Ilva, capireparto e capiarea pronti a dimissioni. Si ferma il cuore dello stabilimento
27 Maggio 2013
di Redazione
L’Ilva sta crollando un pezzo alla volta. Ieri le dimissioni dell’ad e del consiglio di amministrazione. Oggi la protesta di capireparto e capiarea anche loro pronti a mollare il lavoro negli altiforni e nelle acciaierie, accusati di reati ambientali dal Gip Todisco. La magistratura ora vuole verificare le loro responsabilità. "Legali rappresentanti, gestori e datori di lavoro, unitamente ai dirigenti, capi area, responsabili dell’esercizio dello stabilimento Ilva di Taranto, nell’espletamento degli adempimenti previsti dalle norme vigenti in materia di tutela ambientale, di prevenzione degli incidenti rilevanti e di igiene e sicurezza sul lavoro, agendo nell’interesse delle medesime società, cagionavano danni ambientali, anche associandosi tra loro", ha scritto il Gip, lasciando intendere che il personale non ha fatto il proprio dovere mettendo in atto quelle misure di sicurezza e prevenzione per cui i Riva avevano incassato miliardi di euro dal Governo. Forti dell’atteggiamento punitivo della magistratura, le associazioni ambientaliste continuano a predicare sulla polvere rossa che in giornata si è alzata dallo stabilimento e chiedono lo stop delle attività, Peacelink ha scritto al garante per l’Aia per nuove verifiche sulle polversi sottili emesse dall’impianto. Ma se si fermano capireparto e capiarea si ferma il motore centrale che tiene in vita quotidianamente la struttura. L’arcivescovo di Taranto, Santoro, chiede alla politica di fare "tutto lo sforzo possibile per salvare i posti di lavoro e trovare una soluzione all’inquinamento. Il Gip sequestra, blocca conti e carte di ctedito, mette all’angolo la proprietà (e forse non ha tutti i torti), ma il risultato è mettere a rischio la pietra d’angolo della nostra siderurgia. Il segretario del Pd, Epifani, dice che l’Ilva non si può perdere. E ha ragione. E’ il più grande stabilimento d’Europa, uno dei più grandi al mondo, eppure rischia di finire archiviata nel disinteresse generale e sotto i colpi ripetuti della magistratura.
