna della violenza e della sopraffazione.

Ma se il giogo straniero non è mai un bene, e il Tibet ha sofferto sotto quello cinese, non si perda nemmeno di vista la realtà. Una domanda, pertanto, è necessario porsela. Siamo sicuri che il buddismo tibetano sia questo miracolo di tolleranza, giustizia sociale e illuminazione che la sua versione ad usum delle masse occidentali, orfane di ispirazione, sembra incarnare? Il buddismo da salotto nostrano sembra crederlo. Ma a far rispondere la storia, ci sarebbe di che scuotere il capo. Perché il buddismo tibetano è stato molto più che una sommessa e serafica riflessione sulla bellezza del mondo. E' stato, prima di tutto, sistema di oppressione, strumento di potere, pretesto di dominazione. Come ogni religione che sia stata potere temporale.

Non lasciamoci ingannare dalla nostra stessa ingenuità. Fino all'invasione cinese, il Tibet è rimasto un relitto di feudalesimo in cui la religione era il cemento di una colossale ingiustizia sociale. Prima di esser prigionieri dei cinesi, i tibetani erano schiavi dei loro monasteri. Monasteri che allora possedevano la terra, le anime, e anche le persone. Il regime tibetano non era diverso da una qualunque teocrazia assolutista, fondata sulla superstizione e sulla prevaricazione motivata dalla fede. Lontana, lontanissima dalla filosofia pret-a-porter dei salotti bene delle nostre capitali radical-chic. Il problema, certo, è in quei paesaggi, nell'infinita solitudine, nell'unicità di quella terra, che congiurano nel rendere irresistibilmente attraente il miraggio del Tibet che fu. E' l'immagine romantica di un mondo a parte, intessuto di tradizioni millenarie, di isolamento e differenza. Troppo lusinghiera per non innamorarsene. Ma la passione per il Tibet tradizionale, che vive di un intreccio di mito e leggerezza, di fantasia e suggestioni orientalistiche, ha poco a che vedere, ammettiamolo, con i diritti umani. E' puro esotismo. E oscilla perennemente fra ragione e pretesto, fra lucidità e abbaglio.

La ragione sta con la protesta contro la violenza e la sopraffazione, come in questi giorni. Il pretesto, invece, si esprime in molti modi. Nelle anime belle che deplorano la costruzione di un treno che collega Lhasa al resto del mondo. Nei nostalgici appassionati che si stracciano le vesti e gridano al sacrilegio se i cinesi costruiscono case, strade, commerci. Non si spiega, tutto ciò, con la ragione. Ci vuole il mito, per venirne a capo. Continuiamo a guardare al Tibet come a una vecchia pellicola in bianco e nero che ci commuove, e ci intriga. E vorremmo conservarlo così com'è, costi quel che costi. Anche sulla pelle dei tibetani. Poco importa che la pellicola sia popolata da schiavi e padroni, da caste e miseria. Per noi, annoiati dalla nostra libertà, va benissimo così. La verità è che non sappiamo cosa pensino e vogliano, oggi, i giovani tibetani. Se preferiscano il commercio alla servitù tradizionale, l'educazione alla superstizione, il giogo cinese alla teocrazia. Prima di invocare una libertà che non vorremmo per noi stessi, legata al rimpianto di una cultura sociale e politica claustrofobica e feudale, faremmo bene a guardare oltre la cortina mitologica dietro cui abbiamo rinchiuso il Tibet per poterlo amare. 

Detestare la Cina, d'altronde, è invece troppo facile. Prima impero comunista, poi minacciosa superpotenza economica. In qualunque reincarnazione, la Cina intimorisce e instilla diffidenza. Alle Olimpiadi, tuttavia, questa Cina è ansiosa di presentarsi al mondo in una veste nuova. E' la prima vera occasione in cui questo grande e complesso paese, dopo anni di cambiamenti tumultuosi e colossali, si veste a festa per fare il proprio "ingresso in società" sul nuovo palcoscenico globale. E' un evento su cui ha investito energie gigantesche. E sarebbe un grave errore chiuderle la porta in faccia, per inseguire la chimera del Tibet d'antan. Boicottare le Olimpiadi non salverà il Tibet, ma in compenso ci perderà la Cina. E la questione del Tibet è d'altronde più complessa, antica e controversa della favola in bianco e nero della terra dei giusti senza pecca, stuprata dai soldati del male, che spopola nei salotti occidentali. La Cina, di certo, il Tibet non lo ha "liberato". Ma non si confonda neppure la libertà dei tibetani con la vecchia teocrazia dei lama. Che la Cina, pur con tutte le sue colpe, ha avuto almeno il piccolo merito di abolire.   

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10 COMMENTS

  1. Articolo interessante.Però
    Articolo interessante.Però non sembra che nessuno abbia chiesto l’intervento liberatore della Cina.Come non mi sembra che ci siano tutte queste reazioni pacifiste.In ogni caso la Cina è,secondo me,trattata con molta miopia.E ce ne accorgeremo.

  2. Il buddismo non è solo
    Il buddismo non è solo quello tibetano, e cmq, come dice Vittorio, nessuno ha chiesto, in Tibet, l’intervento liberatorio della Cina. Al contrario..considerato che ormai in Tibet vivono quasi solo cinesi e che i superstiti tibetani sono scappati nel nord dell’India. Magari mi piacerebbe che i “giornalisti” si informassero meglio e magari mi piacerenne che andassero a vedere con i propri occhi cosa succede in Tibet.. ma forse chiedo troppo.. p.s. non si discute del buddismo, si discute di una vera e propria occupazione militare di un territorio geografico, o vogliamo giustificare l’occupazione ad oltranza?

