Il virus trasformista che corrode la nostra democrazia

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Il virus trasformista che corrode la nostra democrazia

02 Luglio 2012

La democrazia italiana è stata commissariata sette mesi fa. Come elettore mi sono molto rammaricato della cosa, perché veniva vanificato il rapporto tra il voto e il governo e, soprattutto, il suo programma politico. Come osservatore delle faccende politiche nostrane non mi sono per nulla meravigliato. Il governo in carica era da mesi incapace di assumere provvedimenti adeguati a fronteggiare la crisi. Oltre a questa difficoltà interna occorre poi calcolare le difficoltà esterne. Anzitutto la persecuzione giudiziaria di cui era oggetto il capo del governo, inoltre il cattivo rapporto con l’establishment economico e culturale, da sempre punto debole del centro destra, costituivano fattori aggiuntivi di debolezza.

Per alcuni mesi il commissariamento della democrazia ha significato anche una sospensione della politica, e di questo non c’era da lamentarsi. Adesso, l’evoluzione ultima non lascia presagire nulla di positivo per il futuro; soprattutto perché la cattiva politica torna a farsi sentire. Il fatto è che le elezioni si avvicinano e, finiscono per catalizzare l’attenzione dei vari gruppi politici. Tuttavia questa ripresa di attività non si manifesta con un sano impegno riformatore, bensì col replay dei giochi della prima repubblica. Da un lato si critica Monti, ma non ci si prende (opportunamente) la responsabilità di farlo cadere, dall’altro si ostacolano le intenzioni riformatrici del governo (ahimè alquanto pallide), ma si dichiara di appoggiarlo caldamente

La riproposizione del vecchio copione non lascia presagire nulla di buono non solo per il malumore dell’opinione logorata e incattivita dalla crisi economica e dall’esosità fiscale, ma anche per una ragione più generale.

La Prima Repubblica, almeno fino alla seconda metà degli anni settanta del novecento, rispondeva, in larga misura, allo spirito dei tempi. L’anticomunismo esistenziale, che era sempre maggioritario nell’elettorato, assicurava l’ancoraggio occidentale. La democrazia dei partiti, garantendo la stabilità dell’obbligazione politica, teneva a bada il trasformismo endemico che aveva sempre caratterizzato la vita pubblica dopo l’unità. Quando il regime democristiano era nel pieno del suo fulgore il trasformismo si manifestava in forme latenti o poco virulente come correntismo esasperato del partito dominate, ovvero (in termini istituzionali) nel fenomeno dei franchi tiratori che periodicamente minavano la saldezza delle maggioranze su temi ritenuti impopolari o, più spesso, per rinegoziare quote di potere. Chiusa per sempre quella stagione, il trasformismo è tornato a presentarsi con forza crescente.

Scomparsi i partiti di massa e di integrazione sociale, si affacciava il partito personale che in molti casi era solo un’etichetta volta a coprire un’avventura individuale. A tenere a bada questo trasformismo era solo una sorta di impropria ed empirica convenzione costituzionale. Intendiamo riferirci al regime di premierato di fatto che ha caratterizzato il nuovo corso "bipolare" della democrazia italiana dal 1994 in avanti. Forte al momento del voto politico, questo nuovo equilibrio si rivelava debole nelle fasi successive. Il governo era certo investito dal consenso dell’elettorato, ma questa investitura non era supportata da un insieme di regole certe e neanche di consuetudini accettate e condivise. Così, passata la campagna elettorale, l’autorevolezza del governo veniva messa in crisi da spinte trasformistiche. Senza risalire troppo indietro nel tempo basti pensare a quello che è accaduto dopo le elezioni del 2008 e fino all’autunno del 2011. Non è difficile prevedere che in un prossimo futuro, magari dopo le elezioni dell’anno prossimo (e chiunque sarà il vincitore), una ripresa della deriva trasformistica.

In sostanza, le fibrillazioni che si manifestano su tutti i versanti dello schieramento politico fanno sentire, più che mai, la necessità di una riforma costituzionale, in grado di orientare e contenere la contesa politica entro argini sicuri e predeterminati, evitando sbandamenti e convulsioni e assicurando una sana governabilità. Purtroppo questo obiettivo appare oggi decisamente lontano, se non irraggiungibile.