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L'inchino davanti all'imperatore del Giappone

Il viaggio in Asia e la “diplomazia della deferenza” di Obama

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Salutando l’imperatore del Giappone al Palazzo imperiale di Tokio, lo scorso weekend, il presidente Barack Obama si è inchinato tanto profondamente da sembrare che volesse toccare il pavimento in pietra. Il giorno successivo, Obama ha stretto la mano al primo ministro del repressivo Stato del Myanmar durante un incontro con i leader asiatici. E il giorno dopo ancora, Obama ha tenuto un incontro con gli studenti della Chinese University che erano stato preventivamente selezionati dal regime di Pechino.

Le immagini del viaggio presidenziale in Asia hanno trasmesso un potente simbolismo che ha fatto irritare i critici in patria. Un sito Internet conservatore ha definito questi episodi “Obamateurism”. L’ex vice president Dick Cheney ha ditto a Politico che Obama si è fatto pubblicità “con debolezza”. Ma fonti della Casa Bianca sostengono che si è trattato di un approccio deliberato – parte della determinazione di Obama nel rispettare la promessa fatta in campagna elettorale di impegnarsi direttamente e nello stesso modo con gli amici e i nemici, mostrando un comportamento meno belligerante dell’America all’estero.

“Credo che sia molto importante per gli Stati Uniti capire che non per forza ciò che è meglio per noi sia automaticamente meglio per chiunque altro – ha detto il presidente durante il discorso nel municipio di Shangai – e dobbiamo mostrare di avere una certa modestia sul nostro atteggiamento verso altri Paesi”. Il presidente George W. Bush è stato accusato di aver portato avanti una “diplomazia da cowboy”, con un’enfasi sulla potenza e gli interessi dell’America che da molti è stata interpretata come una forma di sciovinismo. Nel suo verginale giro asiatico, invece, Obama ha offerto una vivida esposizione del suo marchio di fabbrica – la diplomazia della deferenza. Minimizzando il ruolo dell'interesse americano, con le sue parole Obama ha enfatizzato la ricerca di una progressistica condivisione di interessi con altre nazioni. Quest’approccio investe anche la profonda fede nel potere carismatico di Obama – la convinzione che uno stile calmo e ragionevole potrà raccogliere delle reazioni altrettanto calme e ragionevoli in tutto il mondo.

Il senior adviser della Casa Bianca, David Axelrod, che ha accompagnato il presidente nel suo viaggio di nove giorni in quattro Paesi, ha detto a Politico che Obama “sta governando proprio nel modo che aveva detto” durante la sua campagna elettorale. “Il presidente crede in un vigoroso impegno attorno al mondo – in forti alleanze, nel confronto con i nostri avversari e nel batttersi in nome dei diritti umani, e vuole rendere pubblici questi punti – ha detto Axelrod – Obama è fiducioso. E’ una persona guidata dalla forza e da una profonda fede in ciò che è l’America e in quello che rappresenta. Questa confidenza si riflette nel modo in cui il presidente si muove in giro per il mondo”. Ma i critici dicono che la mano tesa di Obama è un calcolo che si sta rivelando sbagliato. Cheney ha commentato: “Non c’è ragione per un presidente americano di inchinarsi davanti a qualcuno. I nostri amici ed alleati non se l’aspettano, e i nostri nemici lo interpretano come un segno di debolezza”.

Il cerimoniale del viaggio è apparso anche stonato per una sfilza di delusioni: i funzionari dell’amministrazione hanno riconosciuto che dal summit di Copenaghen del mese prossimo non emergerà alcun accordo internazionale sul clima su cui ci si era impegnati nei mesi scorsi. Il trattato di riduzione delle armi con la Russia è in attesa di scadere il prossimo 5 dicembre, senza che ce ne sia un altro pronto a sostituirlo, e costringendo i partiti ad arrampicarsi per trovare “un accordo che per il momento faccia da ponte”. L’Iran e la Corea del Nord fino ad ora non si sono espressi sulla promessa di Obama che l’impegno americano è destinato a produrre comportamenti migliori.

Il team di Obama ha mostrato indifferenza su come le immagini più controverse del viaggio siano rimbalzate in patria. Un funzionario anziano dell’amministrazione ha definito l’inchino davanti all’imperatore Akihito un “segno di rispetto”, aggiungendo che la profondità dell’inchino riflette “il livello del rispetto” stesso. “Questo fa parte di ciò che il presidente dice ogni volta – che vuol mostrarsi attento alle altre culture,” ha spiegato il funzionario – e questo non vuol dire togliere alcunché alla nostra cultura”.   

