Il voto degli egiziani a Mursi è forse un tentativo di rottura con il passato

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Il voto degli egiziani a Mursi è forse un tentativo di rottura con il passato

21 Giugno 2012

A quanto pare è ancora presto per tirare le somme. E l’improvviso peggioramento delle condizioni fisiche di Mubarak aggiunge, se possibile, ulteriore incertezza a un quadro socio-politico già di per sé indecifrabile. Dalla chiusura dei seggi, il candidato della Fratellanza Musulmana, Mohammed Mursi, si dichiara instancabilmente il nuovo Presidente egiziano, reclamando il 52% delle preferenze.

Il dato, confermato dai media nazionali, è tuttavia seccamente smentito dal concorrente presentato dal vecchio establishment, Ahmed Shafiq, autoproclamatosi a sua volta vincitore con il 51,5% dei voti. Relativamente attendibile, l’annuncio del portavoce dell’ex ministro degli Interni (sotto il deposto rais) pare essere piuttosto l’ultima trovata dei militari per conservare il più a lungo possibile nelle proprie mani il potere reale. Dal loro punto di vista, un esponente della vecchia guardia, peraltro ex generale dell’Aereonautica, sarebbe forse un interlocutore preferibile rispetto al leader del movimento islamico.

Nel clima di confusione generale, la giunta militare ha insomma le idee chiare: non intende rinunciare alla propria ingerenza nella vita politica egiziana. E così, sulla base di una decisione adottata dalla Corte Costituzionale – ultimo baluardo del regime Mubarak -, ha già provveduto, la scorsa settimana, a liquidare il Parlamento, non a caso dominato dalla Fratellanza Musulmana.

Come se non bastasse, le modifiche apportate al testo costituzionale rendono il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) di fatto autonomo e svincolato dal potenziale controllo da parte del potere civile. Assicurandosi l’ultima parola in materia di guerra e di sicurezza interna, i generali non sembrano disposti a voler cedere all’avanzata delle forze islamiche. E forse, non sono i soli.

La trasformazione in senso islamista del Paese è uno spettro che preoccupa anche la minoranza cristiana copta, ridotta ormai all’11% della popolazione, e le donne. A dire il vero, preoccupa persino quei cittadini musulmani che si sono espressi in favore di Mursi ritenendolo “il minore dei mali” possibili. E per costoro, la Fratellanza rimane pur sempre “un male” carico di conseguenze.

D’altronde, l’affluenza alle urne al primo turno, pari al 46% e in calo rispetto al 60% delle precedenti elezioni parlamentari, dimostra una certa diffidenza rispetto all’esito della definitiva investitura presidenziale. E sebbene siano in molti a festeggiare la ancora non confermata vittoria del partito islamico, non è escluso che si festeggi più la rottura con il passato che non la presa di potere da parte di un movimento d’ispirazione islamista. In fondo, Mohammed Mursi è l’unico vero candidato della rivoluzione. Per molti egiziani è e rimane l’unico esponente politico non implicato con il regime corrotto dell’era Mubarak e, dunque, l’unico su cui fare affidamento.

In attesa di conoscere i risultati elettorali ufficiali, il Paese, in pieno fermento, rivive i giorni di caos della rivoluzione di Piazza Tahrir. Alle reazioni per l’estenuante mistero sul risultato al ballottaggio si sommano le proteste contro la dissoluzione del parlamento, a due giorni dal voto, e contro le modifiche al testo costituzionale a uso e consumo della giunta militare. I dubbi sul futuro del Paese si intrecciano con le perplessità su come il probabile vincitore – presumibilmente il candidato islamico Mohamed Mursi – intenderà portare avanti il processo di democratizzazione necessario all’Egitto.