Immigrazione: il nodo da sciogliere non è la cittadinanza ma più mobilità
04 Ottobre 2009
Se Gianfranco Fini, la sua fondazione, i suoi uomini in Parlamento, avessero sollevato lo sguardo dal dibattito italiano e dagli effetti della loro proposta sugli equilibri politici interni, molto probabilmente avrebbero evitato di mettere un connessione due temi che andrebbero invece tenuti distinti: immigrazione e cittadinanza.
Non si tratta di scomuniche preventive, ma solo della constatazione che ovunque nel mondo si affronti il problema dell’emigrazione e dell’eventuale integrazione, l’orizzonte della cittadinanza come punto d’arrivo viene messo in dubbio e persino considerato controproducente sia per paesi ospitanti che per gli stessi immigrati.
In realtà, se si guarda agli studi più recenti e accurati prodotti dalle università e dalle fondazioni che su questi temi hanno investito le maggiori risorse ci si accorge che persino nel lessico il problema viene posto in modo molto diverso. L’approccio prevalente non è più tanto quello dell’immigrazione vista come biblica transumanza di genti, popoli allo sbando in cerca di nuove patrie. Il tema si pone piuttosto come quello della “mobilità internazionale del lavoro”.
L’immensità dei flussi migratori è sospinta da un fattore ineliminabile: l’ampiezza crescente del gap di produttività e di remunerazione del lavoro a parità di caratteristiche del lavoratore e in funzione del paese di appartenenza. Un vietnamita guadagna nel suo paese 8-10 volte meno quello che prenderebbe in Giappone a parità di prestazione; un messicano ha un rapporto di 6 volte inferiore rispetto agli Stati Uniti. Se si prendono in considerazione alcuni paesi africani il rapporto può arrivare a un moltiplicatore di 50-100 volte.
Niente come trovare un lavoro all’estero determina il benessere di un singolo o di un nucleo familiare in un paese in via di sviluppo. Anche misure innovative e universalmente apprezzate come quella del micro-credito non reggono neppure lontanamente il paragone. Il Center for Global Development ha calcolato che un tassista del Bangladesh a cui venga accordato un prestito di questo genere ha la possibilità di incrementare il suo reddito netto di circa 700 dollari nel corso della sua vita lavorativa. La stessa cifra che guadagnerebbe in un mese negli Stati Uniti.
La ricaduta di questo incremento di reddito si trasferisce sulle economie dei paesi di origine ed è enormemente più grande rispetto a qualsiasi iniziativa tradizionale di “aiuto allo sviluppo”. La Banca Mondiale ha dimostrato che un incremento medio del 3 per cento dell’immigrazione verso i paesi più sviluppati porterebbe ai cittadini dei paesi del terzo mondo qualcosa come 300 miliardi di dollari. L’intero ammontare degli aiuti allo sviluppo faticosamente messo insieme dai paesi Ocse l’anno scorso è stato di 120 miliardi di dollari. Una piccola manovra sulle quote di immigrazione farebbe dunque risparmiare ai governi Ocse 120 miliardi e darebbe al Sud del mondo 180 miliardi in più.
E’ su dati di questo genere che si concentra la riflessione di economisti e esperti internazionali che muovono da due constatazioni principali. La prima riconosce che la motivazione per la ricerca di condizioni di lavoro migliore è talmente forte e dettata di disparità così vaste che una politica di semplice chiusura delle frontiere o di restrizione delle quote di accesso non potrà mai essere veramente efficace. Produce costi enormi a carico dei paesi ospiti per mettere in pratica i controlli e le restrizioni e non è efficace a ridurre significativamente i flussi migratori ma si limita a spostarli verso la clandestinità. La seconda constatazione prende come paragone la libera circolazione delle merci, conquistata ormai quasi completamente grazie a decenni di trattative, trattati e organizzazioni internazionali dedicate alla questione. L’abolizione delle frontiere per le merci ha innalzato la ricchezza media del mondo in modo incalcolabile, anche cancellando obiezioni fortissime e apparentemente insuperabili appena pochi decenni fa. L’unica merce che non gode ancora di libertà di circolazione è proprio la mano d’opera non specializzata dei paesi più poveri, spesso l’unica merce che questi abbiano a disposizione.
Sulla circolazione internazionale del lavoro non ci sono sedi internazionali come il WTO o grandi luoghi di confronto come il Doha Round o trattati come il Gatt. Il fenomeno è lasciato alla gestione dei singoli paesi, sia di partenza che di arrivo, con risultati complessivi dolorosi sia per gli uni che per gli altri.
