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L'analisi

Il virus, gli 007 e i misteri del Dragone rosso

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Ora che i conti cominciano a non tornare anche a chi fino a ieri si era ostinato a sostenere che due più due fa cinque; ora che le decine di migliaia di urne funerarie distribuite nella sola Wuhan hanno squarciato il velo dell’ipocrisia; ora che le file interminabili per ritirare le ceneri dei propri cari davanti agli uffici dei Funeral Parlour (sale dei funerali, ne ha parlato diffusamente Asianews) nella città cinese simbolo e forse incubatrice del coronavirus hanno costretto perfino i media mainstream a porsi qualche domanda, forse alla narrazione del regime di Pechino si potrà iniziare a contrapporre qualche pacata riflessione senza essere tacciati di terrapiattismo dagli orfani inconsolabili di Mao Tse Tung.

Certo, non c’è da farsi troppe illusioni: nel nostro Paese apparentemente libero continua a non essere facile parlare apertamente della Cina. E’ bastato che dagli archivi Rai riemergesse un servizio datato 2015 sulle sperimentazioni sui virus corona effettuate nell’istituto di microbiologia di Wuhan perché una invisibile quanto poderosa contraerea informativa (altro che Russiagate!) marchiasse come analfabeti digitali spargitori di fake news tutti coloro che avevano osato interrogarsi su coincidenze oggettivamente inquietanti. Senza parlare della derisione con cui fino a qualche ora fa veniva liquidato qualsiasi accenno di scetticismo sulla contabilità ufficiale dei morti nel Paese del dragone. Del resto, quando il tuo ministro degli Esteri va in tv e al solo pronunciare la parola “Cina” gli si accende negli occhi uno sguardo più intenso e rapito di quello di Rhett Butler quando baciava Rossella O’Hara, si fa presto a capire come mai in Italia la propaganda tesa a trasformare i “contagiatori” in salvatori abbia attecchito così rapidamente.

Epperò le domande, tutte le domande, restano legittime. A tal punto che i nostri stessi servizi di intelligence non hanno smesso di provare a comporre i pezzi del puzzle nella consapevolezza che per fronteggiare un nemico invisibile è necessario provare a smascherarlo. Innanzi tutto nella sua genesi: contrapporre alle suggestioni suscitate dal Tg Leonardo del 2015 e da altri servizi similari un articolo della prestigiosa rivista scientifica “Nature”, che confuta l’ipotesi secondo la quale il Covid-19 sarebbe il risultato di una manipolazione di laboratorio per uno scopo di guerra batteriologica, è infatti un’arma di distrazione di massa. La possibilità che il mostriciattolo sia fuoriuscito dall’istituto microbiologico di Wuhan – sulla quale, come riporta l’americano “Bulletin”, il dibattito è quantomeno aperto – è perfettamente compatibile anche con l’idea che quello specifico virus non fosse stato manipolato e propalato intenzionalmente, ma che sia accidentalmente sfuggito da un laboratorio impegnato a potenziarlo per studiare meccanismi di difesa da eventuali ondate epidemiologiche più aggressive di quelle conosciute in passato ad esempio con la Sars. O ancora, per dar conto di tutte le piste, anche le più iperboliche, battute da chi in queste settimane sta cercando di capirci qualcosa in più, che il virus modificato sia entrato in circolazione per via alimentare attraverso l’ormai famoso pipistrello che per fare da efficace untore avrebbero però dovuto essere ingurgitato vivo. Circostanza, ahimé, che in diversi non si sentono di escludere.

Sottotraccia la questione suscita non pochi imbarazzi. Non è un mistero infatti, per i nostri 007, che il laboratorio di Wuhan al centro degli intrighi e dei sospetti vanti collegamenti con diversi centri di ricerca europei a cominciare dall’Istituto Pasteur, con organizzazioni internazionali come la Fao e con articolazioni della UE. Addirittura, rappresentanti del Pasteur avrebbero visitato la struttura cinese appena all’incirca sei mesi fa. Ma se questo, insieme all’evidente sudditanza nei confronti del regime di Pechino, può aiutare a comprendere la riluttanza dell’Occidente europeo ad affrontare apertamente il problema della genesi del virus (diverso, come vedremo, è per l’America di Trump), resta un mistero insondabile – o fin troppo spiegabile – il perché la Cina non abbia avvisato tempestivamente il mondo di ciò che stava accadendo e abbia cercato di mantenere il segreto fino al punto di esercitare pressioni di polizia sul giovane medico che per primo provò a dare l’allarme e che successivamente è morto della stessa malattia.