  3. il Tibet libero e
    il Tibet libero e indipendente non stava affatto meglio del Tibet occupato dall Cina. Il paese era arretratissimo, povero, la popolazione era oppressa dai monaci e dai lama buddisti che si arricchivano a dismisura sulle spalle dei più deboli.

    Mi congratulo per l’articolo.

  4. tibet
    queste sono argomentazioni dettate da una totale mancaza di comprensione religiosa e spirituale. Giudicare uno stato solamente dal punto di vista economico e considerare l’invasione cinese come una liberazione,è senza dubbio una delle cose più aberranti che abbia mai sentito. Gradirei che l’autore dell’articolo si faccesse un’esame di coscenza.

  5. Il vero tibet
    Sostengo l’opinione di FRANCESCO,
    ormai i commenti dei giornalisti,analisti,studiosi (soprattutto in Italia) devono ottenere lo scopo di essere “SHOCKING” indipendentemente dal fatto di approfondire in maniera seria l’argomento .Basta mettere un intrigo di pensieri individuali con accorgimenti letterari decorativi e tante citazioni di nomi e dati difficili da ricordare.
    La parte filosofica , teologica , cosmologica , astratta ed essenziale , nonchè la storia reale è sempre trascurata , articolo deplorevole e senza fondamento .La cosa importante è salvaguardare la cultura tradizionale del Tibet nel rispetto delle credenze , evitando la trasculturizzazione forzata che stanno subendo i cinesi e a loro volta impongono .Questa eredità dell’occidente viene definita ” civilizzazione ” .
    Afroamerindios

  6. Il tibet
    E’ vero, come dicono Vittorio e Simona, che nessuno in Tibet chiese l’intervento liberatorio della Cina. Ma è altrettanto vero che neanche l’Iraq ha chiesto l’intervento liberatorio degli USA. Non illudiamoci, nessuno è un liberatore ma non pensiamo che quello che facciamo noi occidentali è sempre giusto mentre quello che fanno gli altri è sempre sbagliato

  7. globalizzazione e imperialismo culturale
    Nell’articolo e ben testimoniato l’imperialismo culturale della vecchia Europa che ormai si rinnovano più in termini militari, ma in termini culturali, dove la nostra concezione dell’uomo e della vita, del benessere e della giustizia,della ricchezza e della felicità viene ribadita continuamente come la migliore, la più “civile”, la massima evoluzione della storia!…
    Forse oggi in Occidente finalmente ci si comincia a chiedere se tutto il benessere materiale che ci circonda aiuta davvero a renderci felici e se non varrebbe forse la pena vivere un po’ più modestamente, ma più in pace con se stessi e con il mondo. L’autore dell’articolo non sembra essere fra questi…
    Un’autostrada e una ferrovia capaci di portare centinaia di migliaia di cinesi in un paese vasto come l’Europa e con meno di 30 milioni di abitanti crea un impatto culturale e ambientale di violenza inaudita cui l’autore non da la minima importanza (forse si rallegra per la distruzione della foresta amazzonica, che permette la coltivazione di piante destinate al bio-petrolio?).
    tra Berlusconi, Veltroni e il Dalai Lama,chi vorresti alla guida del paese?

  8. Oṃ Maṇi Padme Hūṃ
    ॐ मणि पद्मे हूँ
    Tante parole per mostrare il disaccordo e nemmeno una SOLARE, TOLLERANTE, ILLUMINATA E PACIFICA.
    Io sono convinto che questo “articolo” non rispecchi l’ anima dell’ occidente e sono dispiaciuto della povertà di spirito dello “scrittore”.

  9. commento
    il fatto che il tibet non potesse rappresentere proprio il massimo di liberta’ per il proprio popolo non autorizza certamente una dittatura comunista dove di liberta’ non se ne puo’ neanche parlare per niente ad invadere ed assoggettare un altro stato cosi’ pacifico oltretutto come il tibet!e dove sono ipacifisti!non se ne vedono!gia’ quelli sono a senso unico,intervengono solo ed esclusivamente quando possono in qualunque modo darne la responsabilita’ all’america!il problema e’ che tutti hanno paura della cina,prima perche’ sono guasi 2 miliardfi di persone e secondo percheì la Cina ha la bomba atomica!
    terzo perche’ non essendo una democrazia non si sa come potrebbe reagire! un vero problema la Cina per la stabilita’ del mondo e non ultimo per l’ambiente che contribuisce a deturpare piu’ di ogni altro Stato al mondo.ecco quale’ il problema di fondo.

  10. Prima che arrivassero i
    Prima che arrivassero i cinesi, i tibetani erano servi della gleba o schiavi di monaci e signorotti feudali. Li vendevano come animali, li facevano lavorare come bestie e se si ribellavano o scappavano, li torturavano anche sino alla morte.
    Questa era la norma, ci sono tantissime testimonianze.
    Chi vuole conoscere la verità basta che faccia una ricerca su internet.
    Le dittature sono brutte, ma il medioevo è peggio. Questo voleva dire l’articolista.
    Chi preferisce le favole, dovrebbe provare sulla sua pelle.

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