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Il wahabismo saudita è stato la causa di tutti i mali dell’Islam moderno

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Per lungo tempo, i due mondi dell’Islam, quello terreno dell’azione politica e sociale e quello intimo della spiritualità e dell’appagamento morale, sono apparsi in totale disaccordo. Il primo era irrequieto per la subordinazione dell’Islam, insisteva su riconoscimenti e potere, sfidava lo status quo; l’altro era sereno, introspettivo, immerso nel trascendente. La tela del primo erano la società e le nazioni, quella del secondo il proprio io e la singola persona.

I diversi riti della preghiera avrebbero dovuto gettare un ponte tra mondi tanto contrastanti, ma presto vennero cooptati per sostenere le esigenze dell’uno o dell’altro. Le moschee divennero centri di reclutamento per jihadisti, mentre governi repressivi manipolavano l’Islam, spesso demonizzando altri gruppi musulmani allo scopo di rinsaldare il proprio potere.

La sostanziale unità dell’Islam ne fu grandemente danneggiata, se non distrutta. La gente non poteva più muoversi liberamente tra queste due dimensioni della propria fede. I musulmani si divisero in tante sette in perenne stato di guerra, e la chiusura della mentalità musulmana fu un’inevitabile conseguenza della crescente importanza di una propaggine particolarmente dottrinaria e intollerante dell’islamismo, il wahabismo, alimentato cinicamente dalla ricca generosità dell’Arabia Saudita.

I fondamentalisti sono stati rinforzati dalle ricorrenti crisi che hanno percorso il mondo musulmano negli ultimi decenni. Con il mio progressivo coinvolgimento in politica, attraverso scritti, discorsi, quindi con la mia attività di oppositore al regime baathista in Iraq e poi ricoprendo la carica di ministro in Iraq tra il 2003 e il 2006, mi risultò chiaro che ben pochi dei musulmani che incontrai nell’agone politico si preoccupavano degli aspetti spirituali dell’Islam. Nella pratica, i fondamentalisti si comportano in maniera non dissimile, e spesso peggiore, delle loro controparti laiche. Abuso di potere, sperpero o aperto ladrocinio delle risorse pubbliche, corruzione, sono mali endemici dei governi di ispirazione islamica. La loro fede mancava spesso di contenuti morali, ed era in netto contrasto con ciò che ho sempre considerato l’insegnamento dell’Islam.

Le preoccupazioni della grande maggioranza dei musulmani circa le proprie condizioni materiali, a volte circa la propria sopravvivenza, non sono in alcun modo contestabili; ma non tengono conto di un fatto importante. La crisi che affrontano i musulmani non può trovare risposta soltanto negli aspetti politici, sociali o giurisprudenziali della religione. L’educazione morale dell’individuo musulmano non interessa un gran che i capi del mondo musulmano, né quelli al governo né quelli all’opposizione.

I musulmani potrebbero restare travolti dalla dimensione dei disastri, reali o immaginari, che si sono abbattuti su di loro: l’eredità del colonialismo e l’intervento occidentale, la loro scarsa importanza nel mondo globalizzato; ma tutto questo non dovrebbe impedir loro di prendere uno specchio e guardarsi. Quello specchio mostrerebbe una deviazione da quella che è la direzione della loro propria civiltà, e una crescente indifferenza, che talvolta diventa vero e proprio abbandono, verso le fondamenta etiche e spirituali della loro fede.

Nell’ultimo trentennio, le divisioni in seno all’Islam sono state cause di un parossismo di violenza. Odi settari, etnici e razziali hanno spazzato via l’ideale di unità islamica. La guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta,e le guerre tra i signori della guerra afgani che hanno avuto luogo dopo la ritirata sovietica, sono solo alcuni tra i tanti esempi che si potrebbero fare. Ma è nell’Iraq post-Saddam che la dissonanza tra l’Islam politico e quello spirituale è definitivamente emersa. La mortale violenza scatenata dagli estremisti di ispirazione wahabita venne legittimata da contorte “giustificazioni” giurisprudenziali enunciate da preminenti capi religiosi.