La verità, non sfuggita agli analisti, è che il coronavirus è anche il teatro virtuale di uno scontro geopolitico senza precedenti. Ne è prova la radicale differenza di approccio tra le due sponde dell’Atlantico. La comunicazione di Donald Trump è imperniata sul “virus cinese”: il presidente-tycoon, unico vero ostacolo alle mire economico-imperialistiche globali di Xi, sta facendo di tutto per far capire agli americani che l’avversario invisibile è un regalo avvelenato di Pechino. In Europa invece, e in Italia più che altrove, le intellighenzie politiche e gli apparati mediatici sono prevalentemente inclini ad assecondare la narrazione del regime.

Le due parole chiave della campagna d’opinione, anzi di marketing, orchestrata dalla Cina – una campagna potente e ben organizzata, soprattutto attraverso il web – sono “natura” e “aiuti”. “Naturale” sarebbe il virus, sviluppatosi chissà dove e chissà quando e propalatosi da sé in un mondo fantastico senza barriere né confini. E “aiuti” sarebbero quelli generosamente messi a disposizione dal dragone rosso ormai guarito (sarà vero?) e tornato in pista più forte di prima.

E invece tra “aiuti” e “forniture”, quali in effetti sono dietro corrispettivo economico, c’è di mezzo il mare. Passa la differenza che c’è tra la generosità della piccola Albania con i suoi trenta medici inviati nel nostro Paese, e l’aggressività di un colosso mondiale che sfruttando la debolezza di un Occidente messo in ginocchio dal virus intende alimentare il suo espansionismo con ogni mezzo, compreso il quasi monopolio detenuto sul mercato di alcuni presìdi di protezione sanitaria oggi per noi pressoché irreperibili. Tutto ciò senza che nessuno si decida ad ammettere che la pandemia globale è diventata sullo scacchiere internazionale una specie di guerra

batteriologica impropria. Senza che nessuno si chieda a voce alta come facesse la Cina ad essere così pronta rispetto a una tempistica ufficiale che fa acqua da tutte le parti, salvo voler credere che il regime fosse ben allenato soltanto grazie ai suoi studi sull’ebola o sulla Sars. Ma a dirlo si rischia di passare per ingrati. O peggio per razzisti, come ai tempi di “abbraccia un cinese” o “mangia anche tu un involtino primavera”. E se, per ipotesi fantascientifica, fra qualche mese da oriente arrivasse un vaccino, ascolteremo i nostri governi tributare solenni encomi al genio cinese invece di invocare una commissione internazionale d’inchiesta su una rapidità a dir poco sospetta.

Come finirà? Magari con una riedizione riveduta e scorretta di un ordine mondiale fondato su nuove sfere di influenza. Con il nostro Paese, ancora una volta, a giocare il ruolo di terra di frontiera e di conquista. Non è un caso che da parte di certo establishment si parli soltanto degli “aiuti” ricevuti dai Paesi ascrivibili a una precisa matrice ideologica (Hasta la victoria siempre). Non è un caso neppure che ai primi segnali di allarme, quando la consapevolezza della matrice cinese del virus era nel nostro Paese forte e chiara, importanti autorità italiane abbiano ritenuto prioritario non difendere la nostra sicurezza ma riverire le comunità dagli occhi a mandorla per difenderle dagli italiani fascisti e razzisti. Certo, l’America di Trump non è l’America della guerra fredda. E’ molto più attenta al proprio sviluppo economico che a riaffermare un ruolo di guida dell’Occidente. E comprensibilmente è poco interessata a un’Europa che sta dando il peggio di sé.

Ma c’è una parte d’Italia che non vuole morire cinese, e magari qualcuno oltre i nostri confini guarda con simpatia a questo tentativo di resistenza alla strisciante colonizzazione gialla. Forse alcuni scenari politico-istituzionali avanzati in questi giorni servono anche a tenerci ancorati allo zio Sam senza consegnarci alle fauci del dragone. Forse. Ma questa è un’altra storia.

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