Se è ormai accertato l’effetto economico positivo globale di una maggiore e più libera mobilità della manodopera dei paesi poveri verso quelli ricchi, la vera sfida consiste oggi nel trovare una risposta a questa domanda: come convincere le opinioni pubbliche dei paesi di immigrazione ad accettare frontiere più aperte senza ingenerare il timore di una perdita di identità e di trasformazioni antropologiche incontrollabili?
Lant Pritchett, un ex funzionario della Banca Mondiale che oggi insegna ad Harvard sta da tempo studiando un programma visti temporanei di lavoro applicabile globalmente e in virtù di accordi multi-laterali tra paesi. Si tratta di un approccio che la facilità dei trasporti e delle comunicazioni rende oggi molto più possibile che 10 o 20 anni fa e si basa sull’idea che la stessa forza invincibile che spinge i poveri a lasciare il proprio paese potrebbe indurli a tornare. I risparmi prodotti all’estero che spesso consentono al lavoratore emigrato una condizione di mera sussistenza, trasferiti nel paese d’origine ne farebbero un uomo ricco, un potenziale imprenditore, con benefici evidente per se, per la famiglia e per il paese.
La base teorica di un programma di permessi di lavoro temporanei mette completamente fuori gioco ogni ipotesi di cittadinanza, come spiega bene Pritchett nel suo ultimo paper. Secondo l’economista harvardiano la domanda da porsi non è “chi e in quali circostanze può accedere alla cittadinanza nel paese”, bensì “chi e in quali circostanze avrà accesso al territorio nazionale per portare a termine una transazione economica”. Scrive Pritchett: “Questa formulazione della domanda enfatizza deliberatamente che l’emigrazione temporanea per motivi economici e senza implicazioni di cittadinanza è la regola della mobilità internazionale piuttosto che l’eccezione: i turisti sono migranti temporanei autorizzati a svolgere transazioni economiche; agli studenti vengono rilasciati visti per vivere in un paese dove acquistano servizi educativi; agli uomini d’affari sono concessi visti temporanei per comprare, vendere e gestire; agli accademici e ai ricercatori i visti sono concessi per partecipare a conferenze per cui spesso sono pagati. Nessuno immagina che la presenza temporanea in un paese in questi casi implichi una pretesa o un diritto alla cittadinanza”. Nello stesso senso – spiega ancora Pritchett – un regime di visti temporanei per immigrati autorizzati a vendere i propri servizi lavorativi non solo consente enormi guadagni in benessere per gli interessati ma contribuisce a costruire un rapporto di maggiore accettazione con i cittadini dei paesi ospiti.
Il governo delle Filippine è in questo senso un caso di studio (Chappel-Glennie 2009). The Philippine Overseas Workers Welfare Administration, ha da tempo messo in campo un programma di rimpatrio in accordo con alcuni paesi di destinazione che prevede una serie di facilitazioni e di sostegni ai lavoratori che intendono reinstallarsi nel proprio paese e che ha innescato un meccanismo di avvicendamento tra diverse ondate migratorie e di rientro con benefici molto evidenti per tutti.
Accordi di questo genere sono per esempio in vigore tra Singapore, che è un importatore netto di manodopera (il 42,6 per cento dei residenti è nato all’estero a paragone di un paese di forte immigrazione come gli Usa che sono al 12,9) e paesi vicini come Malesia e Indonesia di forte emigrazione. Per sostenere una così massiccia presenza straniera il governo di Singapore ha dovuto rassicurare i suoi cittadini prevedendo confini molto restrittivi ai diritti accordati agli immigrati. E in modo particolare ha previsto di incoraggiare la rotazione dei flussi in entrata e in uscita. Singapore ha appena 5 milioni di abitanti ed è lo stato più densamente popolato al mondo dopo il principato di Monaco, l’idea che chi arriva nel paese possa restarvi e diventarne cittadino farebbe immediatamente saltare quel delicato equilibrio che produce ogni anno più 700 milioni di dollari l’anno di rimesse verso i paesi vicini.
Lo stesso discorso si potrebbe fare per i paesi del Golfo Persico che ospitano milioni di lavoratori pachistani, nepalesi, bengalesi i quali sostengono quasi per intero l’economia dei loro paesi d’origine. La tesi secondo cui la cittadinanza possa rientrare (seppure a certi condizioni) nella sfera dei diritti, ridurrebbe immediatamente a zero il flusso di immigrati verso il Golfo Persico, lasciando nella miseria milioni di famiglie.
L’idea che l’immigrato ambisca soprattutto a diventare cittadino del paese che lo ospita è in fondo un punto di vista narcisistico, molto tipico della cultura americana e poi esportato in Europa. “La narrazione mitologica americana pretende che il resto del mondo se ne muoia di diventare americano” spiega il sociologo di Princenton, Douglas Massey. I dati storici però mostrano un’altra realtà: almeno un quarto dei 23 milioni di immigrati che arrivarono in Usa tra 1880 e il 1930 rientrarono nei loro paesi e per gli italiani o i polacchi questa percentuale sale al 50 per cento.