Dall’Arabia Saudita si applaudiva agli esemplari atti di violenza e alla confusione perpetrati dai terroristi di al Qaeda, specialmente quando venivano presi di mira gli sciiti, che nella demonologia wahabita viene considerato un gruppo eretico. Queste deliberazioni vennero recepite da molti musulmani in tutto il mondo, che si sentirono legittimati a fare strage di civili innocenti. A ciò seguì la brutale reazione delle milizie sciite, che esercitarono una sorta di controterrorismo contro i sunniti iracheni. Centinaia di migliaia di iracheni trovarono la morte, a milioni vennero esiliati o sloggiati dalle loro terre. Il paese fu preda del caos e di conflitti.

Estremisti islamici di ogni colore si liberarono in tutta fretta, senza ritegno, di ideologie basate su una lettura islamica della politica e dell’etica – una lettura per la quale molti dei loro alleati avevano dato la vita – pur di approfittare dei vantaggi politici che offriva l’era post-Saddam. Neanche una volta, nei miei tre anni da ministro, ho visto un partito islamico, sciita o sunnita, promuovere una causa islamica, quella stessa causa che poco tempo prima aveva ispirato i loro proclami. Erano sparite tutte le loro proposte di un’economia islamica, un sistema legale islamico, o di uno stato islamico.

Ad esempio, il Consiglio supremo islamico iracheno e il Partito islamico Dawa, che hanno espresso i primi ministri Ibrahim Jaafari e Nuri Kamal al-Maliki, non hanno mostrato mai alcun interesse nel perseguire alcun progetto di ispirazione islamica, una volta andati al potere. Chi governava era mosso soltanto da una brama ossessiva di guadagni materiali e da una decisa volontà di mantenersi nelle grazie di Washington.

Fu un ben triste spettacolo, che evidenziava come i musulmani si fossero ormai allontanati dalle fonti dell’etica islamica: la ricerca di una vita piena e felice, una società armonica e giusta, virtù morali, tutti elementi che costituiscono il percorso per arrivare all’al di là. Non è forse il Corano un lungo messaggio dedicato a “coloro che credono nell’al di là”? Cominciai a riflettere sistematicamente su questo dilemma, per cercare di comprendere i fattori dietro la decomposizione dello spirito dell’Islam, e cosa il futuro potrebbe riservare se questo processo non viene fermato.

La civiltà islamica ha le sue proprie concezioni circa le relazioni tra uomo e Dio, individuo e gruppo, poteri e responsabilità dello Stato, equilibrio tra diritti e doveri del cittadino, come anche sulla natura della giustizia, della libertà e dell’eguaglianza. Tali concezioni sono distinte da quelle proprie di altre civiltà, anche da quella dominante, vale a dire l’occidentale. Quasi per definizione, la civiltà islamica deve riconoscere il ruolo del trascendente (o del sacro, o del divino – lo si chiami come più piace). Se quell’elemento manca, l’Islam non può modernizzarsi senza annacquare l’integrità della fede.

Nella dottrina islamica classica, l’autonomia dell’individuo è limitata dalla soggiacente dipendenza dell’uomo da Dio. Di conseguenza, l’intera costruzione dei diritti individuali – tanto quella derivata da un’osservazione diretta della natura umana come quella codificata da una teoria etica, politica e laica – è aliena al pensiero islamico. Il singolo musulmano genera entro di sé le virtù della comunità, e viceversa. Il risultato, idealmente, è un’obbligazione reciproca tra l’individuo e il gruppo, con poche possibilità di atomizzazione etica sul piano individuale o di un’oppressiva omologazione a livello statale.

La crisi della civiltà islamica discende in parte dal fatto che i musulmani non sono stati capaci di inserire questo cammino nella vita contemporanea. L’Islam in quanto religione – o anche in quanto residuo di una passata civiltà – non si è mai arresa del tutto alle pretese di un mondo desacralizzato. Coloro che governano sui musulmani possono anche comportarsi in modo atroce, continuando un’antica tradizione di cattivi governi, violenza e corruzione che ha a lungo flagellato il mondo musulmano, ma molti tra le masse, e alcuni nelle elite, si tormentano al pensiero di “come avrebbe potuto essere”.

