Il vertice Ue riaccende vecchie tensioni
22 Giugno 2007
Al vertice di Bruxelles l’Unione Europea cerca un
compromesso per riavviare il progetto di trattato costituzionale, ma è
improbabile che i 27 capi di governo raggiungano entro la fine del vertice un’intesa
quanto meno sui principi basilari del documento, come vorrebbe il presidente di
turno dell’Ue Angela Merkel. L’obiettivo della cancelliera tedesca è di far
approvare il nuovo trattato dalla conferenza intergovernativa di fine anno per
far scattare nei 18 mesi successivi il processo di ratifica da parte degli
stati membri, questa volta senza ricorso al referendum (anche se l’Irlanda è
costretta per dettato costituzionale a ricorrere allo strumento referendario,
situazione che ha già messo in imbarazzo l’Ue all’epoca del trattato di Nizza),
in modo da farlo entrare in vigore nel 2009.
Questa idea, però, potrebbe rimanere nel libro dei sogni. Molte infatti sono le divergenze che ad oggi
sembrano insuperabili. Al vertice le maggiori resistenze verranno dalla Gran Bretagna
e dalla Polonia. Tony Blair ha già riconfermato la volontà di seguire le “linee
rosse” che in passato hanno caratterizzato la politica del governo britannico.
Londra rimane contraria sia alla nomina di un ministro degli Esteri europeo che
alla possibilità che le disposizioni del trattato Ue siano vincolanti per i
governi nazionali.
Blair ha provato a “portare la Gran Bretagna nel cuore
d’Europa”, ma ora che è giunto al termine della sua premiership, non vuole
lasciare un’eredità filo-europea al suo successore Gordon Brown che ha sempre
preso le distanze dal suo progetto di avvicinare la Gran Bretagna al
continente.
Ancora più difficile tuttavia sarà la discussione con il
governo polacco. Il presidente Lech Kaczynski chiede di modificare la procedura
di decision making. Nel trattato precedente era previsto il metodo della doppia
maggioranza basato sul consenso del 55 per cento degli stati membri che devono
al tempo stesso rappresentare il 65 per cento della popolazione europea. Secondo
il governo polacco questo sistema favorisce in maniera eccessiva gli stati più
popolosi, a cominciare dalla Germania. Varsavia allora propone di calcolare il
peso dei voti di ogni stato tramite la radice quadrata della sua popolazione. Questo
metodo favorirebbe chiaramente i paesi più piccoli a danno della stessa
Polonia, il cui unico obiettivo pertanto è quello d’indebolire il peso della
Germania nell’Ue.
Il contrasto tra Polonia e Germania va al di là delle
questioni tecniche e il suo protrarsi indefinito rischia di seppellire ogni
tentativo di dare all’Ue un trattato costituzionale. L’atteggiamento di
Varsavia può essere compreso a pieno solo se si tiene conto di quella che è
stata la storia della Polonia e del suo rapporto con il resto d’Europa specie
nel ‘900. Quanto accaduto nel corso dei due conflitti mondiali non si può
dimenticare facilmente e i gemelli Kaczynski (Lech il presidente e Jaroslaw il
primo ministro) cercano di svincolare la Polonia dalla morsa della Germania e
della Russia. Negli anni di Schröder,
il forte avvicinamento tra Mosca e Berlino ha messo Varsavia inevitabilmente
sulla difensiva e anche se la Merkel rispetto al suo predecessore si è
dimostrata più distante da Putin, il governo polacco non ha abbandonato la
convinzione che per difendere la propria sovranità deve necessariamente impedire
alla vicina Germania di acquisire una sempre maggiore influenza a livello
europeo.
Nella stampa tedesca le mosse dei polacchi sono state considerate
irrazionali, ma la realtà è che in Polonia le ferite della storia non si sono
ancora rimarginate e che anzi bruciano ancora. Nelle ultime ore Kaczynski, nel
timore di rimanere isolato, ha ammorbidito la sua posizione proponendo di
mantenere il sistema di Nizza fino al 2020. La partita, tuttavia, è ancora aperta.
In fondo, il vero problema per la presidenza tedesca è che,
nel caso in cui riuscisse a raggiungere un compromesso con la Gran Bretagna e
la Polonia, emergerebbe l’opposizione di altri stati a ostacolare il trattato.
Ad esempio, la Spagna ha già avvertito di non voler rinunciare alla figura ministro
degli Esteri europeo perché la carica è già stata promessa ad Javier Solana. Il
governo lussemburghese, d’altro canto, ha già fatto sapere di essere fermamente
contrario alla revisione delle procedure decisionali. Insomma, un accordo sul
trattato sarebbe davvero una sorpresa ed è molto più probabile che quella del
futuro sarà un’Unione Europea “a due velocità”, con alcuni stati disposti a un
grado d’integrazione più elevato ed altri più gelosi della loro sovranità
nazionale.
