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Il vertice Ue riaccende vecchie tensioni

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Al vertice di Bruxelles l’Unione Europea cerca un compromesso per riavviare il progetto di trattato costituzionale, ma è improbabile che i 27 capi di governo raggiungano entro la fine del vertice un’intesa quanto meno sui principi basilari del documento, come vorrebbe il presidente di turno dell’Ue Angela Merkel. L’obiettivo della cancelliera tedesca è di far approvare il nuovo trattato dalla conferenza intergovernativa di fine anno per far scattare nei 18 mesi successivi il processo di ratifica da parte degli stati membri, questa volta senza ricorso al referendum (anche se l’Irlanda è costretta per dettato costituzionale a ricorrere allo strumento referendario, situazione che ha già messo in imbarazzo l’Ue all’epoca del trattato di Nizza), in modo da farlo entrare in vigore nel 2009.

Questa idea, però, potrebbe rimanere nel libro dei sogni.  Molte infatti sono le divergenze che ad oggi sembrano insuperabili. Al vertice le maggiori resistenze verranno dalla Gran Bretagna e dalla Polonia. Tony Blair ha già riconfermato la volontà di seguire le “linee rosse” che in passato hanno caratterizzato la politica del governo britannico. Londra rimane contraria sia alla nomina di un ministro degli Esteri europeo che alla possibilità che le disposizioni del trattato Ue siano vincolanti per i governi nazionali.

Blair ha provato a “portare la Gran Bretagna nel cuore d’Europa”, ma ora che è giunto al termine della sua premiership, non vuole lasciare un’eredità filo-europea al suo successore Gordon Brown che ha sempre preso le distanze dal suo progetto di avvicinare la Gran Bretagna al continente.

Ancora più difficile tuttavia sarà la discussione con il governo polacco. Il presidente Lech Kaczynski chiede di modificare la procedura di decision making. Nel trattato precedente era previsto il metodo della doppia maggioranza basato sul consenso del 55 per cento degli stati membri che devono al tempo stesso rappresentare il 65 per cento della popolazione europea. Secondo il governo polacco questo sistema favorisce in maniera eccessiva gli stati più popolosi, a cominciare dalla Germania. Varsavia allora propone di calcolare il peso dei voti di ogni stato tramite la radice quadrata della sua popolazione. Questo metodo favorirebbe chiaramente i paesi più piccoli a danno della stessa Polonia, il cui unico obiettivo pertanto è quello d’indebolire il peso della Germania nell’Ue.

Il contrasto tra Polonia e Germania va al di là delle questioni tecniche e il suo protrarsi indefinito rischia di seppellire ogni tentativo di dare all’Ue un trattato costituzionale. L’atteggiamento di Varsavia può essere compreso a pieno solo se si tiene conto di quella che è stata la storia della Polonia e del suo rapporto con il resto d’Europa specie nel ‘900. Quanto accaduto nel corso dei due conflitti mondiali non si può dimenticare facilmente e i gemelli Kaczynski (Lech il presidente e Jaroslaw il primo ministro) cercano di svincolare la Polonia dalla morsa della Germania e della Russia. Negli anni di Schröder, il forte avvicinamento tra Mosca e Berlino ha messo Varsavia inevitabilmente sulla difensiva e anche se la Merkel rispetto al suo predecessore si è dimostrata più distante da Putin, il governo polacco non ha abbandonato la convinzione che per difendere la propria sovranità deve necessariamente impedire alla vicina Germania di acquisire una sempre maggiore influenza a livello europeo.

Nella stampa tedesca le mosse dei polacchi sono state considerate irrazionali, ma la realtà è che in Polonia le ferite della storia non si sono ancora rimarginate e che anzi bruciano ancora. Nelle ultime ore Kaczynski, nel timore di rimanere isolato, ha ammorbidito la sua posizione proponendo di mantenere il sistema di Nizza fino al 2020. La partita, tuttavia, è ancora aperta.

In fondo, il vero problema per la presidenza tedesca è che, nel caso in cui riuscisse a raggiungere un compromesso con la Gran Bretagna e la Polonia, emergerebbe l’opposizione di altri stati a ostacolare il trattato. Ad esempio, la Spagna ha già avvertito di non voler rinunciare alla figura ministro degli Esteri europeo perché la carica è già stata promessa ad Javier Solana. Il governo lussemburghese, d’altro canto, ha già fatto sapere di essere fermamente contrario alla revisione delle procedure decisionali. Insomma, un accordo sul trattato sarebbe davvero una sorpresa ed è molto più probabile che quella del futuro sarà un’Unione Europea “a due velocità”, con alcuni stati disposti a un grado d’integrazione più elevato ed altri più gelosi della loro sovranità nazionale.

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