E’ una tendenza che si è rafforzata negli ultimi anni: il Public Policy Institute ha fatto una ricerca su 42.000 immigrati messicani legali e non per scoprire che il 50 per cento di loro era rientrato in Messico nel giro di due anni e il 70 per cento dopo dieci. Il problema è che la memoria collettiva, l’immaginario di una nazione si forma con gli immigrati che restano, anche quando sono di più quelli che partono.
Paradossalmente ma non tanto, si può dimostrare che più l’accesso ad un paese è relativamente libero più il turn over tra gli immigrati è alto. Nei paesi dove, a causa di forti limitazioni e di controlli molto severi, varcare il confine comporta costi più alti e rischi personali, la tendenza degli immigrati sarà quella di restare il più a lungo possibile, con tutti i problemi impliciti nella stratificazione di diverse ondate migratorie.
L’altro paradosso mostrato dalle analisi più recenti è quello che smentisce il luogo comune “aiutiamoli a casa loro così non verranno a casa nostra”. Si è visto invece che al di sotto di una certa soglia (ma andare oltre significherebbe impegnare i paesi ricchi in programmi di aiuto giganteschi), il maggiore benessere relativo aumenta la propensione all’espatrio: i cittadini più poveri, appena possono permetterselo, utilizzano le loro nuove risorse per lasciare il loro paese. Così l’unico modo per “aiutarli a casa loro” senza mettere a rischio i bilanci dei paesi donatori, consiste nel farli temporaneamente venire “a casa nostra”.
Il piccolo o grande patrimonio personale accumulato nel periodo di lavoro all’estero sarà in ogni caso incommensurabilmente più grande di quello che potrà mai arrivare nelle tasche del singolo cittadino di un paese povero, al netto della corruzione locale, di quella delle organizzazioni internazionali, degli sprechi, ecc.. e sarà finalmente in grado di consentire un livello di benessere e di sviluppo accettabile “a casa propria”.
La gestione di un programma di immigrazione temporanea comporta ovviamente problemi non indifferenti e modelli di successo su larga scala non si sono ancora affermati. Ma è indubbio che le università e i centri studi specializzati sono in gran parte dedicati all’approfondimento di questo approccio.
La condizione iniziale è che nessun paese può pensare di fare da solo in questo campo e che le maggiori speranze di riuscita per un “guest workers program” consistono nella gestione multi-laterale del problema, sia sul versante dei paesi di destinazione che di quelli di partenza. (Fanjul-Pritchett 2009)
Un progetto del genere che riguardasse l’Italia dovrebbe in realtà coinvolgere, ad esempio, l’Unione Europea o l’area Shengen da un parte e i paesi del nord-Africa dall’altra. I paesi europei dovrebbero consentire un allargamento delle loro quote per lavoratori temporanei e i paesi africani dovrebbero garantire facilitazioni e sostegni alle procedure di rientro. Il permesso temporaneo, rilasciato da un’agenzia ah hoc, dovrebbe avere validità multi-nazionale: se il lavoratore perde il posto in un dato paese europeo prima della scadenza del suo permesso, dovrebbe essere messo in condizione di trovare un lavoro simile in un altro paese che abbia sottoscritto l’accordo.
Tutto questo non esclude che un canale aperto verso la piena cittadinanza possa restare aperto per gli immigrati che davvero lo desiderino. Ma dovrebbe essere chiaro che non si tratta di un diritto, che non si acquisisce con la nascita e neppure con l’apprendimento della lingua o con l’adesione a una formula di giuramento. La cittadinanza è un diritto di proprietà dei cittadini che appartengono alla comunità nazionale: può essere ceduto a certe condizioni. La proposta Granata-Sarubbi coglie un punto vero quando dice che la cittadinanza non può scaturire da un automatismo. Lo Stato dovrebbe infatti dotarsi degli strumenti necessari a valutare le richieste di cittadinanza una ad una, in base a curricula predisposti ad hoc, dove i criteri per l’ottenimento riguardino i titoli di studio, il paese di provenienza, l’esperienza di lavoro, il livello di integrazione ecc..
Si tratterebbe di un canale importante sul versante simbolico ma residuale rispetto all’ampiezza del fenomeno migratorio. E soprattutto da tenere accortamente separato dalla questione dell’ingresso, del soggiorno e del lavoro nel paese ospite. Solo a queste condizioni si può porre il tema della maggiore apertura delle frontiere per una nuova generazione di immigrati, messi al riparo dai mercanti di schiavi e dalla perdita definitiva delle loro origini e radici ma liberati da quella sorta di apartheid economico che gli preclude migliori occasioni di vita ovunque si presentino nel mondo.
