Immigrazione, il buco nero della politica estera europea
26 Ottobre 2013
Il risultato dell’ultimo Consiglio europeo riproduce l’approccio usuale della Unione in materia di immigrazione, con qualche passo in avanti che il premier Enrico Letta ha giudicato "sufficiente" rispetto alle aspettative italiane. Nel documento finale del Consiglio si legge che è necessaria una "azione determinata" degli Stati membri, con "l’obbligo" di prevenire e proteggere, un’azione che sia guidata dal "principio di solidarietà" e da una "equa divisione della responsabilità".
In realtà nel documento persiste quello squilibrio tra l’esigenza primaria della sicurezza e la dimensione globale del fenomeno migratorio, tra il contrasto alla immigrazione illegale e una comprensione delle cause alla base dei movimenti di uomini tra le frontiere del Ventunesimo secolo. Il Consiglio punta a sviluppare nel breve periodo politiche di ritorno "efficaci", a combattere il traffico di esseri umani, a rafforzare il sistema di monitoraggio e sorveglianza dei confini europei tramite Frontex ed Eurosur, mentre viene rimandata a giugno del 2014 la definizione di una "prospettiva più larga e a più lungo termine" sulla immigrazione, una formula piuttosto fumosa e dilatoria tipica dell’euroburocratese.
Si tende quindi a privilegiare l’aspetto del controllo, pur in un’ottica di maggiore coordinazione tra Stati membri e Paesi terzi, senza affrontare fino in fondo la questione strategica della mobilità; quella parola chiave apparsa nel GAMM 2011 (Global Approach to Migration and Mobility) che ancora una volta viene presa in considerazione nelle tradizionali forme del contenimento, degli ingressi selezionati, temporanei, declinati in modo assai diverso dalle diverse legislazioni dei Paesi europei. Un approccio sbilanciato determinato dalla interpretazione successiva al Trattato di Lisbona del 2009 che tende a favorire una politica migratoria fondata sugli "affari interni" (la Direzione Generale della Home Affairs, i singoli Ministeri degli interni degli Stati membri) senza affiancarle una politica estera condivisa (il recente EEAS, European External Action Service), con la conseguenza di moltiplicare i centri decisionali a livello europeo, duplicandoli e mettendoli in concorrenza tra loro, mentre i singoli Stati finiscono per agire unilateralmente, com’è accaduto all’Italia con l’operazione "Mare Nostrum".
Se l’Europa avesse davvero una politica estera comune sarebbe più facile mediare tra la necessità "interna" delle operazioni umanitarie e di polizia e la sfida globale della coesione sociale, della crescita e dello sviluppo, del lavoro e della lotta alla povertà, temi con cui bisogna fare i conti dopo i mutamenti storici e ambientali successivi allo scoppio delle "Primavere arabe". A prevalere è la "sindrome di Lampedusa", una logica emergenziale che non può cogliere gli eventuali sviluppi democratici, dal rispetto dei diritti umani al rafforzamento della "rule of law", nei Paesi che hanno vissuto eventi storici traumatici da cui non si può più tornare indietro.
Nel momento in cui l’Italia assumerà la guida del semestre europeo, il nostro governo dovrebbe stimolare una vera discussione sul rapporto tra libertà di movimento e migrazioni illegali nel Mediterraneo, riconciliando la battaglia per lo sviluppo (la politica estera) con le esigenze di sicurezza (quella interna), puntando verso politiche inclusive quanto rigorose, immediatamente riconoscibili da parte dei Paesi terzi. Da una parte, occorre una concreta politica comune nella gestione dei flussi, nella sorveglianza delle frontiere esterne, nella attivazione degli strumenti di solidarietà previsti dall’articolo 80 del Trattato sul funzionamento della Unione. Dall’altra, è necessario porre al centro dell’agenda europea i rapporti con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, nell’ambito della politica estera della Unione.
Come ha scritto Ayaan Hirsi Ali, le Primavere arabe non sono fallite, nonostante i conflitti geografici, identitari e settari scoppiati in Tunisia, Libia, Egitto. Le emigrazioni da questi Paesi hanno eroso i tradizionali rapporti clanici e tribali, generando forme di antiautoritarismo inimmaginabili fino a pochi anni fa nel mondo arabo. E’ sempre più evidente l’incapacità dell’Islam radicale di riuscire a governare il cambiamento se non facendo sprofondare quei Paesi nel caos e nella violenza. Viaggiando, spostandosi, nutrendosi della nostra cultura attraverso Internet e i mezzi di telecomunicazione, i nordafricani, gli arabi e i musulmani in particolare si sono avvicinati all’Europa e devono fare i conti con la sfida della integrazione, anche quando guardano con sospetto all’insieme dei valori occidentali.
Questo non può che rafforzare i gruppi – le donne, i giovani, le minoranze religiose, gli omossessuali – che nel mondo islamico continuano certamente ad essere vulnerabili ma si stanno organizzando per rivoluzionare nel profondo le società e le classi dirigenti tradizionali. Nonostante il "soft-power" di Obama e le timidezze di Lady Ashton, America ed Europa hanno compreso che avere un manipolo di regimi autocratici compiacenti a guardia dei propri confini non coincide per forza con gli interessi occidentali. L’Europa è a un punto di svolta: le rivoluzioni arabe non sono finite, le guerre nell’Islam neppure, e se i Paesi occidentali sapranno muoversi in difesa di valori universali come la libertà di movimento, il rispetto dei diritti umani, la difesa della democrazia e del libero mercato, allora l’interazione tra primavere e inverno islamico potrebbe prendere una piega inattesa fino a qualche anno fa.
L’Europa non deve limitarsi a una logica interna e protettiva, bensì guardare con determinazione all’esterno, proiettarsi nel Mediterraneo, tanto più che gli Usa lasceranno presto quest’area del mondo ed i singoli Stati europei, da soli, non sono in grado di gestire le questioni di frontiera emerse con prepotenza negli ultimi anni. Non aspettiamo ancora, insomma, per ripensare le strategie post-Lisbona e quelle legate al "Sistema Dublino"; proviamo a ipotizzare un Fondo speciale europeo che possa calmierare la sperequazione di ingressi tra i diversi Paesi della Unione (l’accusa più frequente rivolta a Roma da Berlino, Londra e Parigi); immaginiamo come affrontare già nei Paesi di provenienza aspetti fondamentali quali l’attribuzione dello status dei migranti, l’asilo, la protezione sussidiaria o umanitaria, la selezione della manodopera qualificata e da formare. Senza una forte pressione diplomatica verso i governi della sponda Sud del Mediterraneo nessuno di questi obiettivi sarà raggiungibile.
Oggi sono i Paesi dell’Europa meridionale a dover scommettere sulla caduta del "Muro del Mediterraneo" per trasformarla in una opportunità. Investiamo intelligenze, tempo e risorse sul rilancio delle politiche di vicinato con i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, gettando le basi di un solido approccio globale al fenomeno migratorio. Del resto, sul lungo periodo, Eurosud dovrà superare il Maghreb e l’Egitto cercando di governare le grandi rotte che dall’Africa subsahariana puntano verso Occidente. Una scomessa che appare ancora più ardua di quella aperta e ancora da vincere delle Primavere arabe.