In modo simile, altri funzionari avevano dichiarato di non essere preoccupati circa la possibilità di veder fotografato Obama mentre stringe la mano al leader del Myanmar (l’ex Burma), nonostante una foto con il presidente venezuelano Chavez avesse causato grande trambusto l’estate scorsa. Il risultato è stato che Obama ha effettivamente stretto la mano al primo ministro, il Generale Thein Sein, durante il meeting dei leader dei 10 Paesi membri della Association of Southeast Asian Nations. In passato, gli Stati Uniti avevano sempre disertato questi incontri per evitare di avere delle frequentazioni con il Myanmar. Fonti dell’entourage obamiano hanno spiegato di essere a conoscenza del fatto che, avendo accettato di partecipare all’incontro, il presidente avrebbe potuto essere fotografato, ma che questa eventualità non li ha preoccupati.

“Quando accetti di essere presente a un meeting sai sempre che qualcosa del genere potrebbe accadere – ha detto un funzionario – e il presidente non si è mosso per evitarlo. Il rischio di foto negative come quella è che possono avere più peso dei benefici derivanti da uno sviluppo di relazioni più civili in grado di modificare il modo in cui i leader del Myanmar interagiscono con il loro popolo”. Le fonti sostengono che, durante l’incontro, Obama si è rivolto al governo del Myanmar per chiedere la liberazione di tutti i detenuti politici, compreso la leader democratica Aung San Suu Kyi; ma anche di mettere fine alla violenza contro le minoranze e di stabilire un dialogo con i movimenti democratici locali. “Il presidente la vede come una chance per presentare il nostro punto di vista e far avanzare i nostri interessi, senza concedere nulla – spiega il solito funzionario – Cosa c’è di più potente che un presidente degli Stati Uniti che metterti di fronte al nostro punto di vista?”.

Mentre le fonti di Obama hanno mostrato disappunto sul fatto che, sui media di stato cinesi, non sia stato dedicato grande spazio al presidente durante la visita al municipio di Shangai, il funzionario precisa che l’appello del presidente alla libertà di espressione e di associazione ora dovrà essere “diffuso su Internet”. “Perlomeno il governo del Myanmar ci ha ascoltato e questo è molto importante – ha aggiunto il funzionario – Non ci siamo mai aspettati un cambiamento assoluto nel giro di una notte”. L’approccio di Obama è stato accolto con approvazione dall’establishment di politica estera di Washington, che ha sempre considerato Bush un principiante nell’officina cinese. Richard C. Bush III, il direttore del Center for Northeast Asian Policy Studies della Brookings Institution, ha detto che “Obama è abbastanza coerente con le proprie posizioni da poter essere civile”.  “La cosa importante con il popolo di Burma è che, se ci mettiamo un certo grado di impegno, possiamo tirar fuori quella gente dalla trappola in cui si è cacciata e trovare un accordo favorevole alla popolazione di quel Paese. E’ un risultato che non abbiamo mai ottenuto ma almeno non potranno accusarci di aver trattato queste persone come dei lebbrosi”.  

Michael Green, un funzionario del National Security Council sotto il presidente George W. Bush, che attualmente è il Japan Chairman per il Center for Strategic and International Studies, dice che “l’impegno di Obama nel proseguire le trattative con la Junta di Burma è lodevole”, e potrebbe rivelarsi una strada effettiva per mandare un messaggio alla Cina affinché spinga il governo di Burma verso pratiche più rispettose dei diritti umani. “Ma c’è un dilemma – aggiunge Green – Sebbene Obama abbia incontrato i leader di Burma e cercato di impegnarsi con loro, la Junta sta continuando nella repressione ed ha sempre la mano pesante. Insomma, dobbiamo essere sicuri che questa non sia una carta per il ‘Via libera’ al regime. Diversamente, c’è un rischio reale di imbarazzo”.  

Axelroad ha detto che lo scetticismo sull’approccio di Obama è un riflesso della “cultura politica del Paese, in cui ogni giorno ci troviamo di fronte a un Election Day e la gente si aspetta risultati immediati”. E ancora: “La verità è che il presidente sta costruendo le fondamenta che ci saranno utili a creare nuovi mercati per le nostre esportazioni, che ci aiuteranno riguardo alla nostra sicurezza nazionale, per quanto riguarda la questione dell’energia e dei cambiamenti climatici”. L’adviser di Obama ha concluso: “Il presidente sta facendo un sacco di affari e penso che tutto questo sarà molto fruttuoso mentre ci muoviamo in avanti”.  

Tratto da “Politico”

Traduzione di Bernardino Ferrero

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