Immigrazione e buonismo terra terra
27 Aprile 2009
di Redazione
“Per contrastare l’immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti ma cattivi, determinati, per affermare il rigore della legge’”, ha dichiarato tempo fa Roberto Maroni. Tornato di recente sul tema, il ministro ha constatato amaramente che anche all’interno della coalizione di centro-destra e persino della Lega ci sono quelli che remano contro la sua politica di contenimento del fenomeno. Non sono interessato ai “labirinti de’ politici maneggi” né alle strategie trasversali dei gruppi parlamentari. Da osservatore attento del linguaggio politico, quale mi sforzo di essere, mi ha colpito, però, l’uso disinvolto del termine ‘buonismo’. Nell’accezione ormai corrente, tale termine indica quanti fanno prevalere le ragioni del cuore su altri valori – come la sicurezza – o sugli interessi egoistici degli individui e dei gruppi. La connotazione negativa che si accompagna a ‘buonismo’ si riferisce non alle intenzioni ma alle conseguenze, ritenute deleterie per la società e da ultimo per se stesso, di chi si lascia trasportare da sentimenti edificanti e non vede null’altro. Se questo è, che senso ha la denuncia di Maroni? Ma davvero crede che quanti – industriali, agrari e loro politici di riferimento, di destra e di sinistra – gli mettono i bastoni tra le ruote, siano anime belle, masochisti impenitenti?
In realtà, impiegare masse di extracomunitari per periodi limitati dell’anno, pagarli quattro soldi, farli vivere in topaie o nelle fogne (com’è capitato a Milano), abbandonarli alla carità pubblica per la restante parte dell’anno, è qualcosa che non ha nulla a che vedere con le chiacchiere sul ‘dovere di accoglienza’ ma nasce da disposizioni mentali che avrebbero fatto inorridire il classici del liberalismo. Per loro lo Stato non era il supremo garante dell’eguaglianza sociale ma il custode di un quadro di convivenza ordinato, volto a bilanciare l’utilità sociale con gli interessi privati. Per molti imprenditori, la lezione di certi poteri forti che privatizzavano i profitti e socializzavano le perdite non è stata vana.
Le realtà, tuttavia, sono profondamente mutate. Ieri Torino poteva pure diventare la terza città meridionale d’Italia: l’elegante città subalpina uscì sconvolta, nel fisico e nel morale, da questa massa di immigrati “sudici”, nacquero interi quartieri formicai, periferie urbane con vie giustamente intitolate all’Unione Sovietica, esplosero conflitti sociali quotidiani e non mancarono neppure episodi di razzismo (‘non si affitta a meridionali’) ma tutto sommato il trauma fu riassorbito. A stravolgere la vecchia capitale non erano i ‘diversi’ ma i ‘disuguali’ ovvero italiani con minore grado di alfabetizzazione e di cultura ma tutto sommato assimilabili nel giro di una generazione (A Torino fa un certo effetto sentir parlare con l’accento di Macario quanti portano cognomi come Badalamenti o Scognamiglio). E inoltre, ed è considerazione fondamentale, il lavoro non mancava, il ‘miracolo economico’ sembrava eterno e si aveva l’impressione che solo gli scansafatiche rimanessero esclusi dalla festa consumistica.
Oggi chiese, sindacati, partiti della sinistra, ambienti economici vicini al centro-sinistra o al centro-destra, per motivi diversi, vorrebbero aprire le braccia a un flusso migratorio di etnie non di rado inassimilabili (soprattutto a causa della religione) in un momento di crisi economica non si sa quando e come superabile e tutto per dare nuove greggi alle chiese, potenziali iscritti ai sindacati, masse antagonistiche alle sinistre radicali, braccia da sfruttare a datori di lavoro senza scrupoli.
Agli alti prelati che visitano gli accampamenti extra-comunitari viene presentata regolarmente la richiesta: “anche noi vogliamo case decenti!” Più che giusto, s’intende, sotto il profilo umano ed etico. Sennonché lo stato non è un ente di beneficenza né tanto meno può “togliere a tutti i ricchi” non per dare agli ‘have not’ ma per rendere ancora più ricchi gli ‘have’. Se le migliaia di raccoglitori di pomodori in Campania stanno lì per il profitto delle aziende agricole queste non possono pretendere che sia l’intera collettività a farsi carico dell’abitazione, della sanità, dell’istruzione dei braccianti. Chi si serve degli uomini come mezzo, dev’ essere in grado di garantire ad essi una esistenza decente. “Cuius commoda eius et incommoda” dicevano gli antichi chi trae vantaggio da una situazione, deve sopportarne anche gli oneri. Mi rendo conto di aver fatto un discorso biecamente razzista, disumano, anticristiano. E pertanto faccio subito ammenda: sono disposto a pagare più tasse per assicurare un tetto ai raccoglitori di pomodori, però vorrei una mezza parola di ringraziamento da parte di quanti, in cambio di salari di fame continueranno a realizzare alti profitti. Ma mi voglio rovinare. Sono disposto anche a rinunciare al ringraziamento purché politici e giornalisti non mi prendano per i fondelli col discorso buonista.
(Dino Cofrancesco)