Nel passato, la Shariah univa il mondo terreno dei musulmani a quelle che erano le loro realtà più interiori. L’eclisse della Shariah provocata da un sistema di leggi che abbraccia il settore civile, commerciale, criminale ha tagliato quel legame. Alcune persone vedono un mondo desacralizzato come un terreno fertile per alimentare la fede privata dei singoli. Altre tradizioni religiose, specialmente quelle che formano la base della civiltà occidentale, da tempo si sono ritirate dalla pubblica arena, riducendosi, in pratica, a trovare legittimazione solo nell’ottica della separazione tra stato e chiesa. Ma l’Islam non può coesistere facilmente con un ordine politico che non lo prende in considerazione. L’integrità dell’Islam richiede un delicato equilibrio tra la spiritualità degli individui e le esigenze della comunità.

L’incontro dell’Islam con l’Occidente e l’influenza delle forze della modernità sono penetrati a fondo nell’Islam secolare e, cosa altrettanto importante, nella mente dei musulmani. Qualcuno potrebbe negare tutto ciò e insistere in battaglie di retroguardia, ma una realtà siffatta non può essere negata senza poi dover negare un altro fatto innegabile: tutte le civiltà hanno un lato interiore e un altro esteriore, un mondo intimo fatto di credenze, idee e valori che ispirano l’esteriorità fatta di istituzioni, leggi, governi, cultura. Il problema è che la dimensione interiore dell’Islam non è più abbastanza forte per dar forma al mondo in cui i musulmani si trovano a vivere. Molti musulmani, che lo sappiano o meno, hanno perso di vista la centralità che ha il sacro nella storia della loro civiltà. Il mondo musulmano ha effettivamente perso la sacralità, e ciò ha cambiato il modo in cui i musulmani pensano, credono, si comportano. Le espressioni terrene dell’Islam – leggi, istituzioni, strutture statali, principi economici e culturali – sono in continua ritirata.

L’idea dello stato nazione entrava in competizione con il concetto tradizionale dell’Islam come entità politica. La coesione delle famiglie era minacciata da un cambio nelle strutture economiche e dall’affermarsi dei diritti delle donne. La Shariah doveva uniformarsi ai canoni delle nuove leggi civili laiche e delle nuove leggi in materia penale. I tradizionali mercati liberi come i bazaar o i luoghi in cui si procedeva per baratto hanno fatto spazio alle corporation internazionali, alla grande finanza e agli investimenti dall’estero. Sono questi i campi in cui, tipicamente, si svolge il dibattito circa il futuro dell’Islam. Ma la risposta alla domanda se potrà mai essere creato un unico sistema islamico, non la si troverà solo lì.

L’insaziabile ricerca di standard di vita sempre più alti, unita a una quasi feticistica fede nella scienza e nella tecnologia, è una condizione comune a tutto il mondo. L’Occidente ha accettato la secolarizzazione come un’inevitabile conseguenza della crescita di potenza e di benessere. La stessa ricetta è adesso offerta ai musulmani. I riformatori liberali del mondo musulmano, e anche i loro alleati, in effetti chiedono una cristianizzazione dell’Islam: consegnare il campo pubblico al laicismo e prendere atto che la rottura tra sacro – l’intima sacralità dell’Islam – e profano – il mondo terreno – è legittima e irrevocabile.

I riformatori, difensori della democrazia liberale musulmana, almeno sono onesti nella franchezza del loro appello per un’adozione totale delle istituzioni e dei processi della modernità. Ma la loro visione di una civiltà musulmana è vuota – una vaga spiritualità che aleggia su una società dai tratti distintivi superficiali, in realtà pienamente compenetrata all’ordine dominante.

I fondamentalisti islamici, d’altro canto, e anche i cosiddetti “razionalisti” musulmani, i quali sostengono che l’Islam abbia già in sé tutti gli elementi che lo indirizzano a un umanesimo di stile occidentale, soffrono per un altro problema; precisamente, per l’idea che un felice compromesso tra l’Islam e la modernità potrà essere realizzato semplicemente interpretando le idee moderne secondo i canoni della Shariah: quello che risulta compatibile verrà accettato, quello che risulterà incompatibile verrà rigettato. Questo approccio, che è stato portato avanti per oltre un secolo, non ha prodotto né una crescita materiale né le fondamenta per una rinnovata civiltà islamica. Il nocciolo del problema che arrovella tanto i razionalisti che i fondamentalisti risiede nel fatto che le forze della modernità sono il prodotto di una civiltà diversa, che ora è in auge. Queste forze posso essere assimilate efficacemente soltanto una volta che sono state reinterpretate e quindi riformulate in una struttura tipicamente islamica.

