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Istituzioni e Covid

Il voto a distanza? L’alternativa è la paralisi del Parlamento (e lo strapotere del governo)

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Ci sono situazioni eccezionali nelle quali, per tenere vivi i princìpi fondamentali, bisogna adattarsi a strumenti contingenti che in qualche modo sembrano contraddirli. E’ il caso dei lavori parlamentari: è fuori di dubbio che la partecipazione a distanza indebolisce l’idea del Parlamento come luogo di confronto e anche di scontro, che come tale ha bisogno anche di una sua dimensione rituale e di fisicità. E’ altrettanto vero, tuttavia, che in una situazione nella quale a deputati e senatori è interdetto l’accesso all’Aula per disposizione delle autorità sanitarie, rifiutarsi di prendere in considerazione l’idea di consentire a costoro modalità alternative significa di fatto paralizzare il Parlamento stesso.

Per questo ha incontrato il favore di altri colleghi, nonché la convergenza di opinioni di noti giuristi e il sostegno dell’esempio di altri Paesi, la proposta della vicepresidente della Camera Mara Carfagna, rilanciata anche ieri su questo giornale, di aprire alla partecipazione telematica per i parlamentari in isolamento o in quarantena.

“Condividiamo in pieno – affermano Massimo Berutti, Gaetano Quagliariello e Paolo Romani, della componente ‘Idea-Cambiamo’ al Senato -. Il Parlamento – osservano – deve restare un luogo di condivisione e si scontro, basato sul confronto fra persone in carne e ossa. Tuttavia, come avevamo già segnalato in occasione di una votazione che prevedeva il quorum (quella sullo scostamento di bilancio della scorsa settimana, ndr), questa esigenza, a fronte di disposizioni sanitarie che interdicono la presenza, non può essere interpretata in maniera così integralista da far vincere a tavolino lo schieramento con meno interdetti, qualunque esso sia. Anche perché ciò sarebbe così assurdo che si finirebbe per non far lavorare il Parlamento e deprimere il suo ruolo istituzionale più di quanto abbiano già fatto le forzature viste durante l’emergenza Covid. Riteniamo dunque che in questo periodo, in modo accorto ed equilibrato – concludono i tre senatori -, il voto a distanza debba essere consentito almeno per quanti sono impediti dalle autorità sanitarie, oltreché da ragioni minime di rispetto per la salute altrui, dal poter accedere all’Aula”.

Anche all’estero, del resto, il voto a distanza causa emergenza Covid non è più un tabù. In Spagna per alcuni tipi di votazioni è già ammesso dal 12 marzo scorso, In Inghilterra il primo esperimento è andato in scena il 12 maggio, e anche in Belgio, Polonia, Slovenia e Romania il voto telematico è già una realtà. Lo stesso vale per il Parlamento Europeo.

L’esigenza è seria se persino un giurista non entusiasta del voto a distanza, come il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli, afferma che misure per consentire i lavori senza rischi di diffusione del virus siano ipotizzabili e fissa come priorità la continuità del funzionamento del Parlamento. Va oltre Nicola Lupo che, nel rigettare l’obiezione di chi ritiene che la norma costituzionale sulla “presenza” della maggioranza dei componenti delle Camere per la validità delle deliberazioni ostruisca qualsiasi soluzione alternativa, in un breve saggio pubblicato sul sito dell’associazione dei costituzionalisti italiani prefigura che questa fase di eccezionalità e di emergenza finirà in qualche modo per ridisegnare il ruolo stesso delle assemblee rappresentative.

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