Tale struttura deve affondare le radici nei valori islamici di giustizia, moderazione, rispetto per le culture e religioni diverse, e il rifiuto di oppressioni e grossolane disuguaglianze. Questi immutabili principi sono tutti enunciati nel Corano. Sono pietre miliari nella strada dei credenti verso Dio. Dovrebbero guidare una rilettura etica della Shariah che rivitalizzerebbe non solo il mondo terreno islamico, ma porterebbe l’Islam più vicino a una risposta nuova, costruttiva e interessante rispetto ai crescenti problemi dell’umanità – inclusi il degrado ambientale, la volgarità della vita pubblica, le disparità economiche tra le nazioni e i popoli, il consumismo sfrenato. La Shariah è stata sempre considerata in contrasto agli usi e ai valori moderni, con il sottinteso che dovrebbe cedere il passo all’etica vigente. Oppure è stata considerata in termini rigidissimi, un riferimento per tornare a una qualche età dell’oro dell’Islam. Quest’ultima è la concezione dei fondamentalisti.

Ma un Islam ripensato secondo gli schemi precedentemente esposti può andare oltre la facciata di un “Islam bancario” che dà vita a imprese e istituzioni che enfatizzano il risk-sharing e la finanza cooperativa. Può promuovere un’innovazione tecnologica che si concentri sulla conservazione. Nelle scienze pure, l’Islam può privilegiare ricerche volte a rivelare la struttura invisibile che soggiace al mondo fisico – ciò che il grande fisico teorico David Bohm chiamava “l’ordine implicito”, che non è stato indagato con la necessaria energia perché in contrasto con i principali metodi di analisi scientifica. L’Islam può aprire scenari completamente nuovi, attraverso i quali trovare una nuova visione onnicomprensiva del mondo in cui viviamo.

I musulmani non possono semplicemente usufruire dei frutti della civiltà moderna e allo stesso tempo rigettare o discutere le sue premesse. Ciò li rende nient’altro che inerti consumatori degli sforzi e della creatività di altre persone – anche se si compiacciono di affermare la superiorità della loro vita spirituale. L’alternativa è di rimodellare i prodotti della civiltà occidentale secondo canoni accettabili per le civiltà musulmane. Possono anche partecipare all’ordine culturale dominante, rischiando inevitabilmente di compromettere ciò che rimane dell’identità e dell’autonomia musulmane. Proprio questo sembra essere il caso degli stati del Golfo, che hanno abbracciato con entusiasmo una frenetica ipermodernità appena rivestita di idiomi islamici. Questo percorso piace anche alle classi professionali occidentalizzate, che guardano al proprio islamismo come a qualcosa di poco più che un ornamento.

Se i musulmani vogliono una vita terrena che rifletta la loro fede più profonda devono però recuperare la propria civiltà da anni di trascuratezza, inattività, indifferenza. Un tale risultato richiede il superamento di grandi sbilanciamenti ed enormi avversità. La sfida non è impossibile, ma rappresenta una seria verifica del limite che si pongono i musulmani nel vivere una vita pienamente ispirata all’Islam. I musulmani devono trovare nuovi modi per esprimere le manifestazioni terrene della loro fede, una nuova Shariah – basata sull’etica piuttosto che sulle regole, inclinata all’azione nel sociale piuttosto che a conservare l’esistente. I musulmani devono affrontare le due tentazioni di guardare alla Shariah o come un vestito elastico in cui possa rientrare tutto quello che arriva loro dalla modernità, o come a un credo immutabile codificato in un’intricata serie di dettagliatissime regole.

Non ho alcun dubbio sul fatto che l’Islam come religione o come codice di comportamento continuerà a vivere. Ma non posso dire lo stesso per la civiltà islamica – un universo che è manifestamente islamico a che trae la sua vitalità e la sua ispirazione dagli aspetti intimi e terreni dell’Islam, e che unisce questi due aspetti. E’ quello il mondo che rischia di scomparire. (fine)

Tratto da The Chronicle Review

Traduzione di Enrico de Simone

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